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Gli omosessuali: Vittime rimosse

gennaio 24, 2018 • Paralleli, z in evidenza

di Matteo Cresti –

Quest’anno ricorrono gli 80 anni delle leggi razziali. Gli ebrei d’Italia che erano stati forti sostenitori della monarchia e dell’unificazione italiana, si ritrovarono ad essere nemici della “razza” italiana e esclusi da ogni attività pubblica. Discriminati furono al fine rastrellati e deportati nei campi di lavoro e di sterminio.

Ma non furono solo gli ebrei a subire discriminazioni, rastrellamenti, confini, incarcerazioni, deportazioni, e infine la morte. Ce lo ricorda un ciclo di incontri organizzato da diverse associazioni nazionali e torinesi. Prima con uno spettacolo teatrale tratto dal libro “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axellsson, che ripercorre lo sterminio di cinquecentomila rom e sinti.

Ce lo ricorda oggi il convegno “Lo Sterminio Dimenticato” ospitato dall’Università di Torino e patrocinato dal Consiglio Regionale del Piemonte, dal Comitato Resistenza e Costituzione e dal Comitato Torino Pride, dedicato proprio alla repressione degli omosessuali nel regime nazifascista.
I relatori Lorenzo Benadusi, Giovanni dall’Orto, Maya de Leo e Claudio Vercelli hanno discusso della situazione di repressione che gli omosessuali hanno patito non solo nei paesi a regime nazista e fascista, ma anche in ben altre parti del mondo, cercando di restituire alla storia anche la voce degli omossessuali. Come hanno sottolineato sia Giovanni dall’Orto che Maya De Leo (neodocente presso l’università di Torino di storia dell’omosessualità), la storia viene scritta dai vinti, e gli omosessuali non hanno vinto la guerra.

Il loro sterminio è stato dunque dimenticato, la negazione della loro esistenza, alla loro esistenza, è continuata.
L’omosessualità ha rappresentato una minaccia per le ideologie nazista e fascista, che propagandavano l’ideale di un uomo temerario e coraggioso, sportivo, forte, volitivo, e dall’altro rispettabile borghese e buon padre e marito. Nel tentativo di imporre una rivoluzione antropologica sulle proprie popolazioni, in modo che interiorizzassero completamente questo stereotipo, si cercava in tutti i modi di allontanare coloro che non fossero conformi al modello. A questo scopo ad esempio il regime fascista introdusse la tassa sui celibi e il confino per gli omosessuali. Nascondere l’esistenza del “vizio omosessuale” era un modo per evitare la sua diffusione.

I due totalitarismi di destra non avevano bisogno di sterminare gli omosessuali per reprimerli (anche perché una caccia all’omosessuale avrebbe condotto a scandali anche nelle alte sfere della politica e dell’industria, data la pervasività intersociale del fenomeno), rendendo così visibile il fenomeno e favorendo anche il formarsi di un’opinione pubblica.

Non è infatti un caso che i primi stati ad avere una legislazione favorevole per le persone omosessuali fossero proprio quei paesi che possedevano una legislazione che criminalizzava gli atti omosessuali, al contrario dell’Italia che ne era sprovvista ancora fatica a produrre una legge contro l’omofobia.

La persecuzione non si ebbe solo nei paesi occidentali, ma anche in molti altri. Una repressione che spesso è continuata anche dopo il ritorno, che ha spinto i sopravvissuti a tacere, a vergognarsi di quello che erano e di quello che avevano subito. E proprio all’ultima sopravvissuta italiana della persecuzione degli omosessuali è stato dedicato l’evento centrale della mattinata. In collegamento via Skype Lucy Salani, nata Luciano nel 1924 a Fossano e poi trasferitasi con la famiglia a Bologna, che ha sperimentato la durezza del campo di concentramento di Dachau.

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