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Le messe laiche di Saviano e l’escatologia immigrazionista

giugno 22, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Niram Ferretti – 

«Andare dietro più alla verità effettuale delle cose, che all’immaginazione di essa»

Niccolo Machiavelli (Principe, 15)

 

Recentemente Roberto Saviano si è scontrato con Diego Fusaro a colpi di tweet. E’ stato un momento epico, lo scontro tra due Weltanschauungen, tra due cattedrali del pensiero. Quella progressista pro-immigrazionista dell’autore di Gomorra, nella quale il migrante è cifra metafisica, simbolo riassuntivo del reale, ontologicamente assurto nella sfera del Bene, del Buono e del Giusto (sfera a cui Saviano ha costante accesso), e quella rossobruna antimodernista e antiglobalista (o mondialista) dell’allievo di Costanzo Preve, in cui il migrante è l’operativo di una strategia sostituzionista ordita dai Signori del Capitale, o meglio della Finanza. Saviano ha dato a Fusaro, della “macchietta”, senza considerare nemmeno per un istante di sconfinare anche lui, seppure non così cabarettisticamente come il grottesco “filosofo” torinese, nella medesima categoria.

E qui giungiamo a una questione centrale, che riguarda l’ironia. L’ironia è quel dispositivo in base al quale vi è una presa di distanza tra sé e le cose, e frammezzo alle cose, anche tra sé e se stessi. Consente, quando è autoriflessa, di sapersi vedere spogliati dalla propria approvazione o da quella altrui, di sentirsi insomma inadeguati rispetto all’idolatria che ci si tributa e che ci viene tributata. E’ un dispositivo sommamente ignoto sia a Saviano che a Fusaro.

Saviano è così preso da sè da essere diventato una vera e propria liturgia di cui egli stesso è l’officiante. In essa egli è l’epifania dell’intellettuale nella veste paludata della Coscienza Civile del paese. Ogni gesto, ogni frase, ogni manifestazione è il momento in cui, dall’empireo laico delle idee discendono in terra attraverso la parola che si fa Verbo, veri e propri oracoli.

Saviano è paideia trasformata in carne, è perfetto adeguamento del pensiero alle cose buone e giuste di cui la sinistra dispone per vocazione. Ascoltiamolo quando respinge con forza nelle tenebre Matteo Salvini, il nuovo villain, e sul Guardian pubblica un articolo in cui ci informa di temere per il futuro dell’Italia. Salvini ha infatti osato l’inosabile, si è opposto alla narrativa dell’immigrazione come funzionale al Bene in quanto tale, come inevitabile teolos della Storia così come ce lo spiega un altro aedo di sinistra, Michele Serra, quando, in una intervista rilasciata a Il Foglio dichiara che dobbiamo sorvegliare pazientemente e fraternamente l’assuefazione “Al Gran Mischione che attende l’umanità…Vedo svantaggiati tutti i grotteschi, spaventati, avari giochini politici dei sovranisti”. Non pago vaticina, “I loro muri sono castelli di sabbia che la marea sommergerà”.

Il Gran Mischione è infatti approdo inevitabile, è del tutto inane opporsi al Progresso. Da Condorcet a Michele Serra il passo è meno lungo di quanto si possa credere.  Saviano lo sa anche lui, è per questo che officia la messa progressista in cui il migrante è consacrato al posto dell’ostia santa, e l’immigrazione è il calice del vino da cui bere senza indugio. Chi si oppone alle inflessibili leggi della Storia, è prima di tutto indegno e deve essere in questo senso indicato come tale, esposto al pubblico ludibrio. Salvini, dunque, qui in Italia e Trump massimamente, che separa le famiglie ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti. Ma non dobbiamo temere gli orchi. Dante ci insegna, che uscendo dai mondi inferiori si contempleranno le stelle nuovamente.

L’accoglienza senza se e senza ma è il dogma della Chiesa progressista che è anche quella pueblista e pauperista di Bergoglio, la Chiesa del cuore aperto incondizionatamente perché solo così può trionfare l’umanità, senza alcuna cura per risorse, logistiche, volontà di integrazione e inculturazione. Senza alcuna cura, in altre parole, per la realtà. Eppure basterebbe rileggersi tra le altre cose, ciò che scrisse nel 2000, un grande uomo di Chiesa con la testa sulle spalle, quale era il mai troppo rimpianto, Giacomo Biffi, “Occorre salvaguardare la fisionomia propria della nazione, senza snaturarne la specifica identità. Una nazione ha il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo, non ha il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere. Gli islamici vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra umanità, sono decisi a restare diversi, in attesa di farci diventare tutti come loro. Non è democrazia il rispetto delle minoranze e il non rispetto delle maggioranze”. Parole di candido e manzoniano buonsenso, sideralmente lontane dal savianese.

Il savianese è infatti il vernacolare laico della Chiesa del Povero e soprattutto del migrante, che già possiede il suo pontefice di fatto ma che può appoggiarsi a tutta una ecclesia secolare, persino atea, che la circonda amorevolmente e di cui lo scrittore napoletano è il turiferario più mediatico.

Ah, se al posto di Saviano ci fosse Pasolini, che nonostante i suoi allucinati eccessi apocalittici, e anche nel suo caso, la sua assenza di ironia, era così poco avvezzo a conformarsi, a fare proprio lo Spirito del Tempo, o meglio, la lingua del conformismo più spietato. Soprattutto uno che era più abituato a coltivare una praxis a Saviano sconosciuta, “l’atrocità del dubbio”.

Ma Saviano reitera, non si pente. Quando, da Ministro dell’Interno, Matteo Salvini ipotizza di rivedere se sussistono le condizioni affinché all’oracolo di Casal di Principe sia concessa ancora la scorta per le minacce ricevute, Saviano parte in quarta, si fa protagonista di un video in cui, con protervia guappa dà a Salvini del mafioso. Il Guardian ancora gli offre la tribuna per attaccarlo.  “Non può essere permesso di armare letteralmente le forze dell’intolleranza”, così come al governo attuale, “non può essere permesso sopravvivere”. Quelli di Saviano sono editti, scomuniche senza appello, chiamate in correo, “Quelli che restano in silenzio ora saranno colpevoli per sempre”.

Parole come martellate che battono forte sull’incudine. Il tono è stentoreo, alto, inappellabile. Quando si è inabitati dalla Verità non può essere altrimenti. Il Migrante come salvezza, la tenebra Salvini, la Storia che procede lungo la rotaia del Progresso, mentre tutt’intorno si affastella la massa damnationis di chi ha votato Lega, ha permesso che Salvini diventasse Ministro dell’Interno.

Parlino ora, è l’ultima chiamata prima del fuoco eterno della Gehenna.

 

 

 

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