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Lo Zeitgeist, le sue truffe e le sue fuffe

novembre 22, 2017 • Paralleli, Uncategorized, z in evidenza

di Niram Ferretti –

I talebanetti progressisti hanno culti forti e vigorosi in perfetta consonanza con lo Spirito del Tempo di cui si fanno solerti interpreti e promotori. La Storia parla attraverso di loro e non si può arrestarla così come non si può arrestare l’incalzare del Progresso. Parola tra le più affatturanti e oggi vero e proprio abracadabra.

L’idea illuminista e illuminata di una consorteria di sapienti scienziati che guida l’umanità verso il meglio è il deterioramento dei reggitori filosofi platonici, per i quali la conoscenza era perlomeno tarata sulla virtù dell’anima e la sua apertura feconda verso il trascendente. Qui invece si imbastisce tutto un teatrino di Virtuosi immanentisti per i quali chi osa mettere in discussione la vulgata del momento è colpevole di non essere al passo con i tempi.
C’è da essere felici di non esserlo, ma è per pochi, forse pochissimi non uniformarsi al più trito conformismo delle idee. Lo è sempre stato, anche in passato, ma oggi è ancora più difficile in una civiltà che ha fatto della semplificazione dei concetti, della loro riduzione in pubblicità, il traguardo vincente del pensiero.

Ma arriviamo al dunque. Intollerabili appaiono ai fautori del Progresso coloro i quali, avanzano riserve sui flussi immigratori, sulla incondizionata ospitalità dell’Occidente, così come avanzano riserve anche sull’idea che i desideri devono essere in quanto tali convertiti in diritti dallo Stato. Avere figli per esempio non è un diritto e nessun codice di leggi, da Hamurabi in poi, ha mai iscritto tra le prerogative che il cittadino avrebbe dovuto esigere quella di avere della prole. Ma ora non è più così. In nome dell’”amore”, altra parola trasformata in consiglio per gli acquisti, si è sdoganata ogni istanza desiderante. All’amor non si comanda, non si possono imbrigliare i desideri, non possono né la biologia, né l’ontologia. I limiti sono fatti per essere trascesi. Se si può fare si farà, in fondo si tratta di spostare in avanti l’asticella. Il tutto, si intende, per il bene della specie. L’uomo biomeccanico è alle porte. Tra non molto avremo telefonini incorporati e sarà bellissimo, non avremo più bisogno di farli squillare per sapere dove li abbiamo dimenticati. L’importante è dire che saremo più felici. L’eudemonismo trasformato in marketing certifica in modo incontestabile che sì, l’evoluzione avanza a pieno ritmo.

Tuttavia, tornando agli immigrati, se il progresso non è necessariamente una immigrazione poco controllata soprattutto islamica, perché tende, maledettamente tende, ad anteporre fedeltà tribali e religiose poco addomesticabili dalla democrazia, alle leggi e ai costumi della nazione ospitante, se il progresso non è necessariamente disfarsi con arrendevolezza della propria identità specifica, sedimentata nei millenni in lunghe e faticose tradizioni culturali, a cui Atene, Gerusalemme e Roma, hanno soprattutto dato contributi assai cospicui, se il progresso non è non dirsi più maschio o femmina, ma definirsi in base a una soggettività sfrenata, allora è il caso di indagare un poco su questa parolina magica e scoprire che molto spesso null’altro è se non una patacca.

Ed è qui che casca l’asino. Rovesciare le pitture farlocche e mostrarne la fattura grossolana, il disegno arronzato che solo a un occhio deformato può apparire bello ed equilibrato. E’ il motivo per cui i talebani progressisti fanno squadra o meglio squadrismo contro chi li addita per quel che sono, dei falsari. La fiaccola che reggono spavaldamente in mano e che dovrebbe illuminare a tutti il percorso del Futuro in realtà è come il modesto e tenue lanternino che Pirandello fa reggere in mano nel buio circostante all’uomo spaesato ne “Il fu Mattia Pascal”.
Essere inattuali non è posa anticonformista, ubbia da dandy smaliziato, ma è soprattutto un dovere etico e quindi estetico, (perché etica ed estetica sono imprescindibili nella squisita fattura del Bene), quando il presente si manifesta nella forma della truffa o della fuffa, che è poi, sostanzialmente la stessa cosa.

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