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L’Italia tradisce l’Occidente

dicembre 11, 2017 • Agorà, z in evidenza

di Giulio Terzi di Sant’Agata –

Tra le più gravi carenze dei Governi Renzi e Gentiloni che gli elettori avranno modo di giudicare sono evidenti quelle di una politica estera, europea , atlantica e mediterranea non soltanto confusa e incoerente. Un pericoloso dogmatismo sta prendendo piede nella nostra politica estera. Ne sta facendo le spese un’importante qualità, riconosciuta in altri tempi alla diplomazia italiana dai nostri principali Alleati soprattutto tra la fine dell’impero sovietico nel 1990 e la crisi georgiana del 2008. Quella di saper affrontare con realistica comprensione dell’interesse nazionale le sfide alle quali l’Italia è stata chiamata , tenendo fermi i fondamentali riferimenti atlantici , i rapporti con gli Stati Uniti , con l’Europa e con Israele.

Una fondamentale “regola aurea” – quella dell’affidabilità per i partners, della solidale disponibilità a intervenire contro minacce alla comune sicurezza, della coerenza con impegni liberamente sottoscritti -aveva assicurato per un quarto di secolo affermazioni considerevoli alla politica estera italiana. Lo si era visto dalla nostra partecipazione al Gruppo di Contatto per l’ex Jugoslavia ; lo avevano dimostrato la guida della coalizione “United for Consensus” nella riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; le decine e decine di affermazioni in importantissime competizioni per ruoli e incarichi internazionali – alle Nazioni Unite , all’Unione Europea, all’OCSE ,alla BCE all’OSCE, all’EXPO 2015, alle più alte Magistrature internazionali- i comandi assegnati a Ufficiali italiani in operazioni di pace.

Per un quarto di secolo i riconoscimenti all’Italia hanno coinciso con una linea coerente e affidabile della politica estera italiana: anche nelle situazioni più difficili e dolorose, costate la vita a nostri valorosi uomini e donne con le stellette, e a volontari nelle missioni umanitarie, pronti a sacrificarsi per la Patria , per i suoi ideali, e per la sicurezza di tutti gli italiani dall’Afghanistan ai Balcani, dal Medio Oriente all’Africa.

Da quando coerenza e affidabilità sono invece venute a mancare e si è diffusa la percezione che tali condizioni essenziali nella “regola aurea” della diplomazia siano svanite, il nostro Paese non ha fatto che inanellare delusioni. Per ricordarne alcune:la mancata nomina di Padoan alla Presidenza dell’Eurogruppo; l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco a Amsterdam invece che a Milano; la “mezza sconfitta” -o come eufemisticamente la narrativa ufficiale ha cercato di farla passare, la”mezza vittoria” – al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; i continui richiami della Commissione al Governo a ogni scadenza di manovre finanziarie, di provvedimenti salva banche e salva imprese; le reprimende di Bruxelles, le polemiche con le Istituzioni Comunitarie e con importanti Stati membri in tema di immigrazione illegale, accoglienza,controllo delle frontiere.

Non è certo un caso se negli stessi “teatri di crisi” della Libia e delle rotte migratorie del Mediterraneo la “leadership” che Washington e Bruxelles avevano ripetutamente invocato per l’Italia sia stata ormai saldamente assunta dalla Francia. Parigi ha saputo capitalizzare su un impegno coerente – diplomatico e militare, mentre Roma era sempre in attesa dell’ONU- espresso per oltre un quinquennio non soltanto in Cirenaica e in altre regioni libiche, ma in tutto il quadrante compreso tra Centrafrica, Chad, Mauritania, Mali, Niger.

Ognuna delle sconfitte diplomatiche che negli anni di Renzi e Gentiloni abbiamo subito in tempi e Paesi “normali” sarebbero costate la sfiducia ai Governo o per lo meno ai Ministri direttamente responsabili. Ma sappiamo che il principio delle responsabilità politica è uscito da tempo dall’orizzonte dello “Stato di Diritto all’italiana”.

In questi giorni abbiamo un Governo che non dispone -ormai- neppure di un simulacro di legittimazione dal popolo italiano. E tuttavia ha deciso di avvitarsi in iniziative e prese di posizione che ci allontanano dall’Occidente. Non esitiamo a caratterizzarci come Paese in prima linea, nella rotta di collisione con Washington e con Gerusalemme. Mentre continuiamo a affondare nella irrilevanza sul terreno dell’integrazione europea, guidata sempre più da Macron, e come sempre da Berlino.

Sull’Iran sono ormai due anni e mezzo che le decisioni avventate si accumulano. Lo sono per i nostri interessi di sicurezza; per la tutela delle nostre aziende a fronte degli enormi rischi economici e di riciclaggio in favore del terrorismo internazionale presenti su quel mercato; e per il mancato allineamento dell’ Italia ad altri Paesi della Nato e della coalizione arabo-sunnita formatasi recentemente a Riyad al fine di “contenere” la strategia iraniana di destabilizzazione in Medio Oriente. Dopo gli incitamenti di Renzi a correre a occhi chiusi verso il miraggio dell’”Eldorado Iraniano”- da quell’estate 2015 che ha visto la firma di un accordo nucleare per la prima volta nella storia della non proliferazione del tutto sprovvisto di un credibile meccanismo di verifiche– il Governo Gentiloni ha fatto e sta affrettandosi a fare molto di più, e di ancora più pericoloso.

