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Lo specchio sporco della realtà e la polizia delle parole

febbraio 16, 2018 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Nell’era dello squadrismo politically correct il linguaggio subisce purghe quotidiane, si rendono innominabili termini che potrebbero offendere e discriminare, con esiti grotteschi come nel caso di chi è portatore di menomazioni fisiche acquisite o derivate, come la cecità o la sordità.
E non molto tempo fa un giocatore della Juventus, Marchisio, venne redarguito quando riferendosi alla telecronaca a suo dire incompetente di un telegiornalista scrisse in un tweet che sembrava essere stata fatta da un non-vedente, termine già di per sé forgiato nella fucina delle perifrasi corrette. Dovette poi scusarsi con la categoria. Cosa sarebbe accaduto se avesse scritto “cieco”? Probabilmente avrebbe dovuto appendere le scarpe al chiodo.

Diverso è il caso di termini come “razza” o “negro”, il cui uso implica associazioni con il razzismo, la superiorità antropologica e financo l’offesa intenzionale, anche se, per il secondo termine l’implicazione discriminatoria non è necessariamente quella prevalente in classici della letteratura americana, da “Huckleberry Fin” a “Radici”, da “Assalonne Assalonne” alla “Capanna dello Zio Tom”, da “Via Col Vento” a “Meridiano di Sangue, dove “negro” è soprattutto usato come un qualificativo di identità.

Ma “la parola con la N” è ormai da tempo diventata impronunciabile per denotare il colore della pelle anche se ricorre copiosamente nei testi di molti rapper neri. Anche qui da noi lo stralunato BelloFigo non si perita di usarlo in senso ironicamente e forse nemmeno tanto, autoconnotante. Eppure su Facebook, il termine, se usato, provoca immediatamente la sospensione dell’utente che ne abbia fatto uso. Nessuno può dunque scrivere un post in cui riproducesse una pagina di “Via Col Vento” o alludesse a una citazione tratta da un libro di Mark Twain. In compenso sarà possibile pubblicare immagini di truculenze antisemite, o grafici in cui-come avvenne nel 2015-2016 durante il periodo degli accoltellamenti quotidiani in Israele-venivano indicate da coltelli disegnati a modalità di frecce le parti vitali da colpire. E malgrado le proteste, le migliaia di segnalazioni, non vennero rimossi.

Facebook, specchio fedele della nostra società avviata, si sa, al progresso galoppante e all’evoluzione infallibile della specie, non tollera parole che possano suonare offensive per neri, omosessuali, e altre categorie assai discriminate in passato e anche se assai di meno di una volta, ancora oggi. E così, come per “negro” anche per “frocio” e “finocchio” siamo costretti a ricorrere alla letteratura per assaporare un po’ di verità. A Pasolini, a Moravia, a Pier Vittorio Tondelli a Aldo Busi. Dobbiamo cioè guardare a quella magnifica riproduzione della realtà di cui la letteratura, insieme al cinema, quando non si riduce a mero intrattenimento, ci offre lo specchio sporco, pieno di macchie, incrostazioni e rotture, e non la superficie levigata e sterilizzata dove appare un mondo finto che non è mai esistito né mai esisterà.

Quindi per tornare a Facebook, sì ad algoritmi che rilevano le parole sconvenienti, le infezioni del bon ton lessicale, ma poi libertà piena ad apologie alle peggiori truculenze, al gran guignol espressivo e delle immagini. Quelle devono sempre essere segnalate, ma che assai spesso non vengono considerate offensive o in contrasto con “gli standard della comunità“, standard alti, luminosi in base ai quali il rapper nero Snoop Dog che canta “ cause I’m a mother fucking gangsta nigga” (“Perché sono un fottuto gangster negro”), oppure Dr. Dree che sempre con Snoop Dog, pubblica un album dal titolo, “A Nigga with a Gun” (“Un negro con la pistola”) in cui il termine “nigga” ricorre ossessivamente, verrebbero estromessi senza fallo.

Mentre ci sono volute segnalazioni su segnalazioni nel 2015 per fare capire alla comunità della polizia-pulizia della parola che incitare all’assassinio di cittadini israeliani tramite post e diagrammi esplicativi non permette di avviarsi alla società perfetta, più di quanto faccia la mordacchia alle parole, se non per chi vede la distruzione dello Stato ebraico come la condizione necessaria del suo venire in essere.

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