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Una terza Repubblica che sa molto di prima

aprile 6, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorsi –

Nulla di fatto al primo giro di consultazioni che, a questo punto, sono assomigliate non poco a un Draft Nba: una lotteria dove il presidente della repubblica ha messo la mano nell’urna per capire chi doveva essere la prima scelta. La pallina ha detto “ritenta sarai più fortunato”.
Mentre però tutti hanno posto l’attenzione soprattutto allo scontro uno contro uno, per usare sempre un termine preso dal basket, tra Salvini e Di Maio; la nostra attenzione si sposta su alcuni fattori apparentemente irrilevanti, ma che sono diventati prassi consolidata nel nostro sistema politico o quasi.

La prima prassi, consolidata dal 1994 a oggi è la possibilità, prevista dalle varie leggi elettorali che si sono susseguite (quattro negli ultimi 25 anni se si considera anche l’Italicum), di presentare delle coalizioni pre-elettorali. E il fatto che questa possibilità ci sia stata anche lo scorso 4 marzo la dice lunga su chi gli italiani hanno preferito nel segreto dell’urna, con buona pace di Di Maio e del suo 32%.

La seconda prassi, un po’ più recente anche se sia con Cossiga che con Scalfaro ci sono state avvisaglie, è quella di affidare al Presidente della Repubblica il reale indirizzo del governo, con buona pace, questa volta, del voto espresso dai cittadini. Il tutto nella cornice di una Costituzione, definita a torto “la più bella del mondo”, che lascia uno spazio interpretativo abnorme visto e considerato che il Governo, che viene nominato dal Presidente della Repubblica (articolo 92) deve avere la fiducia delle due camere (articolo 94). Non una parola sulle maggioranze parlamentari, né su chi debba essere nominato Presidente del Consiglio dei Ministri.
E’ oltremodo curioso che, un paese come il nostro, discendente del diritto romano, abbia adottato a livello istituzionale prassi degne di un paese di Common Law.

Il fatto è che, nonostante Di Maio parli di avvio della terza repubblica, ancora dobbiamo vedere il completamento della seconda. Completamento che sarebbe la naturale evoluzione di ciò che è stato, dal 1993 a oggi con le riforme che hanno investito le autonomie locali, dall’elezione diretta del sindaco a quella dei presidenti di regione. Evoluzione che a livello costituzionale ha toccato fino ad oggi il solo titolo quinto, trasformando una repubblica con autonomie locali regionali un una sorta di repubblica feudale. Ma questo è un altro discorso.

Il discorso che ci interessa è quello che riguarda la forma di governo alla quale occorre decisamente mettere mano. Sì perché mentre l’attenzione dei superficiali si posa sulla possibilità che si debba redigere l’ennesima legge elettorale, la realtà dei fatti sta che a oggi, il sistema parlamentare in vigore dal 1948 non regge più, o meglio, non è al passo con quella che è la percezione e l’esigenza dettata dalla prassi.

Non sarebbe sbagliato intanto, per cominciare, un’elezione diretta del Presidente della Repubblica, anche senza variare i poteri previsti dall’articolo 87. Dato infatti che sia Napolitano che Mattarella, in virtù non tanto di un Parlamento non più così centrale, ma di forze politiche sempre meno propense al dialogo, hanno dovuto il primo imporre una linea, il secondo per il momento rinviarla; parrebbe legittima un’investitura popolare in modo da giustificare maggiormente l’interventismo presidenziale richiesto o imposto che sia. Questo dovrebbe comportare un cambiamento anche a livello di garanzie costituzionali oltre al fatto che, in presenza comunque del veto sospensivo (articolo 74) rischierebbe di creare quella che in Francia era nota come coabitazione (chiedere a Mitterand e Chirac per precisazioni).

Il fatto è che in Italia siamo abituati a una sorta di omogeneità politica tra governo e parlamento figlia dello Statuto Albertino, e non a una contrapposizione come può avvenire negli Stati Uniti dove Congresso e Presidente sono organi indipendenti l’uno dall’altro.
Un’elezione diretta del Presidente della Repubblica, con conseguente facoltà di indirizzare l’azione di governo al momento della nomina del Presidente del Consiglio, dovrebbe presupporre un Parlamento autonomo, non più scioglibile con decreto presidenziale una volta venuta meno la maggioranza, ma solo per la scadenza naturale. Ciò responsabilizzerebbe il Parlamento stesso, i gruppi parlamentari, i partiti.

In una situazione come quella di oggi, nessuno si sognerebbe di tornare a elezioni anticipate (perché non sarebbe più previsto) e le forze politiche per prime non si porrebbero veti apparentemente insormontabili, perché verrebbe prima l’esigenza di un rapporto di collaborazione col Presidente della Repubblica in sede di nomina governativa.
Questo sarebbe, assieme ad altre modifiche istituzionali di cui magari argomenteremo in altra sede, il completamento della seconda repubblica: dall’elezione diretta del sindaco a quella del Presidente della Repubblica.

La legislatura appena cominciata può avere l’opportunità di compiere questa trasformazione, più che concentrarsi sull’ennesima legge elettorale. Perché l’esigenza della governabilità passa per la trasformazione della prassi in istituzione: non è come vengono eletti i parlamentari, ma come questi agiscono. E in una situazione come quella attuale, questa fantomatica terza repubblica non ha niente di diverso dalla prima se non che, dalla centralità del Parlamento si è passati alla centralità del Presidente. Perché Di Maio ha ragione quando rivendica che il Movimento 5 Stelle è il primo partito, ma la legittimazione delle coalizioni pre-elettorali cambia la percezione di maggioranza, soprattutto in sede di consultazioni.

Percentualmente, i rapporti di forza in Parlamento sono cambiati solo nei soggetti, i partiti dominanti sono sempre esistiti, ma i piccoli partiti sono stati spazzati via dalle soglie di sbarramento. Tanto valeva, a questo punto, tenerci il vecchio proporzionale inserendo soglie di sbarramento come è stato fatto per le elezioni europee. Ma così non è stato, ed è ora che un cambiamento a livello istituzionale, aumenti la responsabilità delle parti in causa. Solo così si terrà davvero fede alle promesse elettorali.

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