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L’irrequietezza giordana e le sue interdipendenze regionali

giugno 11, 2018 • Mondo, z in evidenza

Redazione –

Da alcuni mesi in Giordania si susseguono proteste sempre più ampie per l’aumento del costo dei prodotti agricoli e dell’energia. Per tentar di arginare le proteste il re in sei mesi ha già apportato sei modifiche al governo, il cui primo ministro Hani al-Mulki si è infine dimesso il 4 giugno.

La Giordania è un’oasi di stabilità politica in Medio Oriente rispetto a vicini quali la Siria e l’Iraq, ma è un paese strutturalmente povero, la cui economia ha bisogno costante di aiuti internazionali. Ha oltre 10 milioni di abitanti (incluso un milione circa di immigrati e rifugiati fuggiti dalle guerre civili dei paesi vicini) su di un territorio arido e brullo, prevalentemente desertico, di 89.342 kmq e un solo affaccio sul mare ad Aqaba, città che dà il nome allo stretto golfo di cui la Giordania condivide le sponde con Egitto, Arabia Saudita e Israele. Via terra confina anche con la Siria e l’Iraq, paesi da lungo tempo travagliati da guerre civili e terrorismo.

Ha sempre avuto buoni rapporti con i vicini, ma ha partecipato alle guerre contro Israele della Lega Araba nel 1948-49 e nel 1967. Le zone arabe della Palestina a ovest del fiume Giordano e del Mar Morto (West Bank) e la stessa Gerusalemme erano giordane prima della guerra del 1967. Dopo la sconfitta del 1967 le ha cedute al controllo di Israele, paese con il quale ha firmato un trattato di pace.

Circa metà della popolazione giordana si definisce di etnia palestinese ed è stanziale, l’altra metà è di etnia beduina ed è in parte semi-nomade. L’età media della popolazione è di 22 anni e mezzo. Il 30% della popolazione è disoccupata. La rete elettrica copre l’intero territorio, ma il 40% delle abitazioni non ha elettricità dentro casa, anche perché vive in accampamenti mobili. Tutti però usano la telefonia cellulare.

Il territorio è ricco soltanto di fosfati e potassio, perciò produce ed esporta soprattutto fertilizzanti e prodotti farmaceutici. Avendo tanta manodopera, importa cotone ed esporta tessuti e maglieria. Ha stabilimenti di assemblaggio di componenti per aerei, costruiti da aziende americane.

La Giordania non ha sufficiente produzione agricola per alimentare la sua popolazione e non ha abbastanza fonti di energia. Spende moltissimo per importare petrolio e grano. Sia l’energia sia i prodotti alimentari di base vengono venduti a prezzi politici, sussidiati dallo stato, cioè vengono venduti sottocosto. Nessuno investe per creare impianti di produzione di energia solare o nucleare, né per sfruttare olio e gas di scisti recentemente scoperti, proprio perché l’energia eventualmente prodotta in loco dovrebbe essere venduta largamente sottocosto. Analoga la situazione per i prodotti agricoli: chi investe in costose infrastrutture per l’agricoltura (come quelle inventate e usate in Israele per garantire cibo sufficiente per tutta la popolazione), se poi deve vendere i prodotti sottocosto?

Nel 2016 il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un ulteriore prestito di 723 milioni di dollari alla Giordania, a condizione che venissero ridotti e gradualmente eliminati i sussidi per l’energia e per il grano, oltre che per altri prodotti. Proprio questi tagli ai sussidi hanno fatto aumentare rapidamente i prezzi del pane e di altre necessità quotidiane di base del 3-4 % in poco tempo e hanno provocato proteste e disordini.

Mentre il prodotto interno lordo pro capite dei Giordani è di soli 5500 dollari in termini nominali, il potere di acquisto di quei 5.500 dollari equivale a 12.500 dollari sul libero mercato, proprio perché i prezzi sono sussidiati. I prezzi politici sussidiati permettono di mantenere bassi gli stipendi, per attrarre più investimenti in aziende manifatturiere. Ma il paese è troppo isolato dai grandi mercati di consumo perché questo basti ad attrarre manifatture di massa.

La Giordania offre agli USA e a Israele basi militari e aeree che sono state di grande importanza per agire contro l’ISIS in Medio Oriente. Gli USA hanno ancora circa 2800 militari in Giordania, pronti a intervenire di nuovo in Siria se necessario.

Le spese per la difesa della Giordania sono finanziate totalmente da prestiti americani. Gli Americani cioè imprestano alla Giordania circa 1,27 miliardi di dollari l’anno per mantenere e armare i propri soldati. Ovviamente le armi vengono acquistate da aziende americane e l’esercito è addestrato da Americani.

Le attuali proteste sono state organizzate soprattutto dal movimento giovanile Hirak Shababi, che raggruppa vari gruppi politici palestinesi e pare sia istruito e finanziato da Hezbollah in Libano, quindi indirettamente dall’Iran. Se nelle crescenti proteste di piazza c’è davvero la mano dell’Iran, le mosse pacificatrici del re e il cambio di governo potrebbero non bastare a riportare la situazione sotto controllo, ma potrebbero sfociare in ribellioni, alimentare instabilità di fondo, con possibilità di nuove guerre civili.

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