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La verità, l’inferno e le coscienze illuminate

maggio 16, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Gli appelli pieni di buone intenzioni e infiorettati di parole confortanti, nei quali l’equidistanza si presenta come perfetta misura, olimpico e saggio sguardo sulle cose, convincono sempre poco chi, zavorrato dalla concretezza insuperabile della realtà non riesce a elevarsi a tali altezze. E dunque non può fare eccezione la lettera appello firmata da un gruppo di intellettuali, tra cui spiccano David Grossman e Roberto Saviano, che Repubblica, salotto del pensiero giusto e corretto pubblica sulle sue pagine.

La lettera prende spunto da quanto è accaduto lunedì ai confini tra Israele e Gaza, e che è cominciato ai primi di aprile, la grande manifestazione contro Israele al di qua della barriera divisoria. Manifestazione propagandata come pacifica e spontanea, in realtà organizzata da Hamas e foraggiata dall’Iran, che doveva servire al gruppo integralista che controlla dal 2007 l’enclave costiera, come copertura per rompere la barriera e infiltrare i propri uomini armati all’interno dello Stato ebraico.

Solamente durante la giornata di lunedì, che coincideva con l’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, Hamas ha tentato, in dodici punti diversi lungo la barriera, di raggiungere il proprio obbiettivo. In un caso ci sono riusciti. Otto uomini armati  entrati in Israele, hanno aperto il fuoco contro l’unità speciale Maglan dell’IDF e sono stati tutti uccisi.

La risposta complessiva di Israele al tentativo da parte di cellule jihadiste di superare il confine è stata inflessibile. I morti palestinesi sarebbero 60, secondo la cifra inverificabile da fonti indipendenti, fornita dal Ministero della Sanità di Hamas. Il comando dell’IDF ha affermato che almeno 24 tra i morti sarebbero tutti identificabili come militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese.

Ma tutto questo nella lettera è omesso. Al suo posto troviamo scritto:

“Noi sottoscritti, sostenitori del diritto di Israele ad esistere come stato entro confini legittimi, sicuri e riconosciuti, e ugualmente di quello dei palestinesi ad uno stato indipendente, guardiamo con estrema preoccupazione alle prime conseguenze, letali per le prospettive della pace, dello spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme da parte dell’amministrazione Trump”.

La menzogna trova sempre ostello là dove si è disposti ad ospitarla. Lo spostamento dell’ambasciata americana non centra nulla con una azione già in atto a Pasqua, quando ci furono i primi tentativi di sfondare la barriera e Israele rispose con il fuoco. Ma naturalmente, Trump e la sua decisione coraggiosa di mettere fine a una ipocrisia che durava da settanta anni, (Gerusalemme è di fatto dal 1948 la capitale politica di Israele), sono feticci perfetti per la demonizzazione da parte delle anime belle. Trump pazzoide che incendia il Medioriente, che dà fuoco alla polveriera, è un irresistibile cartoon. Molti ne sono appassionati, su Repubblica massimamente il redivivo duo De Rege,  Zucconi-Rampini. La lettera prosegue:

“Non possiamo tacere di fronte all’uso sproporzionato della forza da parte di Israele. L’uso di armi da fuoco contro civili è ammissibile soltanto se detti civili partecipano direttamente ad azioni ostili, non se varcano o cercano di superare la frontiera con Israele. Vi sono mezzi non letali per contenere e disperdere proteste anche di massa.

