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Israele, l’Europa e il dopo-storia

maggio 24, 2018 • Medio Oriente, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Tutto è avvenuto come da copione. Non c’è stato un dettaglio scenico, una luce, un costume, un fondale che non abbia avuto esattamente la collocazione che doveva avere. Il risultato è stato eclatante.

La prima dello spettacolo si è avuta il 30 marzo, quando, ai confini di Gaza e Israele, Hamas con il concorso della Jihad Islamica palestinese e i fondi garantiti dall’Iran ha allestito a beneficio interno ma soprattutto per la platea internazionale, la rappresentazione intitolata “Marcia del Ritorno”.

La dirigenza di Hamas poteva contare senza fallo sulla benevolenza dei mass media occidentali da decenni assuefatti alla propaganda araba elaborata a tavolino dopo il 1967(data fatidica e onta perenne per il mondo musulmano), con il concorso degli allora solerti uffici moscoviti. Nei calcoli di Hamas, l’Europa, soprattutto, doveva provvedere a fornire la platea più adatta, l’Europa dei “diritti umani”, del soft power declinato come approdo definitivo della storia, l’Europa del deal sul nucleare iraniano, voluto da un americano per sbaglio, “l’europeo” Obama, “uno dei nostri”, così lontano dai neocon e da un’idea di Stati Uniti forti e perentori. Obama che, quando era in exitu, poco prima di passare le consegne a Donald Trump, pugnalò Israele alla schiena permettendo che all’ONU fosse votata una delle peggiori risoluzioni di sempre, la 2334. L’Europa così sensibile alle marce pacifiche, alle manifestazioni, perché un conto è Israele che bombarda Gaza in risposta ai missili (esecrato anche in questo caso), un conto è però Israele che spara su i manifestanti “pacifici”, fa più senso. Infatti.

Il 30 marzo andò in scena la prima dello spettacolo, dicevamo. Israele aveva inviato i suoi soldati a difendere il confine, ben sapendo che la marcia di “protesta” era la grande copertura, l’adunata epica che convogliava migliaia di persone )30,000), la stragrande maggioranza comparse, per confondervi miliziani camuffati da civili, muniti di tronchesi, armi e ordigni esplosivi, il cui scopo era quello di sabotare la barriera di metallo ed entrare in territorio ebraico. Furono 15 i morti di quella giornata e subito iniziò il coro unanime della stampa e delle televisioni. Alti lai. “Carneficina”, “Massacro”, “Vittime innocenti”, e così via. Hamas può godere di una ampia sponda da queste parti, lo sa, ci conta, la ottiene sempre.

L’immagine dei soldati israeliani nella veste di spietati cecchini che sparano indiscriminatamente sulla folla, non può cedere il passo a nessun’altra considerazione. E perché non può? Perché troppo consolidata, troppo accudita. l’Europa ama i suoi palestinesi “vittime” come detesta i suoi israeliani “carnefici”, non riesce a rinunciare a queste preferenze, sono ruoli troppo familiari, frutto di anni e anni di abitudine, confortati da tutta una pinacoteca di vignette che ritraggono i soldati israeliani nazificati e i palestinesi trasformati negli ebrei di Auschwitz. Non fu, tra gli altri, anche un premio Nobel, il vecchio compagno Saramago, che in visita ad Arafat a Ramallah, nel 2002, dichiarò “In Palestina c’è un crimine che possiamo fermare. Lo possiamo paragonare a ciò che accadde ad Auschwitz“? Lo disse soli pochi giorni dopo l’attentato suicida al Park Hotel di Netanya in cui persero la vita 30 persone e ci furono 140 feriti. Per loro non espresse alcun cordoglio. Infondo si trattava di israeliani, dunque di “nazisti”.

Non è cambiato molto da allora, dai tempi della Seconda Intifada, quando Israele fu sotto assedio per cinque anni da parte di jihadisti che si facevano saltare in aria ovunque per “liberare” la Palestina dalla presenza degli “occupanti”, come è scritto chiaramente nella Carta di Hamas, dove, con esemplare chiarezza, la Palestina, tutta è considerata appartenente per l’eternità all’Umma islamica. Con la sua implacabile lucidità, Bat Ye’or lo rende esplicito in una intervista, “L’opinione di Hamas è in accordo con le leggi della guerra islamica di conquista. Qualsiasi paese non musulmano conquistato dall’Islam diventa un waqf, una dotazione per tutti i musulmani”.

Dopo il 30 marzo, quando si scoprì che dodici dei “pacifici” manifestanti uccisi dai “carnefici” israeliani, erano miliziani di Hamas, ovvero jihadisti, gente della stessa fede fanatica dei “martiri” del Bataclan o di quelli dei massacri di Bruxelles, Manchester, Berlino, Barcellona, ecc. l’Europa guardò da un’altra parte. Non era questa, questa non è, la sua fiction preferita, ne predilige un’altra. Abbiamo visto quale.

