MENU

Diego Fusaro: la filosofia come truce cabaret

gennaio 8, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Epoca di parodie e cloni, la nostra, è anche quella di un generale adeguamento ai falsi spacciati per originali. Ormai si scommette perlopiù sull’incapacità dell’occhio a distinguere ciò che è alto da ciò che è basso, la qualità dalla sua imitazione.
Tutto è superficie, forma senza sostanza, avanzi radunati per produrre la frittata. Così, quando ci tocca leggere Diego Fusaro è come quando ci tocca vedere un film di Paolo Sorrentino. Scorrono immagini allestite da un vetrinista, da un illustratore patinato.

Con Fusaro che imita un filosofo, come Sorrentino un cineasta, e Allevi un musicista, troviamo bell’e pronto un armamentario di concetti abusati fino allo sfinimento. Fossero un pastiche, potremmo anche divertirci, purtroppo no, Fusaro è desolantemente privo di ironia. Marx, Marcuse, Bloch, Lukács, la Scuola di Francoforte, Lenin, un po’ di Hegel (povero Hegel tirato di qui e di là) e, ovviamente, il maestro di Fusaro, Costanzo Preve di cui l’allievo è il pret a porter.
Fusaro è perfetto per la nostra epoca. E’ un calco, come i gessi che imitano la scultura greca, solo che di greco in lui non si trova nulla. Il logos è stato abbandonato e al suo posto c’è la sua inconsapevole parodia, l’ideologia.

L’ideologia è un salasso della mente, una sua vampirizzazione. La priva della fatica del concetto e l’accomoda dentro un vocabolario preconfezionato affinché il pensiero vi si attacchi come la mosca alla carta moschicida. “Non si può restare intelligenti sotto l’ideologia“, scrive fulminante Alain Besancon.
Prendiamo ad esempio un articolo pubblicato da Fusaro sul suo blog e trainato da Il Fatto Quotidiano. Vi si parla di Iran, delle manifestazioni che vi hanno avuto luogo. Fusaro ci offre la sua ermeneutica, o meglio ci offre l’allestimento scenico di una koine vintage. La fucina è quella prevetiana. Le parole d’ordine sono le medesime. Saggiamone i campioni.

“La storia insegna ma non ha scolari. E, per questo, è destinata a ripetersi. Così ricordava Gramsci. E, in effetti, oggi, dopo il 1989, assistiamo a un canovaccio che si ripete sempre lo stesso. La monarchia neoleviatanica del dollaro dichiara guerra a tutti gli Stati non allineati con il nuovo ordine mondiale atlantista post-1989. Lo fa a suon di bombardamenti etici, rivoluzioni colorate, imperialismo umanitario, esportazione missilistica della democrazia”.
“Nuovo ordine mondiale”, “imperialismo” sono lemmi sperperati assai sul mercato delle idee, fanno parte del repertorio consolidato della narrativa rosso-bruna che ha fatto proprio quel verbo antimodernista e anticapitalista che annovera numi novecenteschi a sinistra come a destra, da Heiddeger a Hamsun, da Celine a Pound, da Adorno a Horkheimer, da Guenon a Marcuse a Pasolini, e così via. “Monarchia neoleviatanica” ha un buon sapore hobbesiano ed è farina del sacco di Fusaro anche se è un sacco abbondantemente pieno di farina altrui.

Dunque:
“Nihil novi. Non bombarda mai, ovviamente, per fini meschinamente imperialistici: ma sempre e solo per i diritti umani violati e per la liberazione dei popoli, id est la loro annessione nell’open space del mercato planetarizzato sotto l’egida della talassocrazia atlantista. A volte lo storytelling implode, quando si scopre che, ad esempio, non v’erano armi di distruzione di massa in Iraq o armi chimiche in Siria. Ma intanto l’obiettivo neo-colonialistico è stato raggiunto e i cani da guardia a guinzaglio cortissimo del giornalismo aziendale possono distrarre agevolmente le masse ampiamente manipolate dallo spettacolo pornografico televisivo e giornalistico”.

E’ un pezzo di vaudeville quasi espressionista se non fosse per la meccanicità della prosa, la rigidità cadaverica dei concetti. Fusaro riduce la filosofia a un cabaret lugubre, snocciola le sue battute come fossero roba seria come nel monologo sulla moglie bruciata di Felice Andreasi. La favola nera che ci racconta è quella archetipa del grande Leviatano, americano in questo caso, dell’ordo plutocratico all’insegna della de-umanizzazione e della reificazione.

