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La condizione dell’Iraq tra politica e crisi idrica

luglio 24, 2018 • Medio Oriente, z in evidenza

Redazione –

Le elezioni dello scorso maggio in Iraq hanno dato la vittoria a una coalizione guidata dal leader sciita Muqtada al-Sadr, ma i negoziati fra i membri della coalizione non hanno ancora portato alla formazione di un nuovo governo. L’Iraq è una federazione di regioni, ognuna delle quali ha un tipo di territorio e di economia diversa ed è abitata da gruppi etnico-religiosi diversi. La maggior parte della popolazione irachena non ha il senso di appartenenza a un’unica nazione, ha identità e interessi locali e tribali prevalenti, così come tutta la zona mesopotamica (Iraq, Siria, Libano, parte della Giordania), per motivi geopolitici e geostorici che è interessante cercare di capire. Le trattative per qualunque decisione economica e politica sono complesse e interminabili. Feroci repressioni interne ora contro l’una ora contro l’altra etnia sono frequenti. Le guerre civili anche: l’ultima è stata quella contro l’ISIS.

Da alcune settimane nel sud sciita del paese attorno a Bassora, che è la provincia dove è concentrata la massima produzione di petrolio e di gas e dove le acque dello Shatt el Arab (fiume formato dal confluire del Tigri e dell’Eufrate) permettono anche una buona agricoltura (è parte della famosa Mezzaluna Fertile dove è nata la civiltà agricola), la popolazione protesta violentemente contro il governo centrale per la disoccupazione e perché non funzionano i servizi pubblici, ma soprattutto per la scarsità d’acqua. La siccità stagionale si somma alla diminuzione del flusso delle acque del Tigri e dell’Eufrate (che confluiscono nello Shatt el Arab) per la costruzione di dighe a monte, sia in altre regioni dell’Iraq sia in Turchia.

Muqtada al Sadr si è schierato dalla parte della popolazione sciita in protesta e ha deciso di sospendere il dialogo con le altre regioni per la formazione del governo.

Due terzi delle acque dolci dell’Iraq nascono fuori del paese, in Turchia e in Iran. I tre paesi non hanno mai raggiunto un accordo tripartito per la gestione e l’utilizzo delle acque. La Turchia garantisce all’Iraq 9 miliardi di metri cubi di acque del fiume Eufrate ogni anno, ma non esistono organismi bilaterali di gestione e di controllo.

La Turchia ha costruito e sta costruendo molte dighe sul proprio territorio per alimentare stazioni idroelettriche. L’ultima è la diga di Ilisu, che formerà un grande lago artificiale di 11 miliardi di metri cubi e sommergerà anche preziosi siti archeologici. La Turchia è pronta a iniziare a riempire il bacino, ma in questo periodo di siccità non può togliere totalmente l’acqua agli Iracheni a valle.

Anche la qualità dell’acqua in Iraq è molto deteriorata, a causa sia dell’inquinamento sia dello sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, che fa risalire acqua salata nelle falde. Il governo ha proibito la coltivazione di piante che richiedono molta acqua come il riso, il cotone e alcuni legumi. Ma secoli di uso indiscriminato, di mancanza di progetti di conservazione e riutilizzo stanno riducendo alla sete gli Iracheni del sud.

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