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Polonia: Lo Sguardo delle Erinni e la negazione della storia

febbraio 6, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Le Erinni accusano impietose con le loro vesti nere imbrattate dal sangue delle vittime. Figlie di Acheronte e della Notte salgono dall’oscurità più profonda dentro cui è custodita la memoria di chi chiede di essere vendicato. Non potranno trasformarsi in Benevole se non dopo il riconoscimento del reo, la sua katharsis. Solo attraverso l’ammissione della colpa e il pentimento è possibile placare queste figlie del lamento e della tenebra.

La proposta di legge passata alla Camera bassa del parlamento polacco nei giorni scorsi e ora in attesa di essere approvata dal Senato, ha l’obbiettivo di discolpare i polacchi e la Polonia dall’orrore della sua compromissione col nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Chiunque riferirà di “campi di concentramento polacchi” o evidenzierà la responsabilità della Polonia nello sterminio dei suoi ebrei sarà passabile di tre anni di reclusione.

Israele reagisce con sdegno a questa proposta di legge, fortemente appoggiata dalla destra nazionalista, accusa il governo in carica di volere riscrivere la storia, di operare per negare ciò che è evidenza documentata senza fallo, il collaborazionismo polacco, il suo attivismo a favore della macchina di distruzione nazista. Non si tratta certo di chiamare tutto un popolo in correità, ma riconoscere ciò che fu, di ammettere la colpa. Solo così è possibile, come Oreste, guardare liberi al futuro.

I fatti, nudi e crudi, sono quelli a cui guardano le Erinni. Loro vedono oltre i fondali di cartapesta, i rimpalli di responsabilità, i tentativi di nascondere la realtà. Ciò che vedono è che i polacchi, molti, furono volenterosi carnefici di ebrei di loro sponte e che spesso i nazisti non fecero altro che catalizzare un antisemitismo già presente.
Il pogrom di Jedwabne del 1941, durante il quale 380 ebrei perirono, numerosi dei quali arsi vivi in un granaio, venne vigilato solamente da otto soldati tedeschi. Fu la vigilanza di questi otto bastevole nell’obbligare i polacchi presenti a perpetrarlo? Tesi fragile. Ma agli orrori della guerra si assommano quelli successivi, quando alla sua fine, tornarono in un Polonia abbandonata a Stalin dagli alleati, 250,000 ebrei polacchi dei quali, 1500 vennero assassinati individualmente o in virtù di pogrom. Questo scenario infero è al centro di “Fear: Anti-Semitism in Poland after Auschwitz” saggio di Jan T. Gross, pubblicato nel 2006, nel quale lo studioso mostra come in Polonia, l’odio per gli ebrei non si fermò neppure dopo la parentesi nazista.

Non basta un decreto legge ad occultare i fatti trasferendo sul nazismo l’infamia della propria complicità, e se è sempre assi difficile, in alcuni casi del tutto impossibile, determinare con esattezza dove si situa il confine tra la propria bestialità e quella indotta a cui si è obbligati a sottostare a costo della propria vita, più semplice è guardare agli esempi straordinari di abnegazione polacca, di solidarietà nei confronti di quegli ebrei che vennero sottratti a morte certa.
E se il nome di Irena Sendler, Giusta tra le Nazioni, che da sola salvò la vita a 2500 bambini ebrei procurando loro documenti falsi, risplende di perpetua luce per avere onorato con la sua azione l’uomo e Dio, non può essere mai dimenticato neppure Zegota, il Consiglio di Aiuto agli Ebrei che perdurò clandestinamente fino al 1945 e il cui dipartimento per l’infanzia era guidato dalla stessa Sendler. Si calcola che questo gruppo composto da ebrei, polacchi, religiosi, non religiosi, sionisti, esponenti socialisti del Bund, riuscì a salvare circa 60,000 ebrei.

Le ombre fitte della storia si mischiano a fioriture di luce abbacinanti, ma dove le ombre dimorano, nella loro buia sede, le Erinni guardano con lo sguardo fisso delle vittime. Non sarà un pezzo di carta a trasformare in capelli morbidi le serpi che si agitano sul loro capo.

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