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“Antifascismo”, uso e abuso

marzo 2, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

“Vigliacchi, dovete morire, assassini”, urla l’insegnante antagonista contro le forze dell’ordine schierate a Torino a difesa del diritto di parlare del candidato di Casa Pound. L’insegnante si dichiara orgogliosamente “antifascista” e preoccupata del pericolo fascista che, a suo dire, incomberebbe su questo paese.

“Antifascisti” si dichiarano anche, sempre a Torino gli esponenti di Progetto Palestina, il quale organizza una due giorni di studio all’Università in cui Israele viene presentato in ossequio alla vulgata demonizzante della sinistra radicale, come Stato ontologicamente criminale e fascista, poiché, in questa narrativa deformante, il sionismo sarebbe un equivalente del fascismo. Gli stessi che poi pubblicano su Facebook un post poi rimosso in cui esprimono solidarietà a una loro compagna che si è scontrata con la polizia.

L’antifascismo è ritornato assai in auge prevedibilmente sotto campagna elettorale, come la parola d’ordine museale di chi, alla pari dell’insegnante isterica di Torino teme ritorni di olio di ricino, orbace e centurie in fez, e dunque giustifica la violenza verbale e quella fisica nei confronti dei poliziotti i quali difendono la libertà di esporre il proprio programma politico a una formazione di estrema destra.

Anche loro sarebbero infatti complici dei fascisti nella delirante concezione della pasionaria descritta come “persona mite”. Miti come gli esponenti di Progetto Palestina che accusano di fascismo l’unico stato non autoritario che esiste in Medioriente. Non hanno ancora capito quello che Ernesto Galli Della Loggia ha cosi bene espresso nel suo editoriale sul Corriere della Sera del 24 di febbraio. Il contrasto da evidenziare nel 2018 non è quello tra fascismo e antifascismo, ma tra fascismo e democrazia, poiché furono antifascisti anche “quelli che in Spagna incendiavano le chiese e passavano per le armi preti anarchici e trotzkisti.

Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione Sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i paesi baltici e mezza Polonia…così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaio di italiani nelle foibe”. E va aggiunto che erano antifascisti coloro i quali applaudivano l’ingresso dei carri armati a Praga nel 1968 o guardavano con approvazione i campi di rieducazione castristi, maoisti e cambogiani.

L’antifascismo, è ora di dirlo, il penoso espediente di chi a sinistra popola lo scenario attuale di fantasmi del passato, come se le istituzioni fossero davvero a rischio per mano di organizzazioni residuali che raccolgono percentuali irrisorie di consensi e non avrebbero alcuna chance reale di entrare in parlamento. E’ anche l’ultima risorsa del canagliume il quale vorrebbe Israele cancellato dalla mappa del Medioriente e tifa per le dittature locali avendo come ultimi santini della revolucion “anti-imperialista”, Chavez e il suo erede Maduro.

Capita allora che Giorgia Meloni, leader di Fratelli di Italia, quando viene intervistata debba fornire sempre una patente di antifascismo, mentre nessuno si è mai sognato di chiedere abiure pubbliche dallo stalinismo a chi dal PCI è trapassato morbidamente al PDI e però come Massimo D’Alema ci spiegò un giorno che Hezbollah organizzazione terrorista sciita, essendo stato regolarmente eletto in Libano, “diciamo”, gli permetteva quando era Ministro degli Esteri di andare a braccetto con un suo parlamentare, come sarebbe potuto andare tranquillamente a braccetto anche con un esponente nazista, visto che pure Hitler divenne Cancelliere in virtù dei voti.

La grande seduta spiritica evocativa del fascismo da parte degli “antifascisti” finora non ha fatto sì che si siano manifestati gli spettri di Hitler, Mussolini e Franco, ma in compenso ha offerto e offre un buon bastone per fendere colpi a chiunque osi sollevare dubbi sulla bontà intrinseca dell’immigrazione, soprattutto quella musulmana, oppure sostenga che la famiglia tradizionale, malgrado le sue pecche, sia ancora il migliore esperimento di convivenza umana.

Essere tornati, nel 2018 al 1948 è il segno tangibile di una regressione psico-culturale di cui a Torino, la sparuta pattuglia degli “antifascisti” di Progetto Palestina, ammiratori di chi, se potesse, li sottoporrebbe alla sharia, o quella più cospicua dei centri sociali a cui si aggrega l’insegnante che augura la morte ai poliziotti, sono tra i sintomi più eclatanti.

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