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Dart Fener alla Casa Bianca

marzo 25, 2018 • z in evidenza

di Niram Ferretti –

Come era prevedibile, ci risiamo. La nomina da parte di Donald Trump, di John R. Bolton, ex ambasciatore all’ONU sotto l’amministrazione Bush, a Consigliere per la Sicurezza Nazionale al posto del pluridecorato generale McMaster ha dato il via al cannoneggiamento da parte dell’orda liberal e progressista.

Il baffuto Bolton, falco ben noto, è il nuovo supercattivo nel Manga degli orfani di Obama. E allora è tutta una gara a chi suona il medesimo spartito denunciando la sua pericolosità, il suo estremismo, la sua predilezione per Marte, dio della Guerra. Su di lui si sovrappone cupa e nera l’immagine di Dart Fener, come, prima di lui, su Steven Bannon si era sovrapposta quella di Rasputin.

Su “La Repubblica”, il cabarettista Vittorio Zucconi scrive uno dei suoi pezzi di avanspettacolo più gustosi, in cui Bolton null’altro è se non “il settantenne incendiario della destra più bellicosa” e non come è in realtà, una delle intelligenze più affinate della politologia americana, mentre sul “Guardian” viene riportato il parere di Adam Mount, esperto di armi nucleari e membro della Federazione degli Scienziati Americani, il quale ci informa allarmato che “Uno sguardo più da vicino mostra che si tratta di una delle voci più irresponsabili e pericolose del paese”.

Commenti del genere si susseguono a ritmo serrato, l’isteria monta, l’apocalisse è dietro l’angolo, e non può che essere così, alla corte del Demone Maggiore, Donald Trump non possono che aggregarsi altri demoni, forse persino più paurosi. Bolton corrisponde al canone, sembra, al momento, essere il peggiore.

Su “Commentary”, a proposito di questa nuova puntata della saga della esecrazione programmata contro l’amministrazione Trump, Sohrab Ahmari scrive

“L’unanimità delle reazioni ci induce a supporre se queste centinaia di reporter ed esperti  abbiano tutti ricevuto lo stesso memo che gli ordinava di denunciare Bolton nei termini più apocalittici possibili. La triste realtà, tuttavia, è che nessun memo del genere era necessario. Buona parte dell’establishment di Washington che si occupa di politica estera è debitore a una serie di miti cortesi sul transnazionalismo, il ‘soft power’ la guerra e la pace. Che le idee di Bolton infrangano sovente questi miti è sufficiente per trasformarlo in un facile bersaglio per ogni tipo di calunnia e di attacco isterico”

Ma quale è la colpa dell’uomo che Trump ha scelto nel delicatissimo ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale? Semplice, quella di non credere nelle illusioni, nella leggenda della diplomazia come panacea per risolvere i contrasti, nell’ottimismo illuminista perseguito dall’amministrazione Obama, incardinato sulle magnifiche sorti e progressive da perseguirsi attraverso il blandimento ragionevole degli stati canaglia, dei nemici della democrazia e del liberalismo, dei perseveranti assertori di altri modelli di società in aperto contrasto con quello incarnato dagli Stati Uniti.

Bolton è un hobbesiano perché sa bene che la stabilità degli assetti, l’ordine costituito, lo spazio in cui possono fiorire la democrazia e la liberta, è sempre a rischio e può durare solo se è protetto dall’ombra della potenza e della forza, le due sole cose di cui i suoi avversari hanno rispetto. La diplomazia funziona fino a un certo punto, perché, come ha scritto, “E’ uno strumento, non è una politica. E’ una tecnica, non un fine in se stesso. Premere, per quanto onestamente, affinché possiamo confrontarci con i nostri nemici, non ci dice nulla di quello che accadrà dopo le cortesie iniziali”.

Le “cortesie iniziali” nascondono spesso inganni, doppi giochi, soprattutto quando vengono utilizzate da attori politici adusi alla massima spregiudicatezza, abituati alla violenza e all’omicidio. E’ il motivo per il quale Bolton, fin dal principio, ha considerato un errore madornale l’accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Obama, ritenendo l’Iran del tutto inaffidabile e intenzionato a utilizzare unicamente a proprio vantaggio le concessioni americane. L’Iran, la Corea del Nord, la Russia, la Turchia, sono, per il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, manifestazioni perverse e brutali di uno stesso male, non metafisico ma banale, quello di potenze tiranniche, brutali, antidemocratiche.

Gli attacchi preventivi, gli interventi militari, rappresentano una estrema ratio non dovuta all’impazienza per gli insuccessi diplomatici, ma una deterrenza nei confronti di rischi assai maggiori. Di nuovo, la diplomazia funziona fino a dove può funzionare, fino, in altre parole, a quel punto di rottura in cui non è più possibile proseguire se non con il fragore delle armi.

Dunque, al di là della caricatura in cui lo si vuole imprigionare da parte della stampa di sinistra, c’è uno smaliziato osservatore della realtà il quale non coltiva alcuna illusione sulla possibilità di riplasmare la creta guasta di autocrati, tiranni e dittatori e sa guardare lontano con occhio lucido invece di trastullarsi con fantasie ireniste. Con quasi un decennio di anticipo aveva previsto chiaramente lo scenario mediorientale attuale, in cui gli stati arabi avrebbero avuto convenienza a convergere verso gli Stati Uniti e Israele per proteggersi dalla sempre più incombente minaccia iraniana.

“Un Iran con le armi nucleari è un rischio palpabile non solo per Israele e gli stati arabi lo sanno. Questo è il motivo del misterioso silenzio da parte del mondo arabo nel settembre del 2007, quando Israele bombardò il quasi completato reattore nucleare nord coreano sul fiume Eufrate in Siria. Israele espose e ridusse al nulla un altro programma nucleare Mediorientale clandestino, che non poteva essere sorto senza un supporto iraniano. La mancanza di protesta  da parte araba fu assordante” scriveva il 1 maggio del 2009 su “Commentary”

Sempre nello stesso pezzo, una scintillante analisi politica, imputava all’Europa la propria malattia senile, la convinzione di essersi definitivamente collocata “oltre la storia”, in altre parole oltre l’era dei conflitti transnazionali. Con sottile disprezzo le imputava la convinzione che la minaccia alla coesistenza pacifica internazionale non venga da forze ostili, ma da paesi amici come Israele e gli Stati Uniti. “Credono, (gli europei) di essere messi in pericolo da quelle nazioni che fino ad oggi hanno deciso di non potersi permettere di finire preda dei falsi sogni di riuscire a districarsi dai pericoli del mondo restando in uno stato di torpore o inginocchiandosi al cospetto di un attacco“.

Dunque non un piromane, non un irresponsabile, o un Dottor Stranamore privo di protesi meccanica, tutte proiezioni denigratorie e buffonesche partorite dalla mente di denigratori e di buffoni, ma un realista al cubo che sarebbe piaciuto a Von Clausewitz, perché, come scriveva Carlo M. Santoro nella sua prefazione al “Clausewitz” di Raymond Aron, “Il metodo della guerra, per quanto stigmatizzato ed esorcizzato da tutti, resta purtroppo ancora il più valido ordigno per dirimere le controversie internazionali”.

Con buona pace degli irenisti da salotto.

 

 

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