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Anna Frank e la deumanizzazione della storia

ottobre 24, 2017 • Agorà, z in evidenza

 

di Loredana Biffo –

La vicenda dell’uso improprio del volto di Anna Frank a dileggio dei tifosi di una squadra avversaria, è il solito (purtroppo) ossessivo modello di antisemitismo che oggi si presenta sotto varie forme, una di queste è l’antisionismo, che serve da paravento per smarcarsi dall’antisemitismo pur essendo forse peggio del primo; ma la vicenda “da stadio”, in realtà è il paradigma dominante di una società che fa della legittimazione della violenza una costante che dovrebbe far riflettere. Si tratta di una sorta di processo di esclusione morale simile a quei processi che si verificano quando alcuni gruppi o individui vengo sbalzati fuori dai confini in cui si applicano valori morali, norme e considerazione di giustizia/ingiustizia.

In questo caso, ancora, l’essere ebreo è sinonimo di entità non meritevole, alla quale è appropriato, addirittura giusto lederne l’immagine, farsi scherno di una tragedia – quella personale di Anna Frank, che è anche la tragedia collettiva della storia della shoah – questa esclusione morale è così pervasiva da rendere normale, da far diventare invisibile e accettato l’ingiusto e l’obbrobrio della rozzezza umana quando scende a tali bassezze. Si tratta in fondo dello stesso meccanismo che accompagna certi processi mentali caratterizzati dall’allontanamento psicologico e sociale delle vittime e da controfattuali considerazioni sulla loro presunta indegnità: “non sono antisemita, sono antisionista; non sono maschilista ma le donne a volte se la cercano” e via dicendo.

L’immagine di una vittima del nazismo e della shoah, viene impropriamente traslata in un ambito di ultrà e decontestualizzata, privandola per questo la connotazione reale, che va al di là dell’umana vicenda di una ragazzina ebrea, ma è onnicomprensiva di tutto il popolo della shoah e certamente ne sono consapevoli costoro che l’anno abbinata alla maglietta della squadra avversaria. Si tratta di un atto di deumanizzazione che è il sintomo estremo  dell’esclusione morale, il ripudio dell’umanità dell’altro e del diritto alla compassione. Si tratta di un diniego che disloca le responsabilità individuali in un azione di gruppo, quella dei tifosi ed è una parte costitutiva dell’atroce storia passata e presente, prima si uccidono le persone, poi si tenta di uccidere la memoria di quanto è accaduto.

Lo scienziato sociale Philip Zimbardo è stato artefice di un celebre esperimento nel 1971 che mirava a studiare i comportamenti sociali in una prigione simulata, è stato osservato in tale contesto che gli studenti chiamati a ricoprire il ruolo di guardie o prigionieri, aderissero a tal punto ai ruoli loro assegnati, da costringere gli sperimentatori a interrompere l’esperimento dopo soli cinque giorni anziché dopo due settimane previste, perché la situazione era sfuggita ad ogni controllo; il comportamento delle guardie era diventato sempre più violento e quello dei prigionieri sempre più depresso.

Gli studiosi dell’esclusione morale hanno dedicato la loro attenzione soprattutto ai processi psicologici che consentono l’allentamento dei vincoli morali. Dagli studi (Capozza e Volpato 2004) sulla deumanizzazione è emerso che gli ebrei sono stati delegittimati in modo progressivo nel corso degli anni, inoltre dal 1938 al 1943 la propaganda accentua i toni e scredita il gruppo in modo progressivamente pesante, sono paragonati ad animali (avvoltoi, parassiti, serpi ecc..), demoni, elementi patologici (fetor, bacilli, piaga morbo); tali rappresentazioni erano il corredo comune dell’antisemitismo fascista.

La ricerca e l’analisi sulla rappresentazione degli ebrei nella comunicazione ha documentato che è stato fatto un largo uso di definizioni delegittimanti: “animali, idra, sanguisuga; esseri sovraumani, geni del male; citazioni mediche, infezione, cancro; fino a definizioni spersonalizzanti, elementi ebraici. Oggi assistiamo ad un preoccupante ritorno di tali forme di espressione, anche grazie alla diffusione dei social network che si rivelano essere un grande contenitore di insulti antisemiti.

Si pensi che in “Difesa della razza” la rivista pubblicata nell’agosto 1938 e strumento di propaganda fascista, gli ebrei venivano deumanizzati non con articoli, ma direttamente con le immagini. Questo è degno di essere ricordato in riferimento a quanto accaduto all’immagine di Anna Frank, un atto che veicola un messaggio e un significante chiari.

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