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Gerusalemme capitale e i fantasmi della mente

dicembre 6, 2017 • Mondo, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

“I fatti non hanno accesso nel regno delle nostre fedi”, scriveva Marcel Proust. I fantasmi di cui la mente è incessantemente popolata producono spesso vere e proprie infestazioni dalle quali spesso non c’è alcuno scampo. Un intero mondo può essere costruito intorno alla menzogna, e di Truman Show da incubo il Novecento ha saputo darci esempi sconcertanti.

L’ultimo rimasto è la Corea del Nord, bolla mentale in cui il tempo si è pietrificato e dove la realtà è stata sostituita interamente da un sinistro simulacro. Altro simulacro è la “causa palestinese”, ultimo avamposto di vecchi e nuovi revolucionari i quali, dopo Castro hanno dovuto assistere al fallimento progressivo delle cause in cui credevano, soprattutto nel laboratorio sudamericano, il loro preferito, dove l’eroe anticapitalista Maduro ha saputo condurre il paese alla catastrofe economica.

La “causa palestinese” è un cimelio irrinunciabile per chi ha una naturale propensione all’abbattimento della democrazia e dei valori su cui si è costituito l’Occidente. Convergono qui estremisti neri e rossi, o rossobruni, antisemiti doc, e antisionisti, antiglobalisti o diversamente detti altermondisti, assolutamente indifferenti alla sorte dei “poveri palestinesi”, poiché per costoro non sono mai le cose vere ad importare, ma le idee, le proiezioni, o meglio le ossessioni.

C’è molta agitazione nella setta propal, tra gli ebrei progressisti, e nella sinistra da salotto che qui in Italia ha in “La Repubblica” il suo epicentro, per l’annunciata dichiarazione di Donald Trump in merito a Gerusalemme, che il presidente americano qualificherà capitale di Israele, annunciando allo stesso tempo lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.
Gli adepti della causa e i loro utili idioti, combattono, come Hiroo Onoda, ancora la loro battaglia, solo che, diversamente da Hiroo, il quale, nel 1974 venne finalmente riportato a casa dalle Filippine, dove, prigioniero di un timeloop continuava a guerreggiare solitario, nessuno li ha ancora riportati alla realtà.

Il paradosso è che la “causa palestinese”, relitto ideologico degli anni ’70, che tanto appassiona l’Occidente, non sembra appassionare più da tempo gli arabi, e soprattutto oggi, il più influente tra gli stati sunniti, l’Arabia Saudita che pure in passato tanto si è adoperata a suo sostegno, basti ricordare l’embargo sul petrolio del 1973 che costrinse l’Europa a cedere al ricatto e a svendere Israele.

Tuttavia, seppure, todo cambi, come cantava Mercedes Sosa seguendo forse Eraclito, la setta propal resta inamovibile. Diversamente dalla Chiesa non indirà mai un Concilio Vaticano II.
Restano sospesi i suoi adepti, come i lefebvriani, in un tempo eterno in cui si recita senza sosta il medesimo copione composto da vecchi feticci lessicali, incardinato ossessivamente sugli stessi riti. La storia non avanza, ma rimane perennemente ferma, prigioniera di una allucinazione ad occhi aperti. Il Bioy Casares de “L’invenzione di Morel” è il loro autore, anche se ne sono desolantemente inconsapevoli.

Ma veniamo invece alla realtà, non alla sua rappresentazione. Mohamed bin Salman il futuro re saudita, quello che si potrebbe definire un tipo “cazzuto”, ha convocato tempo fa il vecchio e abusivo padrino di Ramallah, Abu Mazen, al quale ha detto che ormai è giunto il momento di passare il testimone. No, non ci sarà uno Stato palestinese in Cisgiordania, se lo scordi, e se proprio vuole una capitale la potrà avere in un sobborgo di Gerusalemme. Ora le priorità sono altre.

Abu Mazen se ne è andato scornato, mentre a poche ore dall’annuncio di Trump, Hamas, ritornato a essere finanziato dall’Iran, il nemico principale di Israele e guarda caso dell’Arabia Saudita, minaccia improbabili intifade. Si tratta di un cane che abbaia assai e morde poco. Il suo arsenale non impensierisce Israele nemmeno un attimo. Anche per Israele le priorità sono altre.

L’annuncio annunciato di Trump su Gerusalemme capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme si inquadra in questo nuovo scenario in cui la covergenza antisciita, israelo-americano-saudita sospinge ulteriormente ai margini della scena una storia già da tempo vecchia e stanca, sempre buona per gli Onoda irrecuperabili.

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