Qui la menzogna fa corpo unico con una delle espressioni più in voga da parte dei cultori delle astrazioni luminose, dai kantiani sostenitori del fiat iustitia et pereat mundus. “Uso sproporzionato della forza” si è sentito ripetere costantemente in questi giorni e anche in passato, tutte le volte che Israele reagisce e si difende. Lo si usò massimamente nel 2014 durante l’ultimo conflitto tra Israele e Hamas e prima ancora nel 2009, in quello che lo aveva preceduto, quando l’ONU istituì una apposita commissione di inchiesta per appurare, i “crimini di guerra” commessi, ca va sans dire da Israele. Di quelli eventuali di Hamas non se ne faceva alcuna menzione. Fu lo stesso giudice Richard Goldstone che presiedette la commissione, dopo il rifiuto di farlo da parte dell’ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson la quale aveva affermato che il mandato non era “guidato dai diritti umani e dalla legge internazionale sui diritti umani ma dalla politica”, a sconfessarlo in una lettera del 2011 apparsa sul New York Times in cui scriveva:

“Oggi sappiamo molto di più di ciò che accadde a Gaza nella Guerra del 2008-09 di quanto sapessimo quando presiedetti la missione per investigare i fatti, istituita dal Consiglio ONU per i Diritti Umani, diventata nota come Rapporto Goldstone. Se avessi saputo allora quello che so oggi, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso. Le accuse di premeditazione da parte di Israele erano fondate sulle morti e le ferite dei civili in situazioni nelle quali la nostra missione intesa a verificare i fatti non disponeva di nessuna prova sulla base della quale potere giungere a conclusioni diverse. Mentre le investigazioni pubblicate dall’esercito israeliano e accettate nel rapporto del comitato delle Nazioni Unite, hanno stabilito la validità di alcuni episodi da noi investigati relativamente a casi concernenti soldati singoli, esse indicano anche che i civili non vennero presi intenzionalmente di mira…Avevo sperato che la nostra inchiesta di tutti gli aspetti del conflitto di Gaza avrebbe inaugurato una nuova epoca di  imparzialità al Consiglio ONU per i Diritti Umani, la cui storia di pregiudizio contro Israele non può essere messa in dubbio”.

Ma la forza è sempre “sproporzionata” quando chi la usa non ne è a sua volta vittima e soprattutto quando i civili sono usati come carne da macello, mischiati ai terroristi, in modo da lucrare sulla loro morte ed esporre Israele all’abituale esecrazione. Tecnica che Hamas utilizza da sempre con massimo profitto. Gliene va dato atto.

Così apprendiamo che per gli estensori della lettera, gli intellettuali con le mani alzate, i jihadisti di Hamas, come quelli uccisi dall’unità Maglan sarebbero, ci si immagina di sì, partecipanti “direttamente ad azioni ostili” anche se le armi non andrebbero usate contro chi varca “la frontiera con Israele”, magari munito di fiori e frutta. Il principio di non contraddizione è una opzione che i firmatari non considerano. C’è poi, sì, c’è, dopo la reprimenda nei confronti di Israele, anche una strigliatina per Hamas:

“Condanniamo la retorica fondamentalista di Hamas che non abbandona il rifiuto di Israele né desiste da una guerra di guerriglia che espone la gente di Gaza alla rappresaglia di Israele”.

Si trova come fanalino di coda ciò che dovrebbe essere posto all’inizio della lettera, poiché è esattamente il rigetto di Israele e la programmatica jihadista di Hamas, oggi sostenuta principalmente dall’Iran che alla pari di Hamas vorrebbe Israele annientato, la causa di ciò che è accaduto lunedì. La risposta armata di Israele è solo la conseguenza di tutto ciò. Ma i firmatari illuminati capovolgono l’ordine dei fatti, invertono gli antecedenti temporali, in modo che in primis sia Israele ad apparire colpevole e solo successivamente anche Hamas venga coinvolto.

La conclusione scalda i cuori affranti, quelli jihadisti in particolare:

“Chiediamo, soprattutto, che tacciano le armi e si cerchino ora e per il futuro, da parte di tutti, le vie politiche del dialogo, della conoscenza reciproca e della pace in tutta la regione”.

Quando la realtà affonda così miseramente nella melassa ci si può solo ripulire dalla sua vischiosità tendendo ben presente ciò che Thomas Hobbes scriveva nel Leviatan, “La verità è l’inferno visto troppo tardi”

 

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