E dunque si è dovuto aspettare il 14 maggio, il clou della messinscena, quando a Gerusalemme, la delegazione americana ha inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti, per godere della seconda e più massiccia ondata di esecrazione internazionale nei confronti di Israele. Sì, perché questa volta, gli “inermi” palestinesi uccisi sono stati una sessantina.

Tra gli articoli vituperanti contro Israele e contro Trump, considerato responsabile morale di questa tragedia, si è distinto un altro premio Nobel per la letteratura, Vargas Lyosa, per il quale in Israele non esiste terrorismo ma sono solo due i cattivi in scena, Netanyahu e Trump. L’Israele di Netanyahu, (perché per Vargas Lyosa esiste un Israele alternativo e redentivo, ovviamente di sinistra) uccide i palestinesi, “Accusandoli di essere terroristi e di mettere in pericolo l’esistenza del piccolo Stato ebraico d’Israele, spara loro addosso, li ferisce, li assassina con il minimo pretesto”. Assassinare con “il minimo pretesto” è sempre stata prerogativa degli stati totalitari. Nessuno si era ancora accorto che Israele fosse diventato come il Terzo Reich, come la Russia sotto Lenin e Stalin. Dobbiamo a Vargas Lyosa questa scoperta.

La realtà, per questi menestrelli della menzogna è un obbrobrio. Nulla può sostituire la loro rappresentazione onirica, ideologica di una massa di umiliati e offesi, tutti arabi, i quali nulla hanno contro “il piccolo Stato ebraico di Israele” che “li ferisce, li assassina con il minimo pretesto”. Eppure sono loro stessi, gli “umiliati e offesi”, che smentiscono questa telenovela da quattro soldi, quando, come ha fatto Hamas, ha dichiarato che dei sessanta “inermi”, 52 facevano parte del gruppo integralista islamico il cui scopo programmatico era l’ingresso in Israele, e non per portarvi frutta e fiori.

Come ha scritto il colonnello Richard Kemp in un articolo abbacinante per rigore oggettivo, “Il reale obiettivo delle violenze di Hamas è quello di continuare la strategia di lunga data volta a creare e intensificare l’indignazione internazionale, la denigrazione, l’isolamento e la criminalizzazione dello Stato di Israele e dei suoi funzionari. Questa strategia annovera la creazione di situazioni che costringono l’IDF, l’esercito israeliano, a rispondere ricorrendo all’uso della forza letale, in modo da essere visto come il responsabile dell’uccisione e del ferimento di “innocenti” civili palestinesi”.

Non si può dubitare per un istante che Hamas abbia raggiunto lo scopo che si era prefissato. Si trattava di rimettere in campo, nuovamente, la vecchia e ormai usurata “causa palestinese”, in uno scenario mediorientale profondamente mutato nei suoi equilibri, dove il mondo arabo ha da anni delegato alla periferia un conflitto che non muove più gli animi e le masse. Hamas, da tempo in grave difficoltà a Gaza, dove le condizioni dell’enclave costiera dopo undici anni di cura islamica e di lotte fratricide con Fatah, è allo stremo, si è voluto rilanciare come immagine, rimettendo sul palcoscenico mondiale l’esecrazione per Israele e cercando di imporsi al pubblico palestinese come l’attore più autorevole, così da allargare la propria influenza anche in Cisgiordania, sempre più disaffezionata all’Autorità Palestinese del vecchio ras, Abu Mazen.

Ma per i Vargas Lyosa e per i firmatari ebrei italiani “illuminati”  tra cui l’inossidabile Gad Lerner, e poi Roberto Saviano, che hanno posto il loro nome in calce a una lettera appello contro “l’uso sproporzionato della forza” a Gaza, la causa di quanto è accaduto sarebbe lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e non, poveri allocchi, la precisa volontà di Hamas di usare questo avvenimento come pretesto per sacrificare con il solito cinismo un po’ di carne da cannone, all’insegna del grande falò contro Israele condito dall’immancabile antiamericanismo di riporto.

E’ tutto conseguente. Non fa una piega infondo. L’Europa si è consegnata ormai, armi e bagagli alla convinzione che i terroristi e gli integralisti musulmani possano essere convertiti al dialogo, perché solo il dialogo può fiorire nel dopo-storia. Il problema è, per tutti costoro, che il dopo-storia, il kantiano orizzonte illuminista della pace razionalmente concordata, non è mai arrivato. Israele lo sa bene, come bene lo sanno questi Stati Uniti che non si illudono sul futuro di un mondo privo di minacce, purgato dal male in virtù di pragmatismo e diplomazia. E sarebbe bene che lo scoprisse anche questa Europa prona all’allucinazione e alla mistificazione (soprattutto quella contro Israele), prima che sia troppo tardi.

 

 

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