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Il Brasile torna ancora sull’aborto

novembre 14, 2017 • Paralleli, z in evidenza


di Matteo Cresti –

Il Brasile si accinge a stringere ancora una volta l’accesso all’aborto, un’istanza che sembra non trovi pace all’interno del paese. Una commissione speciale della Camera dei Deputati di Brasilia ha votato quasi all’unanimità (18 voti contro 1) una proposta di modifica della Costituzione che prevedrebbe il riconoscimento del diritto alla vita sin dal concepimento. La proposta renderebbe ancora più strette le maglie dell’accesso al servizio, che già è consentito solo in pochissimi casi.
Il Brasile non è nuovo al dibattito sulla materia. La legislazione risale al 1940, e permette l’aborto solo nei casi in cui sia in pericolo la vita della gestante, o la gravidanza sia frutto di uno violenza, e prevede pene detentive di tre anni per le donne e quattro per i medici. Non è inusuale però che nel paese a molte donne sia negato l’accesso a questa prestazione sanitaria, poiché i medici contestano che la gravidanza sia frutto di uno stupro.

Solo nel 2009 ebbe grande eco mediatica la vicenda della bambina di nove anni, rimasta incinta dopo ripetuti abusi da parte del patrigno e a rischio di vita. Quando venne praticato l’aborto la Chiesa Cattolica locale insorse, e José Cardoso Sobrinho arcivescovo di Recife pronunciò pubblica scomunica per l’equipe medica che aveva praticato l’aborto (la bambina fu salva perchè “non maggiorenne”).
La vicenda suscitò notevoli polemiche anche in Italia, che si divise tra favorevoli e contrari, con il Vaticano (allora era epoca Ratzinger) che appoggiava l’arcivescovo di Recife, e sosteneva che era sisucramente un atto gravissimo e doloroso quello di cui era stata vittima la bambina, ma che non si poteva aggiungere tragedia alla tragedia, e che l’aborto era soltanto una scorciatoia che portava al male.

Le cose sembravano essere cambiate da quel 2009. Nel 2012 Il Supremo Tribunale Federale introdusse un’ulteriorie eccezione al divieto di aborto, quello in cui il feto fosse gravemente malformato, come nel caso dell’anencefalia. Quel caso aveva scosso le coscienze, dimostrando che ci potevano essere situazioni in cui l’aborto doveva essere praticato, e in cui le condanne sembravano del tutto anacronistiche.
Le vicende riguardo l’aborto continuarono l’anno seguente, quando alcuni medici vennero incarcerati per aver operato aborti clandestini. Il Supremo Tribunale Federale concesse la scarcerazione dei medici, argomentando che il divieto di aborto violava i diritti fondamentali della donna, tra cui i diritti sessuali e riproduttivi.

La sentenza non ha lasciato indifferenti i detrattori dell’aborto, e l’allora presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia, ha subito criticato l’intervento dei giudici, accusati di sostituirsi al legislatore, e istituendo una commissione ad hoc col compito di chiare la questione sull’aborto.
Dopo le note vicende politiche che hanno portato alla destituzione della presidente della Repubblica del Brasile Dilma Rousseff e alla vittoria di Michel Temer, ecco che la commissione ha pronunciato il suo verdetto. Niente aborto, per nessuno e per nessun motivo.
La destituzione di Rousseff sembra sancire la fine delle politiche sinistrorse in Brasile, con un programma di redistribuzione degli introiti derivanti dalle scoperte di nuovi giacimenti petroliferi, e di allargamento dei diritti civili.
La nuova situazione politica sembra favorire le grandi industrie e i poteri finanziari, che adesso devono “pagare pegno” alla Chiesa Cattolica ed Evangelica entrambi molto forti nel paese, in modo da continuare a poter godere del loro sostegno.

Sembra dunque che la situazione non sia molto dissimile da quella italiana, dove si sono sempre favorite le richieste della Chiesa Cattolica per ottenere appoggio politico.
L’aborto si conferma dunque un terreno di scontro, dove il monopolio morale viene tenuto soltanto dagli esponenti religiosi, che però rappresentano solo una parte della popolazione. Mentre fino a qualche tempo fa la situazione sembrava che dovesse evolvere in un allargamento dei diritti civili di tutti, adesso sembra piuttosto il contrario: un restringimento delle libertà di tutti, l’imposizione di un modello culturale unico a cui conformarsi, la difesa di basi valoriali considerate “indispensabili” per la prosecuzione della nostra civiltà.

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