Spartito suonato e risuonato sui cui margini slabbrati dal protratto uso sono visibili tuttora le impronte di Lenin, Mussolini, Hitler a cui si sovrappongono più recenti quelle di Khomeini. Infatti, quattro anni prima della sua nascita, che l’Iran rigenerò se stesso, deponendo il regime filoamericano dello Scia per abbracciare il rigorismo islamico. Anche Michael Foucault, all’epoca, salutò l’evento con grande fervore e insieme a lui numerosi altri intellettuali. Fusaro è in buona compagnia.
I custodi della fede, gli ayatollah, loro si che ci hanno saputo fare, ripristinare la lettera coranica all’insegna della sharia più integralista. Come fece Lenin in Russia (ammirato da Khomeini) si trattò di bonificare il paese col terrore. Terrore catartico, necessario, propedeutico alla palingenesi.
D’altronde, se aborrisci l’espansione del libero mercato, se detesti la libertà e il suo involontario corollario, il libertinismo, cosa c’è di meglio della Tradizione, qualsiasi veste essa possa avere? Bruna, nera, rossa, il colore della giubba non importa, l’importante è essere uniti contro monarchie neo-leviataniche all’insegna di Mammona, così come, una volta, non così tanto tempo fa, si era uniti contro il complotto demo-pluto-giudaico-massonico.

Notiamo en passant che nel dispositivo onirico di Fusaro non manca l’omaggio indiretto ad Assad, vero e proprio idolo degli antiamericani al cubo. Si trova nella frase, “non vi erano armi chimiche in Siria”. La realtà è il grande problema di molta filosofia, soprattutto quando si è sostituita la gnoseologia con le allucinazioni autoindotte.
Lo sanno anche i sassolini che dopo il massacro alla periferia di Damasco dell’agosto 2013 in cui circa 1400 persone vennero uccise con il sarin, il governo siriano si accordò con gli Stati Uniti e la Russia per la distruzione totale delle sue scorte di armi chimiche.
Distruzione totale che non avvenne mai purtroppo per le vittime successive, come testimoniano i casi degli attacchi a Talmens il 21 aprile 2014, a Sarmin e a Qmenas il 16 marzo 2015, e infine a Khan Shaikhun il 3 aprile 2017. Ma lui, il “filosofo” non lo sa. Infondo Assad è una protesi iraniana e dunque, all’occorrenza va difeso. Il problema è la “talassocrazia atlantista”.

Per quanto riguarda le fantomatiche armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein, un’altra “vittima” della “monarchia neoleviatanica del dollaro”, ci sono ottime ragioni attraverso l’ampia documentazione satellitare dell’intenso traffico che si svolse tra Iraq e Siria prima dell’intervento americano del marzo 2003, che esse o i documenti e i materiali inerenti alla loro fabbricazione siano stati trasferiti in Siria. Tuttavia non è questo il punto, se in Iraq c’erano o non c’erano le armi. Quello che ci interessa sono gli assunti di Fusaro, è la sua farneticazione.

L’apice giunge ora, in questo paragrafo:
“È quel che sta accadendo in Iran: in quell’Iran che è, ad oggi, uno Stato eroicamente resistente al mondialismo imperialistico. E che, come tale, già da tempo è stato designato come bersaglio privilegiato da parte della monarchia del dollaro e delle sue colonie asservite (Italia in primis, ovviamente). Le manifestazioni di piazza in Iran debbono essere lette secondo questa chiave ermeneutica. Come un’enorme rivoluzione colorata manipolata e volta non a liberare i persiani, bensì a integrarli nel mondo “libero”, cioè sotto dominazione Usa con ridefinizione della società come regno del libero costume e del libero consumo”.

