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Sepolcri imbiancati parte seconda

gennaio 4, 2018 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Le urla jihadiste scandite ripetutamente in arabo durante la manifestazione filopalestinese contro la decisione americana di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, che si è tenuta a Milano il 9 dicembre scorso, sono infine giunte alle orecchie del sindaco meneghino Giuseppe Sala. Certo, perché giungessero è stato necessario che molti giorni dopo l’accaduto, Giulio Meotti de Il Foglio, pubblicasse su Facebook un post corredato da un video. Da quel momento in poi è partito il tam tam.

Risvegliati da torpore, distrazione, inconsapevolezza, o peggio, colpevole indifferenza, c’è stato un certo tramestio, sia politico, con l’onorevole Emanuele Fiano del PD il quale si è recato in questura a denunciare il fatto, sia in Comune e dentro la Comunità Ebraica milanese. Sono poi giunti i comunicati, le condanne, le prese di distanza. Tutto come da copione. Tuttavia ci sono errori di contestualizzazione, o meglio, riferimenti demagogici che nulla hanno a che vedere con lo specifico dei fatti.

Ma ascoltiamo il Primo Cittadino di Milano.
“Lascia sgomenti sentire pronunciare slogan antisemiti, violenti e intollerabili nella nostra città. Milano, medaglia d’oro alla Resistenza, non può permettere un così avvilente spettacolo, che fa scempio della sua memoria e di quella dei suoi cittadini – ebrei e non – che hanno dato la loro vita per difendere la libertà, principio alla base di ogni democrazia. L’odio e la prevaricazione alimentano i conflitti, non li spengono. La nostra città condanna gli estremismi di ogni forma e colore: quelli di ieri come quelli di oggi, con la stessa forza e determinazione. Non permettiamo che la voce di pochi faccia più clamore dei comportamenti corretti di molti. Ma collaboriamo, nel rispetto reciproco, per fare in modo che ciò che è accaduto in piazza Cavour non succeda mai più, a Milano e in tutto il mondo”.

Il 17 dicembre a seguito della bagarre avvenuta a Milano in Consiglio Comunale relativamente al cosiddetto “Daspo nero” il testo per vietare spazi del Comune per associazioni che non si riconoscono nei valori antifascisti e antirazzisti della Costituzione, il Consigliere Comunale Manfredi Palmieri dichiarava:
“In riferimento alla pasticciata, contraddittoria, parziale, strumentale e inapplicabile mozione ‘antifascista’ ho presentato un subemendamento a difesa di Israele e degli Ebrei.
Vediamo come voterà la maggioranza di Sinistra che pare essere cieca e sorda verso le cose gravissime che stanno accadendo sempre più frequentemente nella nostra Città, in cui continuano manifestazioni dell’estrema sinistra, degli antagonisti, di gruppi di musulmani e dei centri sociali che inneggiano a movimenti terroristici che vogliono la distruzione di quello Stato e di quel popolo. Ha fatto benissimo Stefano Parisi a denunciarlo pubblicamente e a chiedere al Sindaco Sala di esprimersi… Non si può e non si deve tacere. Chi non lo fa, non si presenti il Giorno della Memoria perché non ne è degno”.

Di rinforzo a Palmieri giungono oggi le dichiarazioni di Walker Meghnagi, ex presidente della Comunità Ebraica milanese, il quale, in una intervista a Il Giornale, lamentando il fatto che il comunicato di Sala arrivi 25 giorni dopo l’accaduto sottolinea come al corteo fosse presente l’imam di Firenze, prendendo le distanze dal tentativo di rubricare le grida jihadiste in una forma di fascismo. Sarebbe infatti ora di finirla con la solita retorica resistenzialista, come se fossimo nel 1948 e non nel 2018. Le urla jihadiste udite a Milano sono prettamente islamiche e non evocano né camicie brune né orbaci e fez, o perlomeno possono certo evocarne la contiguità storica e le affettuose concordanze ma non la matrice che le origina.

C’è una specificità tutta islamica nel grido “Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!”, ed è bene ricordarlo, così come sarebbe bene che lo evidenziasse Giuseppe Sala. Sarebbe altresì bello che ci si ricordasse, e lo ricordasse soprattutto istituzionalmente la Comunità Ebraica, che Israele sono cento anni che resiste (se proprio di resistenza si vuol parlare) in Medioriente contro l’intransigenza islamica armata e non contro fantomatiche centurie fasciste o Waffen SS.

Il cortocircuito esiziale tra antisionismo e antisemitismo è ormai così palese da risultare estrano solo a chi è in profonda malafede. Non è islamofobico denunciare che chi vuole in Medioriente la distruzione degli ebrei siano arabi e musulmani, sunniti e sciiti, i quali considerano inammissibile l’esistenza dello Stato ebraico. Gli stessi che il 9 dicembre si sono dati raduno a Milano invocando il ritorno dell’armata del Profeta.

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