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Gli orchi e le anime belle

giugno 26, 2018 • Agorà, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Da sinistra il cannoneggiamento contro Matteo Salvini e Donald Trump è implacabile. Si tratterebbe di due mostri, i quali stanno sfigurando la magnifica avventura del Progresso con le loro decisioni dissennate. Il Progresso, secondo la sinistra transnazionale e post-nazionale quella che vorrebbe cancellare i confini tra le nazioni in nome dell’indiscriminato afflusso di immigrati in attesa del “Gran Mischione”, salutato dal pensatore dell’amaca Michele Serra come l’eschaton, non può sopportare intoppi.

Su Repubblica è stato, nei giorni scorsi, tutto un grido di sconcerto e indignazione per le politiche di Trump-Erode che mette i bambini nelle gabbie, li separa dalle famiglie, ma anche Il Foglio non è stato da meno. Vi ha toccato vertici inusitati, Annalena Benni. Al suo confronto Edmondo De Amicis suona più scabro di Agota Kristof, Adesso le abbiamo sentite, le voci dei bambini che piangono. Chiamano papà, chiamano la mamma, dicono cose semplici e terribili: voglio il mio papà…E’ difficile ascoltare quei pochi minuti e restare saldi, è difficile ascoltare quei pochi minuti di vocine che chiamano: papà, da ore, e non pensare che è così che crolla il mondo”. Nel frattempo, mentre il mondo è crollato, sul Guardian la Coscienza Civile del paese, Roberto Saviano, affermava che all’attuale governo del paese non può essere “permesso sopravvivere”. Scrive così, testuale, adottando il linguaggio di Pietro Savastano. Troppa frequenza letteraria con il male finisce con il contaminare.

Si può certo avversare la drasticità delle misure adottate dall’Amministrazione Trump per contrastare l’immigrazione illegale nel paese, misure già messe in atto da George W. Bush in una maniera assai severa e da Trump riprese. Separare i bambini dai loro genitori naturali è sicuramente un procedimento duro a cui è stato apposto un correttivo, ma la salvaguardia della legalità e la necessità di una immigrazione controllata e meno lasca è un altro correttivo necessario. In un memorabile pezzo su Frontpage Magazine dal titolo, “Trasformare la compassione in arma”, Bruce Thornton scrive, “In Tom Sawyer, Mark Twain satirizza il “comitato delle donne sdolcinate” che mandano una petizione al governatore per perdonare l’omicida Injun Joe: ‘Se si fosse trattato di Satana stesso ci sarebbero stati  numerosi rammolliti pronti a scarabocchiare il proprio nome su una petizione di perdono e farvi gocciolare una lacrima dalle loro permanenti lacrimevoli fatiche’. Così è oggi con coloro che si battono il petto nei confronti di immigranti illegali sciattamente controllati i quali mettono in pericolo i propri bambini portandoli oltre il confine o spedendoveli con i “coyotes.” Sembra che non riescano a evocare una compassione analoga per le vittime dei criminali a cui è stato permesso di entrare nel paese e che vi sono rimasti nonostante diversi reati. E vi ricordate i pianti e i lamenti e il digrignare di denti a proposito dei terroristi omicidi detenuti a Guantanamo o a Abu Ghraib? E che ne dite dei “palestinesi” i quali usano i loro figli come scudi dietro ai quali lanciare attacchi letali contro gli israeliani? Quando capita di ascoltare le stesse lamentazioni sopra bambini innocenti israeliani assassinati o famiglie intere uccise da bombaroli omicidi o terroristi muniti di coltello?”.

Per tornare al Bel Paese, è più che ovvio intervenire sul problema immigrazione e predisporre misure atte a diminuire la clandestinità. Ci aveva provato molto bene l’ex Ministro dell’Interno, Marco Minniti, avversato per questo dagli umanisti radicali del suo stesso partito.  Ma nulla può la realtà contro i dogmi dell’ideologia. Luca Ricolfi ha recentemente ricordato che, “Su 100 richiedenti asilo solo 7 hanno diritto allo status di rifugiato (in base alla convenzione di Ginevra). Dei restanti 93, una minoranza ottiene altre forme, più o meno temporanee, di protezione sussidiaria o umanitaria, ma tutti gli altri, circa il 60% dei richiedenti asilo, entrano in una sorta di terra di nessuno, senza doveri né diritti. Nessun organismo riconosce loro il diritto di stare in Italia, ma nessuno organismo (salvo casi eccezionali), è in grado di fargli rispettare il dovere di lasciare l’Italia. È per questo che gli sbarchi creano tanta inquietudine: si sa che la maggior parte di quanti entrano in Italia non ne hanno il diritto, ma si sa altrettanto bene che, una volta entrati, nessuno (nemmeno Salvini) sarà in grado di riportarli indietro”.

