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Ciò che noi siamo, ciò che noi vogliamo

giugno 16, 2018 • Politica, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Tempi tribali i nostri, in cui i rutti e le flatulenze sono diventati eloquio, libertà di manifestare un’indomita e incontenibile naturalità. Lo si vede massimamente sui social network, palestre per orde di hooligans verbali, sfigati per lo più che si impancano a maestri di storia, scienza, politica e ricoprono di insulti chi non la pensa come loro. L’olio di ricino e l’orbace sono nel nostro DNA, non c’è nulla da fare. Antropologia di base, o meglio, ontologia. Non facciamo finta di non essere fascisti, di non essere cioè fondamentalmente statalisti, in cerca, dalla culla alla bara dello Stato badante che ci garantisca ogni cosa, soprattutto le ferie pagate e poi tutti al mare ad abbronzar le chiappe chiare. Antilegalitari ma fortemente proni ad autoritarismi, a personalismi rozzi e muscolari, al “Me ne frego!”, scandito in modo chiaro e limpido. Ognuno faccia come gli pare, l’importante è che il Capo ci dica cosa fare. E ora che governa il governo del pueblo, quello che meglio incarna la sua volontà regina e che ha fatto della mediocrità assoluta la maggiore qualità da potere conseguire in spregio alla specializzazione, alla competenza maturata, insomma all’odio di pancia per la kultura, (“Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”), ci siamo compiuti. Sì, il governo gialloverde è la nostra entelechia.

Di Maio e Salvini sono perfette maschere italiane, come lo era, beninteso Berlusconi, e lo era sicuramente Matteo Renzi. Italiani medi, sfrontati, rodomonti, fieramente patriottici come può esserlo ogni italiano, solo demagogicamente. “Patria” in Italia è parola che si declina sempre su un palcoscenico con fondali di cartone.

Berlusconi merita una nota a parte. Ci ha regalato un ventennio di storia di un italiano come neanche Alberto Sordi avrebbe potuto raccontare. Era la narrazione finto epica del grande imprenditore self made che avrebbe rimesso in piedi il paese depoliticizzandolo, facendolo scattare in avanti con il giusto colpo di reni, mostrando al mondo che un paese o un’azienda sono la stessa cosa quando si sa dove mettere le mani. In realtà nessuno come lui incarnava la politica, lo stantio maneggiume del clientelismo, del malaffare trasformato in consuetudine, del doppio forno sempre attivo, del farsi alla grande i c…propri fingendo di farsi anche quelli altrui, tutto condito da belletti, sorrisi e trapianti mal riusciti di capelli. Era il vecchio con la maschera del nuovo con pulsioni morbidamente autoritarie.

In fondo non fu il fedele Fedele Confalonieri a dire di lui, “Silvio è un Ceausescu buono“? Anche Renzi ha provveduto al suo sfrontato one man show in cui si presentava come il Gran Riformatore, esattamente come Silvio. Certo, è durato assai meno. Non è questo il punto. Gli italiani amano soprattutto i teatranti che inscenano la parte dei conducatorii, non c’è nulla da fare, da Giovanni delle Bande Nere al Cavalier Benito Mussolini.

Ma veniamo all’oggi, all’antropologia fascista, al Sud conquistato in virtù di promesse di assistenzialismo e il nord in virtù di promesse di law and order e sgombro di immigrati clandestini, di potenziali terroristi. Sembra essere tornati all’Italia pre-risorgimentale, Di Maio come Franceschiello e Salvini come Radetzky. Sta di fatto che questo governo che bisogna lasciare lavorare, è, volente o nolente, quello che è più in sintonia con lo spirito animale degli italiani, ne è la sua incarnazione plastica. Vi si mischiano gioiosamente umori populisti e slanci autoritari, è perfetto dunque, forgiato per durare. Renzi e il PD erano solo comparse temporanee, intervallo per il grande show che si stava apparecchiando. Non è che sia tornato il fascismo, semplicemente non se ne è mai andato. Ma attenzione, non si tratta di ciò che è stato nel Ventennio, siamo seri. Quello fu epifenomeno di una realtà ben più profonda, di un sentire depositato e preservato come perenne giacimento. Mussolini fece solo da maieuta, si limitò poi a indirizzare quello che era riuscito a portare in superficie. Oggi non ci saranno leggi speciali, opposizioni silenziate con manganelli, delitti di stato. Stia tranquillo Walter Veltroni, torni pure ai suoi romanzi, non verrà confinato a Ventotene. No, si tratta di altro, si tratta di adeguarsi. Gli italiani sanno adeguarsi più di ogni altro popolo europeo. Siamo stati per così lungo tempo un vicerame. Franza o Spagna purché se magna infondo anticipa il tengo famiglia  di Longanesi. Guardiamo a Salvini e a Di Maio con fiducia come ai nuovi dioscuri della “patria”, non sono piombati giù da Marte, sono prodotti genuini, incarnazioni icastiche di ciò che noi siamo, di ciò che noi vogliamo.

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