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La necessità di una riforma istituzionale

maggio 28, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorsi –

Giunti a questo punto, col governo in pectore Conte che è diventato il governo “Con… te partirò… mai” e con la prospettiva di un governo Cottarelli (già designato da Berlusconi in campagna elettorale ricordate?) possiamo dire alcune cose: che per ora ci schiviamo il governo degli incompetenti a cinque stelle, e questa potrebbe essere una buona notizia.

La seconda è che il ruolo del Presidente della Repubblica, insistiamo a dirlo, a seconda di come è interpretato da chi ne è incaricato, passa con troppa disinvoltura dall’essere un incarico prettamente notarile all’essere un incarico di indirizzo politico. E questo, in relazione alla modalità di elezione della prima carica dello stato, presenta deficit di legittimità democratica.

Sappiamo infatti che è il parlamento a eleggere il Capo dello Stato e questo è un residuato della monarchia costituzionale: laddove un re sedeva sul trono d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione, si pensò di sostituirlo con un facente funzioni a termine, eletto con maggioranze qualificate. Il Re aveva potere di nominare e revocare i ministri, stando allo statuto Albertino, il Presidente della Repubblica può invece solo nominarli.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a diversi veti su vari ministri, in particolare per i dicasteri della giustizia (Previti nel primo governo Berlusconi, Gratteri in quello di Renzi); ma negli ultimi anni, specie con Napolitano, abbiamo assistito ad autentici “Governi del Presidente”, governi che nascevano più dall’incapacità di trovare la quadra in Parlamento rimettendo la responsabilità proprio al Capo dello Stato.

Ma il rimettere la responsabilità al Quirinale, significa di fatto che il Colle si assume la responsabilità di un indirizzo politico, laddove la Costituzione invece parla di un ruolo di garanzia. Ebbene, col veto di Mattarella su Savona, abbiamo avuto la dimostrazione, l’ennesima, che il Presidente della Repubblica non svolge un ruolo di garanzia. E questo non perché siamo sostenitori del governo “Salvimaio”, ma perché le garanzie occorre darle con un governo messo all’opera, non ponendo veti alla nascita dello stesso.

Anche perché di fatto, pur se non se n’è accorto nessuno, la contrapposizione tra Mattarella e il duo Salvini-Di Maio, altro non è che una contrapposizione tra Presidente della Repubblica e Parlamento.

Perché se il Parlamento esprime una maggioranza, la quale suggerisce un Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale , una volta incaricato dal Presidente della Repubblica deve designare l’intero Consiglio dei Ministri per poi presentarlo e farsi rettificare le nomine dei ministri dallo stesso Presidente della Repubblica; se il capo dello stato non accetta o si rifiuta di nominare una personalità espressa dalla maggioranza parlamentare, è o non è uno scontro istituzionale tra i due organi più importanti che regolano la vita della Repubblica?

E allora, a questo punto, non sarebbe auspicabile che il Presidente della Repubblica abbia un investitura popolare e venga eletto, come avviene per le regioni, in concomitanza con le elezioni per il Parlamento? Non sarebbe auspicabile che, con questo sistema (tolto però il potere di scioglimento delle camere, sostituito dalla sfiducia distruttiva, proprio come avviene per le regioni), si abbia una politica definita dal Capo dello Stato, smascherandone finalmente le finalità politiche?

Ribadiamo ancora una volta che è la prassi istituzionale ad averci portato a questo sistema. Ragion per cui, al nascente governo Cottarelli e al Parlamento che lo sosterrà chiediamo l’impegno, di qui a due anni (più o meno lo stesso tempo che ci misero a fare la Costituzione) di affrontare il nodo delle riforme istituzionali, completando il percorso iniziato nel 1993 con l’elezione diretta del sindaco, e poi dei presidenti di regione. Dopo di che, potranno proporre qualsiasi sistema elettorale per il Parlamento (già che proponiamo il trenta, proponiamo anche il trentuno col Tatarellum esteso a livello nazionale) con tanto di voto disgiunto a far si che i due organi siano bilanciati.

Questo è un modesto consiglio non richiesto. Anche perché, a dispetto di quel che si dice nei vari consessi catastrofistici, l’economia non sta annaspando a causa dei ritardi del governo, l’incertezza c’è ma non è così drammatica. Occorrerà evitare le clausole di salvaguardia, quello sì, amministrare in modo da non ammazzare la crescita (dovuta alla congiuntura internazionale favorevole che non alle politiche di Renzi e Gentiloni), ma il tempo per pensare a ristrutturare seriamente la Repubblica a livello istituzionale si deve trovare. Perché tra un anno, a istituzioni immutate, il rischio concreto è quello dell’ennesimo stallo.

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