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Facebook e lo Zeitgeist

marzo 8, 2018 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

La sanitizzazione del linguaggio al fine di purgarlo dai microbi della scorrettezza, della violenza, della discriminazione è uno degli obbiettivi di quel grande impero dei social che è Facebook. Termini vernacolari come “frocio”, “finocchio”, “ricchione” o qualificativi come “negro” sono reputati intollerabili, pietre gettate contro lo schermo che dovrebbe proteggere gli utenti da quella cosa brutta e sporca che sta al suo esterno e che si chiama realtà (un discorso a parte merita tutta l’immondizia che si trova dentro lo spazio confinato di Facebook, ma ci torneremo).
Sì giunge dunque all’effetto grottesco che citare qualcuno che si chiama Negro di cognome, oppure scrivere Rio Negro, potrebbe produrre automaticamente, via algoritmo, la sospensione da quel mondo virtuale in cui certe parole sono come lo fu “l’amore che non osa dire il proprio nome”, impronunciabili.

Naturalmente, “negro” è da tempo diventato un termine peggiorativo che non è più corretto usare preferendogli al suo posto il meno discriminatorio “nero”, o l’ancora più neutro “di colore”, e va anche bene. “Negro” è stato e viene usato in senso razzistico nonostante il fatto che lo troverete ad abundantiam nei testi delle canzoni di rapper neri che non hanno alcun problema a definirsi negri, ma loro possono e i bianchi no.

Quanto ai termini denigratori e coloriti per definire gli omosessuali, non sempre sono caricati di violenza e ripulsa, ma sono anche usati scanzonatamente e ironicamente, e se un omosessuale, pardon un “gay”, dovesse dire di un altro gay, “Quella è una checca scatenata”, andrà sicuramente bene, perché come i neri possono darsi del “negro” tra di loro, i gay possono tranquillamente darsi del “frocio”, senza che un bianco o un eterosessuale benpensante si possa sentire oltraggiato. Non su Facebook, dove vige l’assunto che certi termini appartengono ai gironi dell’inferno e lì devono restare insieme ai diavoli e ai dannati, tra tempeste di ghiaccio e lava.

L’idea di purgare il linguaggio da parole considerate non consone alla propria visione del mondo è tipico dei regimi autoritari e totalitari, per i quali non può esistere nulla che non sia funzionale a quella realtà dimidiata in cui hanno domicilio, di volta in volta, solo maschi guerrieri e donne angeli del focolare, proletari felici e Ubermenschen.
La Neolingua di Orwell in 1984 è e sarà sempre lo specifico dei dotati di idee chiare e distinte su come dovrebbe essere il mondo che vorrebbero, e siccome il linguaggio è ciò che definisce le cose, allora si farà in modo che le cose si adeguino al linguaggio e quelle che non vi si adeguano scompaiano dall’orizzonte come la sporcizia che si mette sotto il tappeto per far credere che la casa sia pulita.

Per chi si spinge oltre, la sporcizia deve essere anche rimossa definitivamente, così la pensava Lenin dei borghesi e Hitler degli ebrei, mentre Facebook si limita a bandire le parole in ossequio al diktat imperante del politicamente corretto, la grande religione laica del nostro tempo con i suoi templi, sacerdoti e riti e presto forse un vero e proprio calendario liturgico con feste e santi.
Il problema è che i cosiddetti buoni intenti, o buone intenzioni, da parte di chi si ritiene nobile e virtuoso, non sono sufficienti nemmeno un minimo per garantire poi esiti virtuosi o buoni. I giacobini, i fascisti, i bolscevichi, i nazisti, si ritenevano virtuosissimi e operatori del Bene supremo, così come si ritengono tali i jihadisti.

Ora, certo Zuckenberg e il suo impero non sono né il Terzo Reich né l’Unione Sovietica né l’ISIS, ma ciò non toglie che il mondo che Facebook vorrebbe se potesse operare al di fuori del virtuale e direttamente sulle cose, sarebbe quello in cui chi dice “negro” o “frocio” dovrebbe essere rieducato a non farlo più, insieme a chi associa “terroristi” a “musulmani”, “razzisti” o “suprematisti” a “neri” (ovviamente esiste anche un suprematismo nero come ne esiste uno bianco),“femmine” a “ninfomani” o “puttanieri” a “uomini”. Dove ci si ferma nella sanitizzazione del linguaggio? Qual è l’argine alla crociata del Bene contro il Male?, perché, ammesso che si riesca a purgare il linguaggio di tutti quei lemmi che si ritengono sgradevoli, dalle associazioni ritenute improprie, non si dovrà poi farlo, se se ne ha il potere, anche con i libri del passato tra i quali ci sono capolavori sommi della letteratura e del pensiero che contengono frasi impensabili per i criteri della nuova igiene linguistica facebookara?

Tuttavia Facebook è, come tutte le realtà umane, assai imperfetta, perché applica i propri codici con somma parzialità, confina i rei di piccoli reati al castigo che loro spetta e lascia ad incitatori di odio virulenti campo libero, soprattutto quando si tratta di bacheche negazioniste o apologetiche verso fascismo, nazismo e comunismo, dove, a scorrere i post e i commenti si possono leggere cose truculente, ma che si scopre, una volta segnalate, non violare i magnifici e alati standard della Comunità assai sensibile a specificacissime categorie superprotette, neri, omosessuali, musulmani, un po’ meno nei confronti delle altre.

Ci consola un fatto, nonostante l’imperante conformismo, le regole di Facebook, le fatwe dei Virtuosi, le grottesche e ridicole crociate delle pentesilee da salotto di Me-too e altri penosi segni di questi nostri tempi assuefatti alla mediocrità e all’idiozia, la realtà continua ogni giorno in modo salutare ad assestare calci in faccia a chi vorrebbe emendarla dalla propria straripante e assai sconcia esuberanza.

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