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L’Italia e la paranoia da svolta autoritaria

giugno 24, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorosi –

Ormai è ufficiale, l’intellighenzia ha proclamato che siamo al rischio di una deriva autoritaria. Lo ha detto Saviano istituendo il ministero della crudeltà, lo ha detto la Boldrini definendo Salvini un bullo istituzionale.

Mai un ministro aveva fatto così tanta paura da solo. Se fosse diventato Presidente del Consiglio state sicuri che l’Aventino ci sarebbe stato in sede di voto di fiducia.
E’ più o meno dal 1994, quarantanove anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, che si parla del pericolo del ritorno dell’uomo forte, è cominciato tutto con Berlusconi che con il suo impero metà privato e metà pubblico lottizzato un po’ di timore lo aveva messo; si è temuto Renzi, unico leader che ha dato parvenza di decisionismo dentro a un partito che ha nella collegialità e nel dibattito la sua croce; curiosamente non si teme nulla con Di Maio il quale risponde a una società di profilazione dati.

Salvini invece, segretario di un partito che ha un forte radicamento territoriale quanto poco omogeneamente ideologico (si pensi che in gioventù si dichiarava “comunista padano”), eletto con elezioni primarie “interne” (cioè di soli tesserati e non la colletta democratica allargata targata PD), premiato alle elezioni per aver parlato alla pancia del paese, è un orco istituzionale, pur essendo legittimato a ricoprire il ruolo che gli è stato affidato.

L’intraprendenza al dicastero che ricopre, oltre ai proclami politici (è pur sempre il leader di un partito che nei sondaggi pare aver superato anche i cinque stelle) ricordano il primo Renzi di governo, quello che scuoteva entusiasmi e che lanciava le mance da 80 euro. Ma a differenza del Matteo con la c aspirata, il Matteo milanese ha teoricamente un ruolo più defilato nell’azione di governo pur avendo una maggiore libertà di azione. Che però rischia di fermarsi alla facciata.

Da queste parti, come avrete capito ci divertiamo a ricordare come è impostato il nostro sistema istituzionale, e il governo, al quale in Costituzione sono dedicati assai pochi articoli, è nei fatti un manipolo di passacarte dove il Presidente del Consiglio svolge un ruolo di primus inter pares, il sottosegretario alla presidenza del consiglio è nei fatti il vero coordinatore dell’azione di governo; e i ministri in quanto “pari” hanno libera iniziativa nei loro dicasteri, vincolati solo dagli oneri di bilancio e dalla collaborazione dei colleghi. Provare per credere a leggere gli articoli dal 92 al 96.

Nulla di verticistico come si può vedere, Berlusconi ha “comandato” ma in realtà era Gianni Letta a farne le veci, così come Maria Elena Boschi ha effettivamente amministrato (pur se in vece di Renzi) quello che era il governo Gentiloni. Il governo attuale è oggi a guida Giorgetti? Nei fatti si, a quel che appare abbiamo un discreto attivismo dei ministri in quota Lega, i tecnici che lavorano in silenzio e i Cinque Stelle che, al solito, fanno chiasso e poco concludono.

Ma al di là delle iniziative che un singolo ministro può prendere in termini di decretazione o regolamenti (che poi devono passare al vaglio del Consiglio dei Ministri, alias il governo), la prova dei fatti sull’azione di un esecutivo si vede da quello che riesce a “portare a casa” in Parlamento. In questi giorni infatti sono state varate le commissioni parlamentari permanenti, vero motore della macchina istituzionale, con le presidenze equamente distribuite tra i partiti di governo.
Le commissioni sono organi collegiali, composte da poche persone la cui funzione è snellire l’attività legislativa in sede di formazione delle leggi e conseguente approvazione. Talvolta accade che un provvedimento non venga nemmeno discusso in assemblea plenaria, ma venga approvato direttamente in commissione (la così detta “sede legislativa o deliberante”).

Ora, non siamo qui a fare una lezione di diritto costituzionale, ma questo ci deve far capire come funziona il processo legislativo e, conseguentemente tranquillizzarci su quello che è a tutti gli effetti una paranoia da svolta autoritaria.
Nei fatti una cosa sono gli annunci che dettano l’agenda e mostrano attivismo, un’altra sono i procedimenti per realizzare gli annunci. Capita così che abbiamo ministri che annunciano provvedimenti montagna che poi in Parlamento diventano topolini. E questo non tanto nel plenum degli emicicli di Camera e Senato dove possono emergere più evidentemente vittorie e sconfitte della linea di governo, quanto nel “segreto” (le sedute sono pubbliche ma non tutti guardano Tg Parlamento) delle autentiche stanze del potere, laddove i disegni di legge possono venire accuratamente smantellati e depotenziati; soprattutto se viene meno la coesione della maggioranza.
Il tutto grazie alla Costituzione più farraginosa del mondo la quale, proprio in quanto redatta sotto l’egida della ritrovata democrazia post fascista, ha dentro se quelli che potrebbero essere definiti gli anticorpi contro l’autoritarismo.

Pertanto, oggi assistiamo ad un triste spettacolo puramente mediatico, iniziato già ai tempi di Berlusconi, e che oggi vede protagonista Salvini, il quale di tanto in tanto scambia il Viminale con Pontida ma tant’è. Abbiamo avuto modo di vedere che è facile neutralizzare l’azione di un ministro intraprendente, specialmente quando è in odore di golpe.

Attenzione però, ci permettiamo due postille: la prima è che se c’è una figura che può tentare, nemmeno troppo blandamente, di guidare una svolta autoritaria, quella è il Presidente della Repubblica, il quale, come abbiamo avuto modo di vedere, già nell’esercizio delle sue funzioni, può permettersi interpretazioni borderline di quello che è il suo ruolo e di quella che è la carta costituzionale. Napolitano e Mattarella sono stati due ottimi esempi di questo, oltre al fatto che in passato, fu il presidente Segni ad essere implicato in un disegno golpista (il piano Solo).

In secondo luogo, può avvenire che un Governo possa assumere caratteri autoritari, ma può farlo solo se garantito da solide e ampie maggioranze parlamentari. L’unica che si ricordi in tempi recenti è quella che sosteneva il governo Monti, l’unico negli ultimi anni a non aver avuto un vero contraddittorio di stampo mediatico e ad essere ancora oggi dipinto come il governo della salvezza. Un governo che attraverso la decretazione d’urgenza ha ridisegnato la politica fiscale e pensionistica del paese e che, nonostante l’impopolarità gode di un salvacondotto della storia, tipico dei caudilli che lasciano il potere dopo la loro “cura” patriottica.
Curioso come si temano le svolte autoritarie dei parolai, ma non vengano mai riconosciute quelle autentiche.

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