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La violenza religiosa e le vacche tutte nere

novembre 2, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Ascolto un’intervista di qualche tempo fa a Corrado Augias (il quale invecchiando assomiglia sempre di più a un disincantato e mesto senatore romano) condotta da Giovanni Floris. Si parla brevemente dei rapporti e delle differenze fra ebraismo, cristianesimo, islam. Augias risponde soavemente fornendo la narrativa consolidata da Readers Digest secondo la quale la violenza appartiene paritariamente ai tre monoteismi e dunque, (questo non lo dice, ma è sottointeso, “Chi è senza peccato scagliasse la prima pietra”).

Oggi, in una epoca che massimamente glorifica attraverso internet e i social il dilettantismo finto colto, per cui, il primo che abbia letto tre libri su Gesù si trasforma in grande esperto dei Vangeli, senza conoscere una parola di greco e non avendo alcuna nozione di esegesi o teologia biblica, oppure si sente autorizzato a discettare di Islam avendo al massimo sfogliato distrattamente una copia del Corano, non importa più molto essere Gerhard von Rad o Albert Schweitzer quando si dispone di Facebook.

L’odio per quello che Hegel chiamava, “la fatica del concetto” va a braccetto con la notte in cui tutte le vacche devono essere mantenute nere in modo che le masse brancolino a tastoni nell’indifferenziato tenebroso afferrando qui un muso, là una coda, qui una groppa o una mammella (non importa cosa), l’importante è che abbiano la stessa consistenza, indipendentemente dalla loro irriducibilità. Così piace, e piace soprattutto al pubblico televisivo, il quale applaude e ascolta da Augias la ripetizione condensata  della litania illuminista contro la verità declinata con la maiuscola (salvo poi deificare la Ragione e la di lei consorella, la Virtù). Chi se ne crede detentore, Augias docet, inclina al fanatismo e sono i fanatici il nostro problema. Got mit uns. Applausi scroscianti in sala. Lui, illuminista adulto che crede solo in verità parziali non può essere un fanatico. Se la vita è una passione inutile, come diceva Sartre, ci appassioneremo il giusto, ma sempre sotto la soglia dell’eccesso.

Tuttavia il bel disegno, svolto icasticamente con mano forte e chiara a guardarlo da vicino appare abborracciato e tratteggiato da una mano poco esperta.

La violenza, che indubbiamente è una delle espressioni persistenti dell’umano, è stata anche sacralizzata e religiosamente istituzionalizzata, ma ahimè per Augias e chi la pensa come lui, non è la stessa cosa nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam. Tanto per fare un esempio di scuola, ciò che nella Tanakh (Bibbia ebraica, cristianamente conosciuta come Antico Testamento) è manifestazione dell’ira di Dio e del suo sdegno è frutto di una tipologia divina che matura ed evolve nel tempo. Come ha scritto in un piccolo e mirabile libro Thomas Romer (“I lati oscuri di Dio-Crudeltà e violenza nell’Antico Testamento”), “Il rifiuto che i nostri contemporanei oppongono a taluni enunciati dell’Antico Testamento sul suo Dio mi sembra dipendere soprattutto da una lettura indefferenziata e atemporale dei testi che non tiene conto delle circostanze storiche e culturali delle testimonianze veterotestamentarie.

Il Dio dell’Antico Testamento ha una storia ed è importante non cancellarla”. Le frasi di Gesù in cui, nei Vangeli, egli fa uso della parola “spada”, e che Augias cita come esempi di linguaggio bellicoso, lo sa anche il più diseducato dei seminaristi, che hanno un significato palesemente metaforico. Assai diverso è il ruolo della spada nell’Islam, religione nella quale essa è strumento fondativo adoperata con prodezza e destrezza sanguinaria dal Profeta stesso, modello supremo e insuperabile per tutti i suoi fedeli.

No, le vacche non sono tutte nere, se non nel buio del non discernimento generato dall’ignoranza e della confusione programmata. L’islam è una religione in cui la violenza è dispositivo intrinseco e non superfetazione estrinseca, come è stato per secoli nel cristianesimo post Gesù. “Maometto è il profeta della lotta e della guerra” nella definizione senza infingimenti di uno dei maggiori islamologhi di sempre, Ignaz Goldziher, difficile potere dire la stessa cosa di Gesù. E se alcuni profeti biblici furono frequentemente bellicosi, sarà assai arduo giù lungo i secoli e soprattutto oggi, trovare qualche pio ebreo che si ispira al Dio guerriero del Libro di Giosuè per esortare a massacri e autoimmolazioni omicide. L’invito ad Augias è quello di studiare meglio le rispettive tradizioni. Sulla violenza, il suo uso e le sue prescrizioni, scoprirebbe folgoranti differenze. Attualmente il suo bignami è tendenzioso e deficitario, perfetto per Twiteer o la Tv, ma assai fragile a uno scrutinio attento.

Quanto al fanatismo e al suo monopolio religioso, qui si eccede in zelo, a meno di non considerare religiosi il terrore giacobino e i suoi innumerevoli laicissimi discendenti e manovali, da Stalin, a Mao Zedong, da Che Guevara a Pol Pot e Ceausescu, i quali si sono esercitati assai in nome di una superiore verità e superiore in quanto razionalissima, virtuosissima e atea, proposta all’uomo quale infallibile rimedio per la propria alienazione.

 

 

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