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L’Amico perduto

dicembre 1, 2017 • Io Leggo

 

di Luigi Coppola –

Settanta anni dopo la prima uscita, la nuova edizione de “L’amico perduto”, esotico romanzo di formazione, scritto da Hella Haasse, in libreria per i caratteri di Iperborea, suscita forti suggestioni nelle pagine che lo confezionano con l’algida brossura della casa editrice.  La rinnovata traduzione di Fulvio Ferrari e ancora la sua postfazione offrono un prezioso supplemento di riconoscenza e splendore alla narrativa di una delle più amate autrici olandesi. Il romanzo pubblicato dall’Haasse (nata a Batavia, l’attuale Giacarta nel 1918), nell’originale stesura del 1948 divenne un caso editoriale, grazie a quel collegamento non scevro da sofferenze e dolori, inevitabili nel conflitto coloniale in corso d’epoca nelle Indie olandesi. Il primo testo de “L’amico perduto” fu pubblicato in forma anonima per un concorso organizzato dalla commissione di sviluppo dei libri olandesi per scegliere un romanzo, il cui autore doveva essere riconosciuto dai lettori. I relativi premi in buoni libri avrebbero gratificato i potenziali vincitori che difficilmente avrebbero potuto riconoscere la prosa dell’Hasse al suo primo libro. Una storia densa di sentimenti e diatribe umane, condensate in una coppia di giovani protagonisti, al centro di vicende storiche arricchite da trame avventurose, incastonate in scenari e visioni antropologiche da spasimo.  La trama nasce ed evolve nelle Indie Olandesi. Narra un forte rapporto di amicizia, apparentemente indissolubile nell’età fanciullesca, destinato a un irreversibile doloroso oblio nell’età adulta. Due ragazzi originari di mondi diversi, il primo è figlio del direttore di una piantagione olandese, l’altro indigeno, figlio di un lavoratore locale, addetto alle vaste coltivazioni.

Urug, il bambino giavanese si trova, per una serie di eventi a lui favorevoli, a frequentare la ricca e solitaria casa occidentale in un rapporto quotidiano elevato quasi al rango familiare. Altre circostanze succedutesi con una scrittura fluida e avvincente conducono Urug ad accedere anche agli studi universitari grazie ad una sorta di adozione favorita dall’ingombrante e autoritaria presenza del dirigente capitalista olandese, capo d’azienda più che capo famiglia.

Gli affetti infantili stringono un legame reso più forte e genuino dalla presenza, di altre relazioni secondarie non proprio trasparenti disegnate con lucido garbo dalla scrittrice che presta la voce narrante al piccolo europeo, innamorato della terra che lo ospita. Sullo sfondo di una civiltà occidentale, perbenista e dominante, avvenimenti inediti e travolgenti come la seconda guerra mondiale e il duro conflitto coloniale irrompono nella vicenda. Che ricolloca i due giovani, ormai adulti, nelle rispettive classi etniche e culturali originarie, separate da distanze mai colmate realmente.

La forza dirompente della narrativa di Haasse, scomparsa nel 2011, contestualizza ai nostri giorni l’intensità forte di un umanesimo globale reso acido e debole nelle istanze locali di un mondo evoluto quanto conflittuale. I gioiosi ricordi dell’infanzia riportati nella cruenta ricorrenza della “real politik” interrogano seriamente il lettore sull’impegno appassionato a coltivare il dialogo autentico fra popoli e culture diverse. Provare a sovrapporre alcuni termini portanti al romanzo con delle chiavi di lettura contemporanea, restituisce un affresco disarmante sul quadro incerto delle nostre relazioni odierne. La riproposta editoriale, settanta anni dopo la prima uscita, giustifica più di una rilettura.

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