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Il teatro e la realtà. Trump, la nemesi di Obama

dicembre 25, 2017 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

La fabbricazione dell’immagine di Barack Obama come “dream president”, come contrappasso messianico alla cupa e guerrafondaia era dello scellerato George W. Bush, è stata una delle più grandi e affermate performance mai costruite della propaganda liberal e dai suoi addentellati globali.
Lui, il suadente e azzimato primo presidente afroamericano della storia faceva battere i cuori di tutti gli invocatori di giustizia, gli aedi di un mondo nuovo in cui la pace e non la guerra sarebbe stata il condimento della terra.

Non più neocons torvi in assetto da battaglia, esportatori della democrazia sulle baionette con letture della Bibbia preventive, ma la mano felpata, elegante dell’appeaser, del negoziatore, di colui che avrebbe fatto degli USA un “soft power”, ridimensionandone l’interventismo e il ruolo di vigilante dell’ordine mondiale che si sono dati da Woodrow Wilson in poi.
Obama avrebbe messo tutti d’accordo con la sua oratoria, con il sorriso accattivante e la figura snella curata al millimetro con sapienza sartoriale. Chi prima di lui aveva mai ricevuto un Nobel per la pace senza avere fatto assolutamente nulla? Semplicemente come cambiale in bianco, come investimento per un futuro migliore, più sicuro per tutti.

La promessa c’era, anche la premessa.
La favola era questa, raccontata senza sosta da innumerevoli cantori. Naturalmente, poi, ci sarebbe stata come sempre c’è, la realtà a scompigliare la tela intrecciata dei sogni e delle aspettative, una realtà manifestamente altra, fatta di insuccessi clamorosi, soprattutto in politica estera, soprattutto in Medioriente, raccontati invece come successi eclatanti coronati dall’accordo nucleare con l’Iran, la più colossale capitolazione americana degli ultimi decenni, venduta come uno straordinario esito la cui sola alternativa sarebbe stata la guerra. Niente di più falso.

L’alternativa sarebbe stata un accordo assai migliore che non avrebbe consegnato al più pericoloso attore mediorientale il nucleare. Ma fortissimamente volli e fortissimamente ottenni, anche chiudendo gli occhi sull’esportazione di droga negli USA da parte di Hezbollah, il partito di Dio votato come l’Iran, suo sponsor, alla distruzione di Israele. Il cinismo di Obama, la sua spregiudicatezza, sono l’altra faccia, quella nascosta della luna. In lui coabitavano l’ideologo dogmatico e il consumato politicante con il pelo sullo stomaco. L’importante era sorridere, parlare di pace e amore, di un mondo migliore da costruire insieme buttando giù barriere e contrafforti.

L’avvento di Donald Trump è stato un trauma dopo otto anni di fake news costantemente sfornate dalla Casa Bianca del Mulino Bianco della dolce coppia Obama & Michelle, come biscotti fragranti a un pubblico che continuava a battere le mani, anche se non nella Rust Belt o nell’America profonda, lì no, la narrativa del riscatto promossa del principe “abbronzato” (copyright Silvio Berlusconi) che regalava sogni, non aveva mai attecchito.

Il trauma è stato soprattutto di quell’America parallela creata dai mass media, tutta, salvo rare eccezioni, Fox News in testa, prona a Obama. Questo regno del consenso costruito sopra la realtà non ha potuto sopportare la vittoria del palazzinaro strafottente e narciso, bombastico e grossolano. L’orrore ha preso alla gola, è mancato il fiato.
Hillary, la bulimica di potere e intrighi era già pronta a incoronarsi, glielo avevano promesso. Doveva riscattare il marito dai sigari e da un vestito congelato al fine di conservare il suo liquido biologico. Dopo essere stata Segretario di Stato di Obama e averlo, riluttante, convinto della necessità dell’intervento in Libia, sognava nuovi traguardi all’orizzonte.

Bengasi, si sa, è stato solo un incidente di percorso. Invece ecco tutto crolla, succede l’impensabile, vince Donald Trump. In Italia nel salotto di Repubblica (e non solo lì) non si sono ancora ripresi i vari Zucconi e Rampini che ci raccontano di un’America distopica, un paesaggio torvo dove domina Giovanni Senza Terra mentre il prode Riccardo Cuor di Leone, in esilio, riscalda pur sempre i cuori affranti con messaggi e dispacci in cui ci fa sapere che sì, lui c’è ancora.

Il seguito è ancora davanti ai nostri occhi. L’impazzimento, l’isteria, già in azione durante la campagna elettorale nella quale il tycoon newyorkese veniva presentato come un orco sessista e autoritario animato nel profondo da impulsi antidemocratici. Ha avuto tutti contro, persino il suo partito. Era troppo anche per loro.
Sì, Trump è la nemesi di Obama. E che nemesi. Nessun incanto, nessuna favola di un mondo da accarezzare con i guanti per renderlo migliore, nessuna promessa di felicità a buon mercato.

La brutalità della realtà, peraltro sempre presente anche durante l’Amministrazione Obama, ma infiocchettata per non renderla troppo indigesta, con Trump torna prepotentemente sulla scena. E basta leggere il National Security Strategy Review, il rapporto appena presentato dalla Casa Bianca sulle priorità americane e l’assetto mondiale, per rendersi conto che lo spartito è cambiato.
Il mondo appare per quello che è, che è sempre stato, e non c’è bisogno di essere Thomas Hobbes per rendersene conto, un insieme di tensioni e contrapposizioni, di minacce e attori antagonisti agli interessi americani che una volta coincidevano con quelli occidentali e che oggi invece non sono più sovrapponibili. Il voto ONU contro USA e Israele uniti nel realismo di considerare Gerusalemme capitale dello Stato ebraico lo dimostra più plasticamente di ogni altra cosa.

Il “Yes we can” pura formula ingannevole, da maghetto furbo che lascia in Iraq crescere la malapianta dell’ISIS sottovalutandone la portata, tifa per la Fratellanza Musulmana in Egitto, fissa per la Siria una linea rossa invalicabile per poi fare marcia indietro, non dà alcun appoggio al sommovimento popolare in Iran nel 2009 ma anzi regala agli ayatollah la futura bomba atomica (solo per restare al Medioriente), si è trasformato in una visuale cruda e senza fronzoli sullo stato attuale delle cose.

Eppure la grancassa liberal, gli aedi del mondo rabbonito dagli accordi con le canaglie (e si è visto come è andata con la Corea del Nord), ci continuano a dire che Trump è il peggio che si possa avere. Rimpiangono lo scaltro illusionista che per otto lunghi anni (politicamente parlando) ha ingannato la platea perseguendo una visione dell’America che ne ha fatto uno zimbello in giro per il mondo, soprattutto là dove dimorano attori politici assai più tarati su come funzionano le cose.
Iran, Russia, Turchia, Corea del Nord, sanno bene che laddove si è persa la persuasione della forza, il potere effettivo della deterrenza, non si è più credibili ed è giunto il momento di ritagliarsi sempre più il proprio spazio a discapito degli altri.

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