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Le fole di papa Francesco e la platea festante

dicembre 26, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Spira forte il vento delle parole comode, del Verbo che si incarna nello Spirito del Tempo e sussurra alle orecchie dei più come e cosa devono pensare per essere up to date, consoni a questa nostra epoca in cui bisogna abbassare il più possibile la soglia del pensiero critico, la fatica hegeliana del concetto, per poter vivere felici e contenti nel mondo che verrà.

Papa Francesco, il papa che giunge dai confini del mondo, bonaccione e telefonista, ma inflessibile contro chi non la pensi come lui, bollato dai suoi sodali, nella Chiesa e nei mass media, come “retrivo”, “curiale”, “integralista”, “passatista”, ecc. ci regala da tempo la sua edificante narrativa sui migranti innestati di peso nel Vangelo. Qualche tempo fa, durante una intervista concessa a Le Figaro, ci raccontò che Gesù era un rifugiato.
Si trattò di quando venne portato in Egitto, infante, dai genitori perché Erode se ne voleva sbarazzare.

Accostamento tirato per i capelli, buono per un siparietto da cabaret ma poco rispettoso del racconto evangelico, poiché, naturalmente, Gesù non fu mai un rifugiato ma un ebreo che si mosse in Giudea (questo il nome della regione all’Epoca, non Palestina, quest’ultima sarebbe subentrata 135 anni dopo la sua morte) e Galilea. Ma il pontefice dimesso e senza fronzoli ama gli accostamenti arditi, ammiccanti, perfetti per il plauso facile della platea ampia alla quale si rivolge quasi strizzando l’occhiolino e profferendo, “Sono in gamba eh? Questa non l’avevate pensata nemmeno voi”.

Ora ha rincarato la dose, durante la Messa della Vigilia di Natale, raccontandoci che Maria e Giuseppe altro non erano che analoghi agli immigrati attuali. D’altronde un Gesù rifugiato con genitori immigrati, suona bene. Secondo il pontefice quest’ultimi lasciarono “la loro casa, la loro gente, loro terra”. Antonio Socci, occhio sbottato Socci, che da cattolico costernato guarda a questo papa come a un apostata (e con lui molti altri), lo fulmina su Libero con assai buone ragioni, “Colpisce l’ignoranza, Qualcuno gli spieghi che Giuseppe stava portando la sua famiglia non in un Paese straniero per motivi economici, ma nel suo stesso Paese per il censimento, perché lui era originario di Betlemme. Quindi era a casa sua. E il versetto “non c’era posto per loro” si riferisce al fatto che nel caravanserraglio dove erano tutti non c’era un luogo appartato per partorire. Come si può distruggere così l’annuncio del Natale con un banale comizietto populista?”.

No, non si tratta di ignoranza. Il papa conosce i testi sacri, ma li piega doviziosamente alla propria agenda ideologica che guarda caso coincide perfettamente con il verbo europeista progressista. Gli immigrati sono buoni a prescindere, sono le risorse boldriniane, sono l’avanguardia della società futura.
Non importa se si integreranno o se costruiranno enclavi etno-religiose come in Belgio, in Francia, in Gran Bretagna, l’importante è accoglierli a prescindere e chi avanza dei dubia , anatema sit! seguito da profluvi di “xenofobo”, “fascista”, “razzista”.

Anche il farneticante rossobruno Diego Fusaro, la versione pret-a-porter di Costanzo Preve, fulmina il pontefice, ma per ragioni opposte, sarebbe al servizio dei potentati forti della, “mondializzazione” parolina assai sperperata che null’altro è se non una riverniciatura del complotto pluto-giudaico-massonico, e infatti bel faccino Fusaro non può non nominare Soros.
C’è sempre un ebreo dietro ogni complotto e questa volta è addirittura dietro il papa. Ma al di là delle intossicazioni della mente, torniamo alla realtà, come cantava Frank Sinatra.
Bergoglio, Francesco prosegue imperterrito e ci ragguaglia su Maria e Giuseppe immigrati, facendoci presente che “Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza.
Colui che nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole”.

Gesù che da rifugiato diventa generoso funzionario preposto a concedere visti agli immigrati, senza se e senza ma, bisogna ammetterlo, è un ulteriore passo avanti nella narrativa bergogliana, è ancora più efficace del Gesù con kefiah della martirologia palestinista. Trova rapido consenso tra le gerarchie sudamericanizzate, tra i numerosi Galantino, “Tutti dentro!” è il Signore che garantisce il lasciapassare…

La “fragilità del più debole” sì va salvaguardata, ma forse occorrerebbe farlo là dove essa si manifesta con più forza, nei paesi in cui si scatena il dramma della violenza e della sopraffazione, prima ancora che in Europa e in Occidente in generale. Sarebbe bello se facessero la loro parte, più generosamente anche i paesi musulmani che invece, come l’Arabia Saudita e gli emirati tengono ben serrati i loro ingressi.

L’Europa può contenere, fare la sua parte, certo, ma cum judicio, che sarebbe a dire, con rigore e competenza, con accertamenti il più possibile protratti sulla volontà dei molti accolti di integrarsi e fare propri i valori e le leggi dei paesi che gli accolgono. Ma già dire questo è segno di durezza di cuore, se non di un cuore nero che sogna Blut und Bloden e adunate a passo d’oca.

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