Lo schema dell’ideologo può funzionare solo in un modo, attraverso la distruzione della realtà e la sua sostituzione con una realtà astratta, monolitica, agghiacciante nella sua allucinata schematicità. Si tratta di quella realtà di secondo livello, interamente determinata dal pensiero che si contrappone a quella di primo livello, la realtà empirica dei fatti, secondo la fondamentale distinzione posta da Eric Voegelin. E ancora è Alain Besancon che ne definisce con impareggiabile lucidità il meccanismo. “Lo stato psichico del militante si distingue per l’investimento fanatico nel sistema. La visione centrale riorganizza l’intero campo intellettuale e percettivo fino alla periferia. Il linguaggio viene trasformato…ha il compito magico di piegare la realtà alla visione del mondo. E’ un linguaggio liturgico, in cui ogni formula indica l’adesione del locutore al sistema e, insieme, invita l’interlocutore ad aderirvi

Lo schemino di Fusaro è rudimentale e semplice e semplice perché rudimentale. Riassumiamolo. Esiste un potere globale, tentacolare, che il dispositivo liturgico di cui parla Besancon, definisce “mondialista” (parola totem) il cui scopo è quello dell’asservimento del pianeta alla propria volontà. A questo enorme potere oscuro, che, di nuovo, sia Lenin che Hitler avevano identificato nell’ordinamento moderno tecnologico capitalistico creato dalla borghesia imprenditoriale, si oppongono quei paesi i quali “eroicamente” (ma perché non “virilmente”?) resistono al suo imperio. Come facevano negli anni ’30 e ’40 l’Italia fascista, la Germania nazista, la Russia comunista.

L’asse rosso-bruno, l’antimodernismo salda i propri embrici. Dai totalitarismi e autoritarismi novecenteschi si passa poi con esemplare coerenza all’Islam. Antimodernista per vocazione, propugnatore di una visione di società sottomessa all’ordine del sacro. Chi meglio dell’Iran può rappresentare questa resistenza “eroica”, un paese che definisce gli Stati Uniti appunto “il Grande Satana”?
Verso la fine del suo articolo il Fusaro si chiede retoricamente dove sia finita la sinistra. E già dove è finita?

“La Destra del Danaro, con i suoi bellatores, dichiara guerra agli Stati resistenti e non allineati con il neo-leviatanico ordine mondiale atlantista, perché essi costituiscono un ostacolo al progetto globalistico di inclusione neutralizzante del pianeta nel modello unico reificato e classista. La Sinistra del Costume, dal canto suo, anziché resistere e opporsi a queste pratiche in nome della leniniana lotta contro l’imperialismo, le legittima in nome dei diritti umani con bombardamento etico incorporato e della democrazia missilistica d’asporto. Dov’è finita, in effetti, la sinistra? Perché non lotta contro l’imperialismo, come fece Lenin? Perché non difende gli Stati resistenti al mondialismo capitalistico e anzi si adopera perché vengano invasi militarmente?”.

Ecco sì, il santino di Lenin non poteva mancare all’album di famiglia. Il fanatismo di Vladimir Il’ič da proporre come cura per i mali del Weltmarket! Perché non fare come lui, non seguirlo nuovamente, magari istituzionalizzando un’altra volta come panacea sociale il terrore di massa, ripristinare una sorta di Ceka globale con a capo un altro Feliks Djerzinskij, il “Torquemada dell’Inquisizione rossa”? Fusaro, il fustigatore, sogna un Occidente finalmente liberato dalla sua decadenza. L’Iran, perché no? è un esempio a cui guardare.

Questo talebano da salotto riciclatore di vecchi programmi sconfessati dalla storia, ricoperti di sangue versato in nome del Progresso, dell’opposizione al capitalismo, alla democrazia, al libero mercato, considerati, non per quello che sono, naturali propensioni umane volte a una maggiore autonomia, a una maggiore emancipazione, a una maggiore prosperità, ma come una mostruosa schiavitù da cui liberarsi in nome di una società futura del tutto immaginaria e irrealizzabile perché innaturale, mostruosa e impossibile, ci trascina con le sue allucinazioni là dove, come in Iran domina il sopruso, la violenza, il terrorismo di stato. Là, dove l’umanità è stata già trascinata in un bagno di sangue durante nazismo e comunismo.

Quando il logos si assopisce è così che accade, prendono corpo chimere, arpie, parassiti della mente, incubi già sognati e terribilmente sperimentati. Storia vecchia questa, quella del giovane borghese occidentale il quale rigetta l’Occidente per umiliarsi, come ha scritto Leszek Kolakowski, “di fronte allo splendore di un’inequivocabile barbarie”.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »