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Due idee opposte di Occidente

maggio 9, 2018 • Mondo, z in evidenza

 

di Niram Ferretti – 

Donald Trump ha anticipato ieri la sua decisione tanto attesa, la dichiarazione con la quale avrebbe annunciato il destino dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, il gioiello della corona del suo predecessore Barack Obama. Lo ha fatto di arbitrio, come aveva fissato di arbitrio la deadline del 12 di maggio, quando i sottoscrittori europei dell’accordo avrebbero dovuto mostrargli il lavoro fatto, le correzioni a una transazione che il presidente americano considerava disastrosa. Correzioni mai arrivate. Lo disse chiaramente in campagna elettorale e lo ha continuamente ripetuto, da dealer stagionato quale è, “E’ il peggiore negoziato mai concluso dagli Stati Uniti”.

Gli prudevano le dita da tempo per farlo a pezzi, e la notizia che l’ex Segretario di Stato John Kerry, uno dei promoter più attivi nel magnificarne le virtù, si era incontrato più volte con l’attuale ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, è stata forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Due giorni prima o tre giorni dopo, avrebbe cambiato poco. Il deal, in realtà, era già morto da giorni, tenuto in vita virtualmente, come la salma di Francisco Franco, giusto il tempo per poterne dare l’annuncio. Il decesso aveva avuto luogo il 30 aprile, quando Benjamin Netanyahu, il suo più tenace oppositore, aveva rivelato al mondo il risultato di una spettacolare operazione del Mossad, il trafugamento dall’Iran nottetempo dell’intero archivio atomico iraniano.

Nell’esposizione Netanyahu non aveva mostrato alcuna pistola fumante, nessuna prova che l’Iran, dal 2015 avesse trasgredito l’accordo in quanto tale, indicava l’estensione di un programma ben nascosto e solo congelato, in attesa di essere ripreso appena il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) sarebbe arrivato alla sua fine. Indicava l’assoluta inaffidabilità di chi ne era stato il principale beneficiario.

Il problema, infatti, stava a monte, e non a valle. Stava nell’avere concesso credito a un regime autoritario e infido fondato sulla persuasione che la rivoluzione khomeinista del ’79 debba essere esportata in tutto il mondo, la possibilità di giungere, alle testate nucleari.

Perché l’Iran avrebbe dovuto trasgredire un contratto nel quale, a fronte del suo momentaneo freno sull’arricchimento dell’uranio sarebbe stato riabilitato internazionalmente, ottenendo un flusso spaventoso di denaro da usare soprattutto per finanziare il proprio espansionismo regionale, ma non solo (in Sudamerica ci sono più di 100 centri culturali iraniani il cui scopo è quello di diffondere la versione islamica sciita radicale di Hezbollah), e che dopo 15 anni gli avrebbe permesso di riprendere il programma atomico lì dove lo aveva lasciato? Perché avrebbe dovuto mettere in mora una situazione così enormemente vantaggiosa per il consolidamento e la perpetuazione del regime? Quando il tempo è dalla propria parte si può solo aspettare, pazientemente, il giorno in cui si raccoglieranno i frutti.

“La minaccia maggiore con cui dobbiamo confrontarci oggi”, disse Netanyahu al Congresso degli Stati Uniti, nel 2015, “E’ il matrimonio tra radicalismo islamico e ordigni atomici”. La minaccia maggiore per Israele, ovviamente, ma non solo. L’Arabia Saudita, in testa ai paesi sunniti, il regno custode della Mecca, ha salutato con sollievo la decisione americana. L’Iran è un rischio generale, ma più prossimo per chi se lo trova dirimpetto.

I continui raid israeliani in Siria per colpire posizioni iraniane fanno parte di un obbiettivo chiaro e dichiarato, impedire che la Siria diventi una piattaforma sciita da cui attaccare Israele. L’uscita americana dall’accordo sul nucleare rappresenta un indubbio appoggio a Israele il quale, dal canto suo, procede con determinazione nel contenere l’Iran a nord dei suoi confini.

L’Iran, che si in questo momento, si trova in un frangente economico estremamente critico, con proteste frequenti nel paese, (di poco o nulla ha beneficiato la popolazione dall’enorme flusso di denaro entrato dagli Stati Uniti, usato in grande parte per la spesa militare), riceverà un contraccolpo non indifferente dalla reintroduzione delle sanzioni americane. In questo senso, appaiono pateticamente surreali le dichiarazioni di Federica Mogherini, che la UE resterà comunque in un accordo, dove chiunque penserà di fare affari con Teheran incorrerà nelle sanzioni che gli USA reintrodurranno massicciamente.

Ed è nella ostinazione con cui l’Europa ha continuato a sostenere un accordo palesemente squilibrato e ieri nella decisione degli Stati Uniti di rescinderlo che si evidenzia ulteriormente la distanza enorme che separa due idee di Occidente. Quella che Israele incarna da settanta anni a difesa della sua sopravvivenza, sempre costretto a riconoscere chiaramente i suoi nemici, e che oggi gli USA guidati da Donald Trump condividono in  proprio con lucido realismo, e quella di chi i suoi nemici li vezzeggia e li lusinga sperando in questo modo di ammansirli.

 

 

 

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