Roberto Saviano però ha una soluzione, la sanatoria. Così, infatti, sempre nel suo articolo sul Guardian, scrive, “Prima di tutto l’Italia ha bisogno di regolarizzare tutti gli immigranti illegali oggi presenti nel paese, Il precedente Ministro del Lavoro, Roberto Maroni, lo fece nel 2002, dando i documenti a 700,000 migranti i quali divennero immediatamente 7000,000 contribuenti, questo governo può e deve (grassetto nostro) fare lo stesso“.

Insomma per l’autore di Gomorra, ciò che ha fatto un ministro della Lega nel 2002 è la soluzione. Chi entra illegalmente deve essere legalizzato, in questo modo, non importa chi esso sia, diventerà un virtuoso, da clandestino a contribuente. Legalizzare l’illegale, vecchia pratica italiana. E’ una soluzione semplice. Perché non farlo anche con la mafia?

Bando alle facezie. Il punto non è questo, è un altro, è la Grande Narrazione della Virtù e del Bene, è la fiction in cui l’immigrazione, legale, illegale, non importa, è una risorsa, è il futuro, è il boldriniano-serriano “Gran Mischione” dei contribuenti autoctoni o extracomunitari, affratellati in un collettivo consensuale. Consensuale? Viviamo in un mondo multietnico da tempo e non è certo una novità, risale ai tempi antichi, ma già a Roma, multietnica per necessità, veniva chiesta fedeltà allo Stato e il rispetto dei costumi. La “malapianta del multiculturalismo”come l’ha definita Angelo Panebianco, cresce proprio dove si utopizza troppo e con sanatorie e colpi di spugna si pensa di risolvere ogni cosa. Ma lasciamo a Panebianco la parola, “Il multiculturalismo è una situazione nella quale, di diritto o di fatto (per l’affermazione di nuove usanze), si accetta che l’insieme dei cittadini venga segmentato, diviso lungo le barriere che separano le diverse tradizioni culturali. Si afferma una disparità di trattamento: per i diversi «segmenti» valgono regole diverse, coerenti con le rispettive usanze. La formale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge viene dapprima neutralizzata di fatto e, in seguito, anche di diritto (in virtù di adeguamenti normativi alla situazione di fatto)…Ed ecco la società multiculturale, la frantumazione della cittadinanza, la fine dell’uguaglianza formale di fronte alla legge, l’affermazione di diritti speciali e diversità di trattamento a seconda del gruppo culturale di appartenenza”.

Sono problemi questi che le anime belle non affrontano poiché per loro, nel regno dei fini ultimi tutto si compone, ogni tassello trova il proprio posto. L’immigrato in quanto tale è intangibile. Trump è un orco, Salvini idem. Ce ne sono altri naturalmente, Viktor Orban, presto Sebastian Kurtz. Sono coloro i quali hanno a cuore l’identità specifica delle proprie appartenenze, un sentire comune fondato su cultura e tradizioni. Orrore puro. Tutto ciò evoca subito saluti romani, stivali lucidati a specchio, Mannerbunde e blut und boden. Alle anime belle non sovviene che si può voler preservare e rispettare la propria identità senza cadere nel fascismo all’interno di una società multietnica ma non ideologicamente multiculturale. Stati Uniti e Israele lo fanno dalla loro fondazione.

Daniel Pipes ha riassunto molto bene la novità immessa nell’agone politico da quei partiti che egli denomina civilizzazionisti con un articolo del 14 aprile 2018 apparso “Il successo del civilizzionismo occidentale”, apparso su L’informale, contrapponendosi in questo modo alla vulgata denigratoria della sinistra che li vuole esclusivamente o “populisti” o “sovranisti” applicando senza appello il principio del terzo escluso. No, scrive lo studioso americano, Sì, riconosco le loro numerose colpe, ma i partiti focalizzati sull’immigrazione e sull’islamismo sono essenziali per l’Europa per evitare che essa diventi un’appendice del Nord Africa, e continui a far parte della civiltà occidentale che ha creato. Il fatto che essi sollevino la questione dell’immigrazione e quella islamista compensa le loro carenze”.

Piaccia o non piaccia ai liberals americani (e sempre su Repubblica si è affacciato pure Bernie Sanders per dare addosso al Ministro dell’Interno) e ai progressisti nostrani, il corso della storia è meno prevedibile di quanto credano, e sicuramente meno lineare, assai sussultorio, anzi. Il post storia europeo in cui le nazioni dovrebbero lasciare il posto a grandi conglomerati meticci, a ibridi o “mischioni” senza più alcuna identità specifica non è un esito scontato, ma un progetto, un’idea di mondo e società e come tale il suo esito è tutt’altro che scontato.

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