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A spasso con Jeremy

febbraio 25, 2018 • Paralleli, z in evidenza

di Ariella Lea Heemanti –

Era il 10 febbraio 1986. A Palermo iniziava il maxiprocesso alla mafia, al quale si era arrivati grazie al coraggio, all’abnegazione e all’immensa probità dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, eredi del lavoro e della missione del giudice Rocco Chinnici, anch’egli saltato in aria per mano di quel campionario di corruzione, violenza, delitto, strage e viltà denominato Cosa Nostra.

Nelle foto di quel tempo, fra le altre, v’era questa che ritrae l’allora magistrato Pietro Grasso, giudice a latere, insieme al presidente Alfonso Giordano.


Per chi sin dall’adolescenza aveva visto riversi sulle strade i corpi esanimi di magistrati, poliziotti, giornalisti, uomini, donne e anche bambini trucidati dalla compagnia dei criminali con il senso dell’onore quello fu anche il “proprio” maxiprocesso.

L’istanza di giustizia che attanagliava il cuore e si realizzava nella misura ampia del diritto davanti al quale ora comparivano gli assassini, in contumacia come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, la trinità del male, o con il ghigno beffardo e untuosamente rispettoso di Luciano Liggio, o ancora con le minacce al presidente Giordano condite da sballate citazioni bibliche da parte del papa di Ciaculli Michele Greco. E ognuno dei giudici di quel processo che in primo grado si concluse il 16 dicembre 1987, dopo trentacinque giorni di camera di consiglio, la più lunga della storia giudiziaria, con condanne e pene che assestarono un colpo decisivo a una struttura di sgherri pronta poi ad assassinare Antonino Saetta, il rigoroso magistrato disposto a presiedere il processo d’appello, era come una luce, un faro di verità in quelle tenebre dove il hamas, la violenza dei mafiosi, la loro bruttura e capacità di eradicare la radice stessa della vita erano al servizio della disonestà, della compravendita e del saccheggio di un’isola, delle terre del sud e dell’intera penisola che a quelle terre deve il nome di Italia.

Magistrati. Giudici che nella cultura ebraica riflettono uno dei nomi di D-o, Elokim, e la middà, la misura della giustizia, dell’incorruttibilità, dell’equanimità. E anche questo trapelava da una delle foto del maxiprocesso di Palermo, dal gesto pensoso e sereno, responsabile, del presidente Giordano, dallo sguardo e dalla fronte alta del giudice Pietro Grasso.
Più di trent’anni dopo è un’altra la foto dell’ex magistrato Pietro Grasso che campeggia sui profili twitter.

Il presidente del Senato ancora in carica è volato a Londra a farsi ritrarre con Jeremy Corbyn, il presunto agente Cob dei servizi segreti dell’Est al tempo della guerra fredda; l’estimatore di una banda di delinquenti che a Gaza costruisce tunnel e rampe lanciamissili da spedire sulle scuole di Ashdod, Ashchelon, sui kibbutzim, sulle strade di una Israele sempre e solo da cancellare nel vano delirio mortale nel quale crescere i bambini, togliere loro i sogni, la vera libertà, costringendoli poi, a ogni guerra, a salire sui tetti delle case, a restarvi in forma di scudo umano, estraniandoli da un autentico desiderio di vita e apparentandoli con la perversa lirica degli ebrei figli delle scimmie e dei maiali, da distruggere con il proprio stesso corpo, con la religione e la promessa della morte per sé e per loro, per una Palestina libera che è la formula universale dell’odierno odio antisemita.

Jeremy Corbyn, il frequentatore di convegni dove si edificano gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, il luogo giusto dove massacrare ebrei, meglio ancora se sopravvissuti ad Auschwitz.
Jeremy Corbyn, leader di un partito laburista oramai pieno zeppo di antisemiti conclamati che ora si esibiscono nella vergognosa panzana che “Hitler era un sionista” ora si sentono costretti, dall’imperiosa smentita della storia, anche la più elementare, a capitolare e a tornare però sul sentiero parrocchiano dell’infanzia, quello dove gli ebrei “sono tutti dei ributtanti nasoni”.

Non faceva nessuna impressione, mentre i missili di Hezbollah piombavano sul nord d’Israele e persino a Bersheeva, nel sud, in quell’estate del 2006 fatta di fumo nero e di sirene, di corse nei rifugi dove portare i vecchi e i bambini, le donne incinte e trepidanti, vedere Massimo degli Ulema, allora ministro italiano degli Esteri, già da tempo autoproclamatosi discendente del Saladino, passeggiare a braccetto del deputato Hezbollah Hussein Haij Hassan, democraticamente eletto, precisò con consueti boria e disprezzo baffino.

Ciò che Jeremy Corbyn afferma di Hamas, poiché non furono solo i nazisti e il loro Führer ad attestarsi al quarantatré per cento nelle elezioni federali tedesche del 1933. Ed è certo, come no, che la popolazione ama i caporioni di Gaza poiché questi non sono corrotti, questo si permette di raccontare the comerade Corbyn, il fervente falsario della causa proletaria, che senza conoscere la poetica pasoliniana di Valle Giulia definisce i poliziotti, indistintamente, “nemici della classe operaia”, ma si rifiuta di condannare le violenze della polizia del regime venezuelano di Nicolás Maduro.

Quanto agli attacchi del terrore, alle truci vestali mediorientali che bramano di dare all’Europa e al mondo l’assetto punitivo del loro credo di dissoluzione nell’uccidere e nel morire, il compagno Corbyn l’ha detto chiaro e tondo: colpa nostra, ce lo meritiamo. E questo sì, fa impressione, vedere un giudice del maxiprocesso, un magistrato la cui fotografia di giorni sofferti e di liberazione è parte anch’essa della propria storia, farsi ritrarre ora felice, contento e illuso, con un senza storia, il presunto agente Cob, un piccolo demagogo, un adulatore di criminali.

Il passato è una fotografia anche grazie alla quale ricordarsi chi si era, chi in fondo continuiamo a essere e saremo, nella quale rivedere con rammarico e delusione chi era parte della propria storia anche quando difendeva la rappresentanza della Brigata ebraica dall’assalto degli antisemiti in kefiah al corteo del 25 aprile, definendoli negatori della storia, e invece così, dopo un improvvido abbraccio con baffino, sponsor di Hezbollah, vola a Londra per un’amena mezz’ora a spasso con Jeremy, patrono di Hamas, per un ritratto giulivo, come se avesse a che fare, questo, con un quadro serio, grave e non patetico, grottesco, della realtà; di un mondo dove sembrano tornare le tenebre e il hamas dei primordi, dove continuare a difendere le libertà, i diritti di ognuno, del povero, sì, della donna, dello straniero nel cui volto riconoscersi senza dimenticarsi e perdersi nelle ottuse blandizie dell’ideologia, accompagnandosi a personaggi privi di moralità storica e politica, che giustificano il terrore, finanziano le sue file, celebrano le sue schiere.

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