Incurante di tutte le circostanziate prove sul coinvolgimento diretto di Teheran nel sostegno al terrorismo internazionale attraverso Hezbollah e sui collegamenti operativi tra Al Qaeda e Pasdaran -Iran Revolution Guard Corp, IRGC– Gentiloni e i suoi ministri hanno prima avviato una vera e propria collaborazione tra la Marina italiana e quella iraniana, con esercitazioni che Palazzo Chigi giustifica con la lotta contro la pirateria: come se le nostre risorse navali già non fossero sufficientemente impegnate in analoghe operazioni sia con l’Alleanza Atlantica che con l’Unione Europea.

A nessun altro Paese Nato è venuta un’idea del genere.Tanto più che unità della Nato sono sistematicamente provocate e in alcuni casi attaccate da navi e battelli iraniani quando transitano per il Golfo Persico

. Si apprende ora che il nostro Governo si starebbe legando a doppio filo sul piano strategico e militare a Teheran: in una sorta di voluta, o inconsapevole, “alleanza” verso la quale l’abile regia dei Mullah ci sta facendo scivolare, in netto contrasto con le vere Alleanze alle quali siamo legati.

Sul versante Afghano si starebbe negoziando un’ “intesa congiunta” tra Italia e Iran sulla cooperazione e la stabilizzazione de‎ll’Afghanistan.Le finalità sono evidentemente geopolitiche, di influenza e soprattutto militari, almeno per Teheran : dato che al primo posto delle priorità individuate c’è la realizzazione di una ferrovia che colleghi l’Iran all’ancora inesistente aeroporto internazionale di Herat. Si vogliono gettare 65 milioni di euro concessi dall’Italia come credito d’aiuto- finanziato dal contribuente italiano- in un’opera strategica essenziale per le Forze armate iraniane, con fondi che quasi certamente finiranno a un’impresa iraniana o in attività di riciclaggio a favore dell’IRGC.

E facciamo attenzione. Questa “corsa di fine legislatura” nel destinare ai Mullah iraniani enormi risorse finanziarie sottratte a altre destinazioni socialmente utili in Italia o a mercati decisamente più sicuri e promettenti per le aziende italiane trova la punta dell’iceberg nel “caso Invitalia“. Nella Legge di Bilancio Gentiloni ha fatto inserire una norma che assicura il finanziamento pubblico di garanzie sino a un miliardo di euro per esportazioni e investimenti in Iran. Nessun altro Paese occidentale sta facendo cose del genere.

Apriamo così tutte le porte a rapporti finanziari e bancari, oltre che commerciali, con un Paese che è sulla lista di quelli a più alto rischio riciclaggio per la Financial Action Task Force -FATF- e verso il quale il Congresso americano e la Casa Bianca stanno rafforzando le sanzioni. A poco o nulla è valsa l‘esperienza di Banca Intesa San Paolo multata un anno fa dalla Treasury dello Stato di New York per 246 milioni di Euro.

Un danno economico che evidentemente nell’andazzo della politica creditizia italiana, a dispetto delle misure di sorveglianza europee, viene facilmente assorbito dalle costanti erogazioni pubbliche attraverso i “fondi atlante” e simili. È sempre il contribuente a essere, senza saperlo, il “tassato di ultima istanza”.

Ma il “caso Invitalia” sta impressionando negativamente gli ambienti atlantici e europei anche per un altro motivo. Nella serrata discussione sugli emendamenti che un gruppo significativo di parlamentari aveva chiesto di inserire nella norma, il Governo Gentiloni ha preteso di cancellare qualsiasi riferimento alla normativa europea e alle norme adottate dalla Commissione e dal Parlamento Europeo in materia di antiriciclaggio. Quindi, il Governo italiano vuole avere le mani interamente libere, e poterlo dimostrare agli “alleati” iraniani , che si dice si siano mossi proprio per evitare quegli emendamenti

 Come non dubitare che vi sia un vero e proprio disegno complessivo che collega tra loro il ” caso Invitalia” e la costruzione della ferrovia tra il confine con l’Iran e il futuro Aeroporto di Herat, nel Nord Ovest dell’Afghanistan, da dove provengono migliaia di giovani reclutati dagli Hezbollah sciiti per combattere sotto comandanti iraniani dalla Siria, all’Iraq, allo Yemen? La risposta proviene dal Presidente della Camera di Commercio Italo Iraniana (Financial Tribune pubblicato a Teheran, del 5 dicembre us): ” le questioni bancarie ancora in sospeso tra i due paesi saranno risolte entro due mesi”.

