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I tumulti in Iran e il nuovo paradigma di Donald Trump

gennaio 3, 2018 • Agorà, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

E’ presto per dire che in Iran siamo alla vigilia di un reale cambiamento. Gli ottimismi del cuore è meglio frenarli, ma la speranza è legittima, resta sempre l’ancella prediletta del futuro. E il futuro, appunto si spera, sarà quello di un popolo iraniano libero della dittatura teocratica che ha preso corpo nell’ormai lontano 1979 quando il clerico dissidente Ruhollah Khomeyni lasciò la Francia per tornare in patria e instaurare la sua ferrea versione dell’Islam sulle rovine della corrotta e cosmopolita dinastia del Pavone.

Eppure ciò che accade mostra con sicurezza una cosa, che il regime è solcato da crepe interne e che non basta proiettarsi all’esterno con foga imperiale per essere realmente forti. Il male rode il corpo da dentro. E’ da dentro, spesso, che si sviluppa progressivamente la patogenesi che mina le membra di quella che sembra essere una struttura forte e sana.

L’ossigeno dato al regime iraniano da Barack Obama nei termini di ingenti riforme finanziarie rendendo di fatto la sua presa interna ancora più tenace, è stato interamente utilizzato per incrementare la sua brama di espansione e il proprio consolidamento regionale.
Solamente Hezbollah, mano longa di Teheran in Libano, ha goduto per l’anno appena trascorso di un miliardo di dollari di finanziamenti. Poi, naturalmente, c’è il foraggiamento delle milizie in Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen e Hamas a Gaza, per non farsi mancare niente.
Anche questo lo si deve a Obama, alla sua apertura nei confronti degli ayatollah in nome, questa la scommessa, di un futuro più sicuro. “Buying time”. Comprare tempo. Vi sblocchiamo le sanzioni e voi, in cambio, invece di affrettarvi a ottenere le testate atomiche ne rallentate lo sviluppo.

Obama, l’ideologo progressista alla Casa Bianca, scommetteva molto su un futuro roseo, di pace e arrendevolezza, in cui le canaglie si sarebbero convertite al bene, addentando le carote della diplomazia e addolcendo i loro cuori rosicchiandole. Il risultato? Per quanto riguarda l’Iran, un regime ancora più aggressivo e un accordo pieno di buchi e postille sconosciute al pubblico perché coperte dal segreto di stato.
Altro risultato conseguito, la piena legittimazione a livello internazionale del regime, ripulito dal suo ruolo di paria e consegnato all’Occidente come rinnovato partner commerciale. Raschiando la rogna si dà il lasciapassare ai soldi.
Lady Pesc Mogherini agghindata con velo in testa, unica donna sorridente presente al parlamento iraniano in posa per molti selfies scattati da divertiti parlamentari barbuti, vale più, come immagine della dhimmitudine europea, di tutto ciò che Bat Ye’or ha scritto sul tema nell’ultimo decennio.

Ci voleva Donald Trump, e la nuova amministrazione americana per modificare l’immagine addolcita e presentabile dell’Iran che Obama e i suoi spin doctors avevano confezionato per la platea mondiale. E’ bastato cambiare paradigma, riconfigurare l’Iran per quello che è dal 1979, uno stato canaglia, una minaccia per gli interessi americani e la principale fonte di destabilizzazione oggi in Medioriente. Non più virtuoso partner commerciale ma “principale stato mondiale sponsor del terrorismo”.

Fu già il pluridecorato generale “Mad Dog Mattis”, Segretario alla Difesa, la primavera scorsa a definirlo in questo modo, come è stato poi di seguito costantemente definito dalla Casa Bianca, fino alla mancata certificazione dell’accordo sul nucleare che Trump si è rifiutato di firmare. Invece ha firmato un altro documento, che è un ulteriore schiaffo in faccia all’Iran, l’autorizzazione a spostare da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata americana dichiarando contestualmente Gerusalemme quello che è già da settanta anni, la capitale di Israele.

Fu Khomeini a istituire nel 1980 la Giornata di Gerusalemme facendola oggetto di una rivendicazione politica radicale e resistenziale. Giornata fatta propria in seguito da Hezbollah per il quale essa rappresenta il presupposto della chiamata al futuro e inevitabile scontro definitivo con Israele. Non a caso due delle unità militari di Hezbollah sono nominate con riferimento alla città, La Brigata Gerusalemme e La Divisione per la Liberazione di Gerusalemme.
E oggi è principalmente l’Iran in Medioriente, oltre all’Europa, a tenere in vita la “causa palestinese”, vecchio relitto ideologico degli anni ’60 e ’70, che l’assai pragmatica Arabia Saudita, custode della Mecca, ha da tempo riposto negli archivi.

Quello a cui assistiamo in questi giorni in Iran, le manifestazioni in piazza scandite dagli slogan contro il regime sono dunque anche il portato di questo mutamento dovuto al nuovo scandire pragmatico americano di cui Donald Trump ha dato un riassunto assai eloquente nel suo discorso di esordio all’ONU quando, rivolgendosi direttamente al popolo iraniano ha accusato il regime di privarlo delle sue risorse e della propria libertà.

Dunque sì, per il gaudio degli antiamericani in servizio effettivo permanente, a cui vogliamo associare caritatevolmente questa Europa col cappello in mano che all’ONU vota contro la decisione americana di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, c’è fortunatamente in quello che succede lo “zampino” degli Stati Uniti, che non si sono assentati dal Medioriente come gradirebbero Putin e i suoi sodali, ma lo tengono sotto vigilanza come fanno dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi.

Certo tutto questo non è ancora sufficiente a fare crollare il potere dei clerici iraniani, ce ne vuole, ma è abbastanza al momento per decretare che del bel disegno virtuoso di Barack Obama questa amministrazione ne ha fatto cartastraccia. Israele guarda compiaciuto, in attesa di coglierne insieme all’alleato principale i frutti più maturi.

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