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Mai più 25 aprile con L’Anpi

aprile 25, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Ariella Lea Heemanti –

All’Anpi di Milano ci andavo spesso, un tempo. A volte c’era un convegno sulla guerra di Spagna, con il poeta Fernando Macarro Castillo, per più di vent’anni imprigionato nelle carceri franchiste, che mi chiedeva conto del mio accento spagnolo, e venuto a sapere come e perché, sospirava dicendo, in italiano e spagnolo intrecciati: “Ah ecco por qué tienes una faccia hermosa judio andalusa!“” Lo sguardo  gli si allargava in un’ombra che era insieme dolcezza, era malinconia. Altre volte bisognava intervistare Tino Casali, l’August Colombani della Resistenza e Liberazione nazionale francese nella regione del  Vaar -Collebrieres, l’ Agostino Casali nato proprio il 25 aprile, nel 1920, a Milano,  che al rientro dalla Francia, nel 1944, aveva organizzato i Gap  nel capoluogo lombardo e poi era andato a combattere nell’Oltrepò pavese. “Partigiano per sempre”, si definiva lui stesso, e quello era il titolo di una storia da raccontare.

Nella giornata del 25 aprile, specie se c’era il sole a Milano, era naturale e bello sfilare in corteo con i rappresentanti dell’Anpi, che insieme a quelli dell’Aned e ai sopravvissuti  ebrei dei campi di concentramento  giungevano nella piazza del Duomo fra gli applausi e la commozione della folla, le bandiere fra le quali non compariva ancora, orrida e prepotente, quella della Liberazione della Palestina dal nemico sionista, la stessa che il piccolo, nerboruto e  furente duce della Pomerania aveva chiesto ai gerarchi rosso bruni di far sventolare più in alto di quella del Reich,  durante la visita del Gran muftì di Gerusalemme Amin Al-Husseini, in vista della Soluzione finale del problema ebraico sino in Palestina. Pazienza se  Giovanni Pesce ormai non faceva che blaterare di una casa a Rapallo, fra gli scogli e l’acqua di mare, di tutta la fascinazione femminile del mondo concentrata attorno a lui. Se ne poteva sorridere, sebbene non fosse propriamente quella l’idea che si aveva di una medaglia d’oro al valor militare. Se poi “l’eroico combattente dotato di irresistibile leggendario coraggio”, come recita la motivazione della sua onorificenza, ammoniva di “non parlare male – per carità –  dell’Unione Sovietica e di Stalin” al cospetto di sua moglie, la staffetta partigiana Onorina Brambilla, gli si poteva sempre replicare che l’ebreo Umberto Terracini, padre dell’Assemblea costituente, l’Unione Sovietica l’aveva criticata sin dai tempi del patto di non aggressione fra l’URSS e la Germania nazista, e che i ligi vassalli dell’ex bandito della Georgia si erano sentiti costretti per questo, e per il suo rifiuto di rinnegare Israele, a isolarlo e a  sospenderlo dal partito, figurarsi se, con tutto il rispetto per la sua storia, si poteva temere la reazione di Nori Pesce. Al che il comandante  “Ivaldi” o “Visone”,  con un’aria quasi infantile, teneva a precisare che anche lui, dopotutto, era stato rimproverato dai compagni di parlar male dell’Unione Sovietica! Se fosse vero o no, quel particolare, non era importante quel giorno.

