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Violenza di genere, l’informazione che cambia

dicembre 5, 2017 • Paralleli, z in evidenza

 

di Luigi Coppola –

“Il diritto di cronaca non può divenire un abuso”. Il principio apparentemente scontato, unanimemente condiviso in una prassi consolidata della scuola giornalistica italiana, si allontana con preoccupante percentuale rispetto alle cronache quotidiane degli efferati crimini contro le donne. Il dominante argomento contemporaneo con gli effetti e le ricadute nella relativa comunicazione, è stato l’oggetto della conferenza organizzata a Sassari lo scorso 29 novembre dall’Ordine dei Giornalisti Sardegna.
La “narrazione della violenza e del femminicidio, standard e stereotipi” (il titolo del seminario), ha acceso un faro importante sulla necessità di correggere elementi inadeguati, ricorrenti in gran parte della cronaca italiana, pubblicata sulla stampa o riportata negli altri media ad alta diffusione popolare, televisioni, testate e canali sul web.

Di fronte alla drammatica iperbole dei casi quotidiani, rimbalzati sui media, ancor di più dagli effetti criminogeni derivati negli autori di crimini e abusi violenti, suffragati da seri riscontri scientifici; l’ordine nazionale dei giornalisti ha recepito la necessità di aggiornare gli standard di comunicazione. Con l’intento di renderli coerenti all’evoluzione dei casi emergenti.

L’iniziativa intrapresa dall’Odg sardo presieduto da Francesco Birocchi, ha offerto presso l’auditorium del Carmelo in Viale Umberto i contributi di tre relatrici, esperte su più livelli nel complesso fenomeno. Di fronte ad una nutrita platea di professionisti e addetti della comunicazione, un’altrettanta efficace comunicazione ha realizzato con incoraggianti riscontri gli obiettivi dell’incontro. Francesca Garbarino e Maritsa Cantaluppi, rispettivamente criminologa, responsabile del Cipm (Centro per la mediazione sociale e penale del Comune di Milano) e psicologa psicoterapeutica, hanno posto nei loro interventi oltre il profilo sofferente della vittima di abusi e violenze, la ricaduta inevitabile di altrettanto disagio che investe le vittime di secondo o terzo livello, prossime alla protagonista (figli/e, familiari, amici).

Gli stralci di alcuni articoli di stampa concernenti anche recenti e clamorosi casi di violenza sessuale (Firenze e Rimini) hanno confermato l’evidenza di reiterati usi impropri di termini e toni nella narrazione giornalistica dei reati consumati a danno delle protagoniste. Brutalizzate più volte, spesso inconsapevolmente anche ai fini di una necessaria ricostruzione giudiziaria degli eventi delittuosi. Di particolare rilievo per la sua valenza inedita, l’intervento offerto da Nicoletta Malesa, presidente del Centro ascolto uomini maltrattanti nord Sardegna.

La professionista, dopo anni di esperienza maturata nei centri di ascolto anti violenza rivolti alle donne, ha intuito l’importanza di spingersi oltre insieme a colleghi e persone spinte dalla comune sensibilità. L’istituzione del Cam Nord Sardegna, che fa rete anche con i centri di Oristano e Nuoro, in collaborazione con il Movimento Omosessuale Sardo, ha redatto il primo protocollo d’intesa nazionale con il quale si offrono servizi di counseling anche alle coppie Lgbt.
Nei suoi interventi Malesa ha rilevato l’importanza d’introdurre un rinnovato lessico nella cronaca di settore. Ribadendo la distanza ingiustificata che troppo spesso “protegge” il lettore (potenziale coautore di gesti simili) rispetto al “mostro” isolato in prima pagina e ripetutamente reietto rispetto a una “normalità” di una comunità di lettori o telespettatori, non immune da comportamenti subdoli, indicatori di potenziali emulatori.

“Quando si commenta l’ennesimo omicidio, non ci sono più le parole utili. La sconfitta è unanime” – ha ricordato l’esperta – citando anche un recente e tragico caso occorso proprio a Sassari circa un anno fa. Pur ammettendo le criticità oggettive di realizzare un’informazione equilibrata che prediliga e rafforzi i comunicati di servizio che diano visibilità alle organizzazioni di prevenzione, l’avanguardia di un’opportunità offerta ai soggetti violenti è strategica, considerando anche la “serialità” dell’uomo maltrattante. Accompagnandolo in quei “processi di assunzione di responsabilità con l’acquisizione di nuovi comportamenti orientati al rispetto” , l’uomo incline a una prevaricazione anche psicologica, attuata nelle mura domestiche, capace di rimettersi in discussione, azzerando le frequenti recidive, procurerà un ritorno di sicurezza per più di una donna nel contesto territoriale.

Non a caso fra le più incisive testimonianze (l’ultima in scaletta prima di un reading tematico di Serena Dandini), Nicoletta Malesa ha caratterizzato la speciale iniziativa parlamentare #inquantodonne, organizzata lo scorso 25 novembre (giornata mondiale Onu contro la violenza sulle donne) con la partecipazione di 1300 donne giunte a Roma da tutta Italia.

La conclusione del Presidente Birocchi ha offerto l’occasione per presentare l’ultimo documento in tema, quel Manifesto di Venezia, redatto nella stessa occasione del 25 novembre, con l’apporto di una rete di associazioni dell’area sindacale della stampa italiana, compreso Usigrai e “Giulia giornaliste”. Una summa di dieci punti, costola della Convenzione di Istanbul dell’undici maggio 2011, che presto potrebbe essere parte integrante di un necessario aggiornamento sintetico delle Convenzioni di deontologia in studio presso lo stesso Ordine dei Giornalisti italiano.

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