Mentre il Direttore della Banca Sepah a Roma, la cui apertura è stata autorizzata nei mesi scorsi dalla Banca d’Italia esclusivamente come Ufficio di Rappresentanza e non come sede operativa, ha sorprendentemente dichiarato: “Abbiamo buone relazioni con Banca Monte dei Paschi di Siena… Abbiamo ricevuto più di un miliardo e mezzo di euro in linee di credito assegnate ai nostri clienti.. Banca Sepah a Roma ha anche trasferito 1,5 miliardi di euro dall’Iran all’Italia, il che dimostra che non vi sono problemi a trasferire fondi dall’Iran all’Italia“.

Qualche settimana prima era stata la volta di un alto dirigente della Banca Popolare di Sondrio a sottolineare il ruolo della propria Banca nel promuovere operazioni finanziare prima dell’accordo nucleare, in piena vigenza del regime sanzionatorio. Nessuna rettifica o precisazione è ovviamente venuta dalle competenti Autorità italiane, né da Bankitalia, in particolare sulla circostanza che le Banche italiane sono sottoposte a norme vincolanti antiriciclaggio e restano considerevoli i rischi di sanzioni americane.Bibi vince

L’inarrestabile avvicinamento tra Roma e Teheran desta crescenti preoccupazioni negli ambienti europei e atlantici, e soprattutto nell’Amministrazione americana. Sull’Iran, e ora anche sulla questione di Gerusalemme, la politica estera italiana è entrata in rotta di collisione con il suo principale alleato, gli Stati Uniti: un partner sempre più fondamentale in un’era di sfide globali da affrontare con risorse di cui non disponiamo né a livello nazionale né europeo.

.Anziché lavorare per attenuare le forti tensioni ‎sulla tanto controversa questione di Gerusalemme, non abbiamo perso l’occasione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per schierarci duramente contro gli Stati Uniti e Israele. Intendiamoci, la situazione in cui si è venuta a trovare l’Italia era assai delicata. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario evitare un proclama in bianco o nero, appiattito sulle abituali tesi filopalestinesi di tanta sinistra europea e italiana, fatte costantemente proprie dall’Alto Rappresentante UE Federica Mogherini e dai suoi ex colleghi di Governo e di partito. Altri paesi dell’Unione sono riusciti a farlo, anche se non stavano concludendo come noi una fugace permanenza di un solo anno in Consiglio di Sicurezza.

Evidentemente,lo abbiamo deciso per cogliere l’occasione di distinguerci: ma sempre, come avviene da due anni e mezzo sulla vicenda iraniana, in contrasto con la linea di Washington e di altri partners europei, e ora entrando a gamba tesa su un tema vitale per la stabilità del Medio Oriente e soprattutto per la sicurezza di Israele. Di cui Renzi e Gentiloni si dichiarano fedeli amici,tranne quando si tratta di evitare di dar soldi a chi ,come l’Iran, lavora e si impegna a fondo per distruggere lo Stato ebraico, o di quanti vogliono impedire qualsiasi forma di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Vi sono molti argomenti validissimi per discutere sull’opportunità dell’ultima mossa americana. Essi derivano dal diritto internazionale, da considerazioni di tecnica negoziale, dalle prospettive di un processo di pace fermo da quindici anni sulla teoria dei due Stati -ciascuno con una parte di Gerusalemme come capitale- o di alternative mirate alla creazione di un unico stato binazionale. Su tutto questo e molto altro ancora è acceso da anni un intenso dibattito sia in campo israeliano che tra i palestinesi.

Le motivazioni del presidente Trump nel riconoscere un fatto che egli ha sottolineato essere acquisito da tempo, che Gerusalemme viene “trattata”da Ambasciatori, membri di governo stranieri e Delegazioni ai più alti livelli come la vera capitale – non certo Tel Aviv- sono state certamente di politica interna: dimostrare la coerenza con le promesse elettorali; consolidare i consensi tra i sostenitori ebrei e cristiano evangelici; dar prova di saper affrontare reazioni anche molto forti, e persino rischi non certo trascurabili per gli interessi e la sicurezza americana nel mondo, pur di perseguire una linea assertiva, nazionale e nettamente diversa da quella della presidenza Obama.

Non si può tuttavia sottovalutare che la creazione di un fronte arabo-sunnita, diplomatico e militare, contro una minaccia iraniana percepita ormai come infinitamente più rischiosa di quella palestinese ha costituito la cornice vera della decisione di Trump. Non è troppo difficile comprendere, se non forse per qualcuno in Italia e in Europa, che la nuova Casa Bianca ha prodotto in Medio Oriente una mutazione geopolitica che intende rafforzare nettamente il ruolo di Israele e dei Paesi Arabo sunniti, e in direzione opposta neutralizzare la minaccia iraniana.

Di fronte a questi scenari, l’Italia sta andando in rotta di collisione con i suoi principali alleati occidentali. Siccome nei rapporti internazionali è assai meno agevole di quanto non avvenga in politica interna- soprattutto da noi- far credere a belle parole contraddette sistematicamente dai fatti, la nostra politica estera viene percepita non solo ondivaga, ma ormai sempre più “schierata contro” interessi di sicurezza dell’Occidente.

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