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Avanti, march

aprile 30, 2018 • Mondo, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Veloce e senza tentennamenti procede la linea di azione americana in Medioriente. Il sole è tramontato sulla dottrina di Barack Obama che abbracciava il mondo musulmano riservando una particolare cura per gli estremisti (ammansire il più possibile i coccodrilli regionali era la cifra preferita dell’amministrazione precedente), e ponendo tra se e Israele una distanza infastidita.

La riscossa, per così dire, la annunciò Trump tweetando appena dopo che Barack Obama aveva assestato a Israele la pugnalata peggiore datogli dagli Stati Uniti, nella forma della Risoluzione 2334, in cui si ribadiva l’illegalità non solo della presenza israeliana in Cisgiordania ma anche a Gerusalemme Est. Fu la porcata finale di un presidente infido come un serpente, ancora tale solo per pochi mesi prima di passare la consegna al neo eletto Trump.

Trump annunciò che le cose sarebbero cambiate presto. Ha mantenuto fede alla promessa.

Il 6 dicembre dell’anno scorso, Gerusalemme viene finalmente dichiarata dagli Stati Uniti, capitale di Israele, cosa che è sempre stata sin dal 1948. Si è trattato del trionfo del realismo, della certificazione dell’empiria sull’ipocrisie e l’inganno.

In Europa aedi di sventura annunciavano già la Terza Intifada. Wishful thinking destinato presto a naufragare. Qualche tumulto, poca cosa. Indignazione araba rituale, ma assai smorzata. E si capisce. La decisione di Trump, preparata con cura, godeva della sponda araba, specialmente a Riad dove il giovane e rampante futuro re del regno custode della Mecca, nutre scarso interesse per la “causa palestinese”. Questa non è proprio una novità, a dire il vero, da almeno un quindicennio essa ha stancato il mondo arabo, continua ad appassionare soprattutto la sinistra occidentale.

Sono recenti le esternazioni infastidite del principe Mohammed Bin Salman riguardo ai palestinesi: “Farebbero meglio a firmare un trattato di pace avendo perso tuttte le occasioni possibili negli ultimi quaranta anni”. No, non è uno scherzo. Nonostante i buffoni “antifascisti” italiani aggrappati alle parole d’ordine coniate a Mosca alla fine degli anni Sessanta, per cui Israele sarebbe “colonialista” e “imperialista”, e che durante il 25 aprile si presentano abitualmente con bandiere “resistenziliste” palestinesi. Riad non ne tiene molto conto.

E’ esilarante guardare questa patetica genia prigioniera dell’ideologia mentre la storia, di lor non ragiona, ma guarda e passa.

Il passo di Trump è veloce. Dopo Gerusalemme proclamata capitale è il turno dello spostamento dell’ambasciata. “Ci vorranno anni, non avverrà durante il suo mandato”, dicevano gli “esperti”. Infatti. Il 14 maggio verrà spostata. Nel frattempo sono stati tagliati i fondi all’UNRWA, l’ente ONU che ha lo scopo di perpetuare ad eternum la discendenza dei rifugiati arabi-palestinesi del 1948, e pure i fondi che gli USA versano nelle casse dell’Autorità Palestinese usati in parte per remunerare i terroristi e le loro famiglie.

Abu Mazen ha strepitato, sul palcoscenico ormai privo dei fondali tenuti in piedi per anni e anni dalle precedenti amministrazioni americane. Abbandonato dal mondo arabo già da molto tempo, il satrapo di Ramallh è per anagrafe e irrilevanza politica costretto a chiudere i battenti. Nel mentre, Hamas ha inscenato a Gaza la cosiddetta “Marcia del Ritorno”, una pantomima atta a provocare le solite vittime tra i propri miliziani da presentare al mondo come pacifici manifestanti e così conquistare l’abituale consenso dei massmedia, soprattutto quelli europei.

Gli USA non hanno battuto ciglio, hanno ribadito che Israele ha il pieno diritto di difendere i propri confini, come li ha ogni stato sovrano. Incredibile.

L’arrivo ieri a Gerusalemme del nuovo Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ex direttore della CIA, ha mostrato ulteriormente dove si dirige il passo.

Adequatio rei et intellectus.

La realtà si presenta alla mente nella forma della corrispondenza della cosa al pensiero e dunque al linguaggio. L’Iran è la minaccia, è il problema. Non un conflitto periferico, che ormai ha perso ogni rilievo a livello mondiale e viene tenuto in piedi solo dalla propaganda. Il centro della scena è Teheran con le sue mire espansionistiche e milizie foraggiate in Libano, Iraq, Siria, Yemen.

Non avranno il nucleare. Questo è quello che Trump ha promesso e Pompeo ribadisce a Netanyahu. Trump è uomo di parola. Finora l’ha mantenuta. L’accordo sul nucleare voluto da Barack Obama ha già l’encefalogramma piatto. Si finge che Trump non abbia ancora deciso se ne uscirà o meno. Si tratta giusto di un po’ di scena, non vede l’ora di disfarsene.

L’Iran è disastrato economicamente a causa di due fattori: l’enorme spesa militare estera per finanziare la dottrina del fanatico Khomeyni, e la corruzione dilagante. La cassa, privata dei soldi americani, una volta che l’accordo salterà, da cosa verrà riempita? Chi potrà, in Europa, fare affari con Teheran quando gli USA lo avranno ricollocato dove gli compete, tra le principali minacce a livello mondiale?

Resta l’incognita del piano per la pace che l’amministrazione Trump ha predisposto per israeliani e palestinesi. E’ la tua ultima spiaggia, ha detto Mohammed Bin Salman rivolto ad Abu Mazen. Intanto, per la prima volta, il Dipartimento di Stato, in un documento ufficiale, non definisce più la Giudea e la Samaria, territori “occupati”.

Epocale? Sì. Altre cose si aggiungeranno.

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