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Salari e redditi ridotti al lumicino

ottobre 24, 2017 • Politica, z in evidenza

di Raffaele Bonanni –
Ecco che Draghi torna di nuovo sui salari in Europa. Dice il banchiere: “bassi salari e bassa inflazione al di sotto dei livelli previsti sono un problema per la economia”.
In Italia i redditi da lavoro sono ridotti da tempo al lumicino per più fattori concomitanti ed agiscono da freno per le famiglie e per la nostra stantia economia. Le tasse ad esempio, riducono davvero tantissimo gli stipendi: il fisco nazionale; quelle regionali; le comunali.
Quelle nazionali sono ormai le più alte d’Europa, e non si giustificano considerando il livello scarsamente esteso dei servizi pubblici fruibili e della loro bassissima qualità; quelle locali, cresciute del 65% in media negli ultimi 7 anni, servono solo a coprire i buchi della spesa sanitaria, conseguenza di sperperi e ruberie fuori controllo. Insomma con carichi così alti e servizi scarsi, i salari vengono falcidiati 2 volte.
L’altro punto, è quello contrattuale. Nel corso degli ultimi anni, le relazioni industriali, sono diventati ancora più inefficienti: non è un caso che i tanti contratti firmati nella recente tornata si sono conclusi senza grandi cambiamenti.
Le confederazioni non hanno voluto dare indicazioni nuove sui salari basati sulla produttività attraverso un accordo interconfederale, seppure Confindustria lo avesse più volte richiesto. Si sono riportate così le lancette all’indietro di anni.
D’altronde le imprese, combattendo la loro battaglia in un difficile mercato di competizione internazionale, possono redistribuire ricchezza alla condizione di produrla. Ma la resistenza ad affrontare i nodi degli orari, delle professionalità occorrenti, della gestione dell’assenteismo, della contrattazione individuale, delle modalità di gestione del conflitto e delle relazioni industriali, non ci mette nelle condizioni necessarie per affrontare il problema.
E’ singolare che si sprecano fiumi di parole nei convegni dedicati alla industria 4.0, ma di come i rapporti tra lavoratori ed imprese debbono realizzare contratti all’altezza di questa sfida; con norme compatibili con un modo di produrre profondamente diverso, non è dato saperlo.
Basti riflettere sul tema del welfare aziendale, completamente detassato dal governo, che per questa ragione ha monopolizzato l’attenzione nell’ultima contrattazione nazionale, si spiega anche per l’assenza di volontà e idee sul salario.
Poi il nodo degli stipendi nel pubblico impiego al palo da quasi 10 anni per responsabilità gravi dei governo, si commenta da se. Ora se si vogliono salari più pesanti, Draghi farebbe bene a dirlo al Governo, a che prendesse spunto dalle decisioni già prese dagli statunitensi che hanno programmato il taglio di cinquemila miliardi di dollari per il taglio fiscale a favore di persone fisiche ed imprese.
Gli americani lo fanno per dare più tono alla spesa delle famiglie; per spingere le imprese ad investire di più negli States. Da noi? Si continuerà a spendere più delle entrate, per poi chiedere ulteriori pesi ai cittadini? Senza mettere mano all’enorme peso del fisco sui redditi da lavoro, non ne usciremo mai.
L’altra leva, come abbiamo detto, e’ la contrattazione tutta orientata alla crescita della produttività, uscendo definitivamente dal tran tran dei contratti del novecento. Draghi, la prossima volta che ritorna sul tema, lo dica chiaro come si potrà finalmente avere salari più alti all’altezza delle sfide economiche odierne e future. Come si sa, ogni effetto ha una causa, e contratti inadeguati.
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