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Nostra Oprah dell’Avvento

gennaio 19, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

 

“Il tempo degli uomini brutali è finito“, scandisce la giunonica Oprah Winfrey nel suo discorso di nove minuti al Golden Globe Awards, in cui ha entusiasmato la platea e fatto sognare coloro i quali vedono in questa celebrity multimiliardaria di colore il riscatto, la futura luce che squarcerà le tenebre del fosco e malvagio regno di Donald Trump, l’usurpatore, anche se democraticamente eletto.

Il grottesco non ha limiti, è la fibra stessa del reale come ci hanno insegnato nel Novecento Gadda e Dürrenmatt. Così, dopo il discorso epico, l’attrice Reese Witherspon ha twittato senza il minimo imbarazzo, “Dividerò ufficialmente il tempo in questo modo: Tutto quello che è accaduto prima del discorso di Oprah. Tutto quello che accadrà dopo”.

Sì, le Nuove Beatitudini scandite su un palco a Los Angeles da parte di chi, forse, si candiderà a confrontarsi con Donald Trump nel 2020 per le presidenziali americane, fanno parte di questo tempo derelitto, in cui, tramontato il sole del Messia Obama, si annuncia quello di un Messia nuovo, donna finalmente e nera. Accoppiata formidabile.

Tutto si incastra alla perfezione in una favola che fa palpitare i cuori di legioni di donne buone e abusate da mostri seriali alla Harvey Weinstein, legioni che diventano Legione, come nel caso del movimento giacobino “Me Too”, in cui si sono sovrapposte voci di accusatrici che hanno avuto il coraggio di dire, “Sì anch’io”. Sia chiaro, gli abusi sessuali sono terribili per chi li ha subiti, ma il grande processo pubblico in cui è lo stesso maschio a essere abusato perché maschio e tale in quanto dotato di un pene, questo è solo terrorismo, macelleria da social, squadrismo ritorsivo e becero. Squadroni della morte accusatori per i quali anche un ammiccamento o un apprezzamento non sono passabili di un secondo grado di giudizio.

E così Oprah, figlia di una donna delle pulizie a ore e giunta al vertice dello show business americano, può annunciare come ogni figura messianica che si rispetti, il tempo dell’Avvento. Le sue parole sono esplicite, “E quando la nuova alba finalmente sorgerà, accadrà perché numerose donne magnifiche, molte delle quali si trovano qui in questa stanza stasera, insieme ad alcuni uomini piuttosto fenomenali, avranno lottato duramente in modo da essere sicuri di diventare i leaders che ci condurranno al tempo in cui nessuno dovrà più dire ‘Anche Io”.

Nel suo discorso, Oprah cita anche Rosa Parks, e il sedile d’autobus non ceduto dall’attivista di colore, nome stellare della lotta contro il segregazionismo, diventa una commodity banale da sperperare per il pubblico glamour riunito in sala.

Gli sguardi adoranti e commossi delle numerose attrici miliardarie convenute, le stesse che, come lei in passato, avevano frequentato e riverito il mostro Weinstein, sono lì a testimoniare che sì, con Oprah come condottiera il male sarà sconfitto definitivamente. Loro, non faranno come Lisistrata, non si negheranno all’uomo fino a quando non firmerà la pace, ma attraverso il primo presidente degli Stati Uniti donna, di sinistra e nera, lo priveranno di lance e spade, lo renderanno reverente ancella del proprio potere sostitutivamente fallico.

La panna montata del femminismo, la sua caricatura hollywoodiana corredata di lustrini e lipstick è un altro inevitabile segno dello sfibramento culturale attuale, della sua mancanza di verità e ardimento. Il postmoderno sfocia nel fumetto, nella parodia, nel pop sfasciato che si traveste da roba seria e la scimmiotta.

L’improbabilità di Donald Trump alla Casa Bianca produce l’effetto collaterale di un’altra improbabilità speculare. Oprah Winfrey come possibile candidato presidente democratico. Ci vuole un’altra fairy tale per contrastare il racconto truce fatto su questo presidente mostrificato come Harvey Weinstein il paria.

Ormai questo ci tocca, la realtà trasformata in un teatrino per bambini. La buona fata nera della tv contro il cattivo orco palazzinaro biondo. Dietro di loro i grandi archetipi di sempre, quelli del Bene e del Male, i perenni simboli che ci possiedono e da cui ci lasciamo possedere senza opporre alcun rifiuto.

 

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