Era il 25 aprile. C’era quasi sempre il sole. C’era un ragazzo venuto dalla Sicilia che batteva le mani e piangeva e rideva di gioia al passaggio dei deportati. I falsi amanti degli arabi di Palestina non avevano ancora avuto licenza di fagocitare il senso di quella celebrazione, di manometterlo brutalmente e di capovolgerlo con tutto l’odio, tutta l’aggressività che hanno bisogno di sfogare e che chiamano antisionismo.  C’erano già, certo, al corteo. Se i partigiani li pregavano di comprendere che “il 25 aprile non è il giorno delle provocazioni” e di una violenza concepita per essere attuata, per picchiare, dilatare lo sguardo ossesso e urlare slogan privi di storia, di giudizio, di verità, quelli rispondevano, letteralmente: «Non ce ne frega niente di quattro rincoglioniti che non si ricordano quello che hanno fatto». Il partigiano istriano, allora, nome di battaglia Zeno, faceva una smorfia di ripulsa, e come già prima Rosario Bentivengna, il gappista di via Rasella, li chiamava infiltrati. «Gente che non mi piace,  non dovrebbe essere qua, dall’Istria ho mandato armi all’Haganà nel ’48, per la guerra d’indipendenza d’Israele». Ed è stato a costoro che l’Anpi si è sottomessa, venduta, consegnata. Con costoro ha cominciato a condividere, anche se non è disposta ad ammetterlo, la funzione degli squadroni della causa palestinese incaricati di assediare i simboli della Brigata ebraica, di minacciare e persino cercare di percuotere tutti coloro che sotto quelle insegne vogliono sfilare per ricordare la bellezza, il coraggio, l’altruismo e il valore della Chativah Yehudit Lochemet, di quei soldati  ebrei che dalla terra d’Israele, mentre il capo spirituale dei maomettani veniva ricevuto in pompa magna a Roma e rassicurato dal cavaliere in fez rosso, per poi correre a Berlino ad accendere la psiche e l’occhio idrofobo del Führer con la richiesta di  potersi occupare dello sterminio degli ebrei in sede islamica, vennero in Europa, nell’Europa che aveva guardato indifferente e ignava alla partenza e alla distruzione della sua componete ebraica, a combattere contro l’orda barbara  che marciava e avanzava al passo dell’oca.

E vennero in Italia, a liberarla anche loro, con il loro sguardo eroico, alto e fedele, con le ceneri di Auschwitz nel cuore, con la mano dolce e forte di un popolo che rinasceva nella sua terra di memoria, di dolore, di amore, di speranza, con lo stupore e l’estasi di chi, come a S. Nicandro, li vide, vide quelle bandiere con la stella di Davide, e seppe che Am Israel Chay, il popolo d’Israele vive, esiste. Ed eccoli qua, di nuovo, questo 25 aprile, gli scherani della “Palestina libera, Palestina rossa” ringhiare contro la presenza ebraica al corteo, cercare di allungare gli artigli e colpire, ferire, come quel 25 aprile del 2008 quando fu il partigiano Alberto Terracina a doversi difendere con il suo bastone, a ottantasette anni,  a dover difendere il vessillo della Brigata ebraica e d’Israele dall’assalto degli antisemiti, con Piero Terracina, il superstite di Auschwitz, che anche lui respingeva con il vigore della sua consapevolezza l’offesa feroce alla storia, alla verità, da parte di una banda di violenti, di ignoranti e disonesti  che in corteo portano i colori della stoffa offerta al vento del Reich nazista, cucita dall’inno delle masse arabe: «Hitler è il nostro eroe, gli ebrei sono i nostri cani e noi berremo il loro sangue». Eccoli qua, i protagonisti del 25 aprile, fischiare e insultare anche quest’anno il nome, l’emblema della Brigata ebraica e chi lo porta con amore, con onore.

L’Anpi è responsabile di questo e il suo pavido motto, “chi offende la Brigata ebraica offende la Resistenza”, è il suo escamotage infingardo, il suo rifiuto di non concedere alle bandiere arabo-palestinesi un posto che non spetta loro, perché quelle bandiere sventolavano dalla parte di Hitler mentre Enzo Sereni, dalla terra d’Israele dove aveva fatto aliyah nel 1927,  dal kibbutz Givat Brenner e dal sogno della coesistenza fra ebrei e arabi risaliva l’Italia, la terra in cui era nato, con la Brigata ebraica, prima di essere catturato dai nazisti e fatto perire a Dachau. Anche chi da parte ebraica per ammansire e blandire gli animi assicura  che “il 25 aprile non c’entra niente con Israele” sbaglia, e offre il fianco alla pericolosa insulsaggine di una Sumaya Abdel Qader,  che già l’anno scorso vaneggiava così: «Io stessa sfilerei con quelli della Brigata ebraica se mi assicurassero che non c’entrano niente con Israele».  Consistente grado di scollegamento dalla realtà di una giovane seguace di  Hassan Al Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani,  che fu estimatore di Benito Mussolini e  appassionato diffusore della propaganda e dell’opera hitleriana in Medio oriente.

Anche quest’anno il 25 aprile è passato con il suo strascico di violenza sulla storia, di mancanza di dignità e probità da parte di chi non dovrebbe permettere ciò. Il 25 aprile non ho mai più sfilato con l’Anpi e per la verità, al loro corteo, non ci sono mai più andata, da diciotto anni oramai. Quella è divenuta un’altra storia. Israele e la Resistenza vera c’entrano, partigiani per sempre.

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