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Il duro cuneo

maggio 3, 2018 • Agorà, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

 

Gli strenui sostenitori dell’accordo sul nucleare iraniano, conosciuto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), tra cui, naturalmente, l’ex segretario di Stato dell’amministrazione Obama, John Kerry, si sono affettati a unire la loro voce in un concerto teso a minimizzare la portata dell’esposizione, lunedì scorso a Tel Aviv, da parte di Benjamin Netanyahu, dell’archivio segreto dell’Iran relativo al suo programma atomico.

“Sono cose che sapevamo già“, “Non c’è nulla di nuovo“, “Si tratta di materiale precedente la stipula dell’accordo”, e così via.  L’imponente operazione di intelligence israeliana che ha trafugato dall’Iran 55,000 documenti più 55,000 file contenuti in 183 CD, operazione preparata accuratamente in anni ed eseguita materialmente con prodezza stupefacente in una sola notte, avrebbe dunque prodotto, come la proverbiale montagna, un topolino? Il governo israeliano avrebbe esibito al mondo questa operazione bruciandosi in questo modo la sofisticata rete di contatti e infiltrazioni in Iran, aumentando esponenzialmente il livello di guardia iraniano, unicamente per uno show che non avrebbe rivelato nulla di significativo al mondo? E’ credibile che il Mossad si sia impegnato in una operazione così futile?

Ovviamente no. Perché non è tanto l’estensione delle informazioni del materiale trafugato da Israele a importare, anche se ovviamente sono di massima rilevanza e in gran parte sconosciute, quanto il fatto stesso che esso esista e fosse stato nascosto in un magazzino abbandonato la cui localizzazione era conosciuta solo a pochi.

Il materiale, in altre parole, doveva restare segreto e inaccessibile agli occhi di eventuali ispettori internazionali. Ma perché? Non era stato forse John Kerry ad assicurare ripetute volte che tutto il materiale informativo relativo al passato programma atomico iraniano doveva essere reso noto a un comitato di monitoraggio internazionale, essendo questo presupposto uno dei cardini dell’accordo che Barack Obama si apprestava a condurre in porto? E’ chiaro dunque, per chi sa vedere il punto e non si concentra su i contorni, che l’accordo stesso nasce profondamente vulnerato da un gigantesco omissis. E’ l’entità del buco, della falla, una voragine riempita da migliaia di documenti occultati, il centro della questione.

Era ed è questa la smoking gun, non l’evidenza che l’Iran dall’estate del 2015 abbia proseguito nel programma atomico, trasgredendo fattualmente il senso dell’accordo sul nucleare, ma che il programma sia lì, esteso, minuzioso, minaccioso, a mostrare lampantemente la doppiezza del regime e la sua necessità di farlo sparire da occhi scrutatori. Il programma già avanzato che è solo momentaneamente congelato in attesa di essere ripreso appena i termini temporali dell’accordo saranno venuti meno.

Era quello che serviva e serve a Donald Trump per uscire da un deal che già in campagna elettorale aveva qualificato come il peggiore mai fatto, pieno zeppo com’è  di limitazioni tutte a vantaggio di un regime che dal 1979 ha fatto della violenza e del terrore la sua ragione d’essere e che da prima dell’accordo e dopo, ha esteso la propria aggressiva tentacolarità su buona parte del Medioriente, in Libano, Siria, Iraq, Yemen, finanziando Hamas e continuando ad affermare senza sosta la necessità della distruzione di Israele.

Le cose si stanno muovendo velocemente in Medioriente. E non sfugge certo ai più accorti e attenti osservatori regionali che tra Israele e l’Iran il contrasto sta assumendo forme sempre più concrete.  Solo negli ultimi mesi Israele ha eseguito tre attacchi aerei in Siria finalizzati a colpire postazioni iraniane. A febbraio fu abbattuto un drone che era entrato nel suo spazio aereo, e di seguito vennero distrutti quattro obbiettivi iraniani e il sito da cui il drone era stato inviato in Israele. All’inizio di aprile si è trattato di un altro raid contro una posizione delle Guardie Rivoluzionarie e recentemente è stata la volta di due basi iraniane. In entrambi i casi sono morti numerosi combattenti sia iraniani che siriani. E’ evidente l’accelerazione in corso e l’esplicito appoggio americano alle incursioni di Israele, il cui scopo è quello di indebolire la posizione iraniana in Siria e mostrare la propria velocità e risolutezza di risposta.

Il timing dell’esibizione dell’archivio segreto iraniano da parte di Benjamin Netanyahu a pochi giorni dalla decisione di Donald Trump se rimanere o uscire da un accordo detestato il quale rappresenta plasticamente il maggiore ed esibito trofeo in politica estera del suo altrettanto detestato predecessore alla Casa Bianca, non è, ovviamente, casuale.

La fine prevedibile dell’accordo significa per l’Iran un colpo non indifferente, il venire meno della sua rilegittimazione internazionale con il conseguente ammanco di un enorme sollievo finanziario a fronte di una situazione economica interna molto precaria.

La salda unione anti-iraniana tra Israele e USA in questo momento storico con l’appoggio degli stati arabi, Arabia Saudita in testa, è il duro cuneo che si sta inserendo sempre più nelle crepe del regime. Si deve ragionevolmente supporre che continuerà a spingere.

 

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