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Se Salvini fosse più istituzionale

marzo 27, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorsi –

La parabola politica di Matteo Salvini, è passata dall’essere quella del “ater Matteo” in contrapposizione con Renzi, a quella di leader nazionale capace di mediare un accordo tra i due schieramenti usciti vincitori alle scorse elezioni per la presidenza delle camere.

Un capolavoro politico accostabile a quello che, nel 2015, portò Mattarella alla Presidenza della repubblica. Con due differenze di fondo però: la prima è che Renzi, nel cucire la trama per portare Mattarella al Quirinale, aspettò il fatidico quarto scrutinio e lo fece eleggere con la maggioranza del suo governo, minando il Patto del Nazareno, e raggiungendo l’apogeo politico dopo il 41% alle europee dell’anno prima. Ma per lui sarà anche l’inizio della fine.

La seconda differenza sta nel risalto mediatico della elezione di Fico e della Casellati. Mentre Renzi venne celebrato in pompa magna per l’elezione di Mattarella (probabilmente il suo punto più alto in politica), Salvini, vuoi anche il basso profilo tenuto, non ha ottenuto lo stesso risalto.

Sarà per il fatto che, volente o nolente, la costante della legislatura che si è appena aperta (così come quella che si è appena conclusa) è che si deve giocoforza passare (ancora) dall’approvazione di Berlusconi più che dal Movimento 5 Stelle, che è sì primo partito, ma corre perennemente il rischio di essere messo all’angolo da un ipotetico arco costituzionale di “competenti”.

Dal 5 marzo a oggi è un rincorrersi di voci, intese, non intese e quant’altro occorra a stuzzicare la fantasia o gli incubi degli italiani. La calma serafica di Salvini, passato dalle felpe alle cravatte, è sicuramente spiazzante, stride con l’esperienza di un Berlusconi, passato oramai da leader nazionale al ruolo di “garante della Patria”; ma accanto ad un Pd in disarmo e a un Di Maio “vorrei ma non posso però parlo con tutti”, sembra quasi uno statista.

Certo è che il ritratto che ne è stato fatto in questi anni, dall’eterno consigliere comunale a Milano, passando per il Gianburrasca europarlamentare, di uomo che non ha paura a dire quello che pensa, un Le Pen in sedicesimo, filo putiniano, Trump in salsa bauscia, non aiuta a pensare che dietro alla barba possa esserci un uomo che, fin da quando ha preso in mano le redini della Lega, aveva ben in mente cosa fare il giorno dopo le elezioni.

Il centro destra non lo digerisce a pieno come leader e lui, anziché rivendicare il ruolo di capo fa un passettino indietro, pur mettendo in chiaro che l’azionista di maggioranza è lui. Non nutre, per usare le parole con cui Renzi silurò Letta, smisurata ambizione di guidare il governo, pur ribadendo che il centro destra (di cui il suo partito è il traino) ha maggiori qualifiche rispetto agli altri.

E’ insomma il Salvini che non ti aspetti quello che in questi giorni sta muovendo le pedine di quella che qualcuno chiama Terza Repubblica. Ma al di là del fatto che la seconda, più che finire ha ancora da iniziare, quello che emerge è che l’incendiario leader leghista è diventato, non così improvvisamente, un pompiere istituzionale. E in una fase in cui, probabilmente gli italiani si aspettano molto poco dalla loro classe politica, potrebbe sorprendere in positivo. Il paese ne avrebbe bisogno.

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