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La noia

ottobre 12, 2017 • Paralleli, z in evidenza

 

 

di Niram Ferretti –

In una lettera scritta nel 1954 dal Guatemala alla madre, il futuro revolucionario che si battette per gli ultimi in vista di un mondo più giusto, Ernesto Che Guevara, sottolineava a proposito del golpe che aveva rovesciato il governo in carica, “E’ stato tutto un gran divertimento, con le bombe, i discorsi, e le altre distrazioni che hanno rotto la monotonia nella quale vivevo”.
Monotonia vissuta da un borghese insoddisfatto che è anche e soprattutto un narcisista patologico, un bulimico di sé in attesa della ribalta a cui consacrare ogni gesto, ogni sua azione con feroce determinazione, o meglio con ferocia determinata.

La noia è il carapace da infrangere, quello che avrebbe potuto rinchiudere un natural born killer nel perimetro angusto di una vita troppo convenzionale in cui invece di combattere in Sud America, una volta diventato medico, avrebbe forse curato peritoniti e asme. La noia come malattia dell’anima da debellare con il sangue, soprattutto quello degli altri, dei nemici della società giusta e perfetta che sarebbe sorta in virtù del proprio contributo.

La leggenda del guerrigliero indomito, dell’umanista bohémien, del santo laico che protende le sue amni taumaturgiche verso il pueblo affamato da dittatori senza scrupoli, latifondisti, caballeros al soldo degli Yankees, si infrange tuttavia contro la dura realtà delle gesta spietate di un talebano impenitente per il quale la violenza e solo la violenza era la purga necessaria per la redenzione di questo mondo ingiusto. L’uomo nuovo, di cui Che Guevara si sentiva uno degli edificatori, avrebbe dovuto essere plasmato dalla sofferenza di coloro i quali si frapponevano al Progresso, incarnato dalle Leggi della Storia.
Alle sue spalle si erge la figura di un altro talebano che per ferocia sistematica e teorizzazione della necessità assoluta della violenza purgatrice, è il gran cerimoniere dei totalitarismi a venire, Lenin.

In Come organizzare l’emulazione, Lenin scriveva con lucidità allucinata e allucinante che la missione storica del partito rivoluzionario russo era quella di “ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle pulci: i furfanti, delle cimici: i ricchi, ecc.” Il nemico ridotto a parassita, a feccia da eliminare, a scarto, è propedeutico alla sua eliminazione fisica.
Sempre nella stessa opera, Lenin prospetterà la necessità pedagogica dell’universo concentrazionario ed educativo così caro ai futuri omicidi che verranno, e di cui Che Guevara si prenderà carico quando Castro lo metterà a capo de La Cabaña, l’ex fortezza dell’Avana usata nel diciottesimo secolo per difendere l’isola dai pirati inglesi. Lì il Che presiedette un comitato di salute pubblica che non sarebbe dispiaciuto a Robespierre, la Comisión Depuradora.

Depurare, igienizzare (e Hitler, nel suo furore purificatore indirizzato nei confronti degli ebrei, applicò il medesimo principio). Si tratta di raddrizzare il mondo, di farne emergere uno nuovo, migliore, perfetto, secondo i propri criteri. Che sia la razza degli Ubermenschen o quella degli Uomini Affrancati secondo i protocolli dei sacerdoti marxisti, poco cambia. Lo scopo è sempre lo stesso, togliere di mezzo chi si oppone, chi offusca la luce limpida del Sol dell’Avvenire.
Il depuratore argentino, che ormai non si annoiava più, provvide del suo a migliorare il materiale umano, facendo eliminare senza sosta quella che considerava pura materia fecale. A La Cabaña le esecuzioni avvenivano dal lunedì al venerdì, perlopiù nel cuore della notte.
Ai condannati, in scherno, era anche offerto dopo la condanna un secondo grado di giudizio. Si trattava di una corte d’appello farsesca, solo nominale. Chi la presiedeva? Lui, l’ex bohémien. Mai una sentenza di morte fu ribaltata. E come poteva essere altrimenti per chi sosteneva che quando si era in dubbio sulla colpevolezza di qualcuno (colpevolezza che consisteva nel trovarsi dalla parte “sbagliata” della storia), bisognava ucciderlo? Il numero esatto dei prigionieri uccisi a La Cabaña durante la direzione di Che Guevara, varia in numero, da un minimo di duecento dal gennaio al giugno del 1959, a un massimo di settecento.

Sangue e sangue per purificare. Dai sacrifici umani a Moloch, Baal, Huitzilopochtli, a quelli in nome della società egualitaria, del socialismo realizzato, sono cambiati soli i sembianti, ma gli zelanti esecutori senza più dei nei cieli ma con un unico Dio in terra (le Leggi della storia), sono sempre rimasti uguali. Sangue e odio. Distillato, anche questo necessario.
Non si può uccidere il nemico del Progresso senza nutrire per lui odio. Lo disse Che Guevara nel suo “Messaggio alla Tricontinentale” del 1967: “L’odio come elemento della lotta, l’odio inflessibile per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i suoi limiti naturali, trasformandolo in una effettiva, violenta e selettiva macchina per uccidere a sangue freddo”. Ciò che egli stesso era diventato. No, non si annoiava più da tempo. Da contemplatore galvanizzato dalla rivoluzione altrui, era diventato egli stesso protagonista principale. Ma non si trattava solo di uccidere di persona, di eliminare chi intralciava l’avanzata della società futura, si trattava di immaginare l’apocalisse definitiva per il Nemico, il suo totale annientamento, come avrebbe dichiarato in un’altra circostanza “La violenza è inevitabile.

Per stabilire il socialismo devono scorrere fiumi di sangue. Se i missili nucleari fossero rimasti a Cuba li avremmo lanciati contro il cuore degli Stati Uniti, New York inclusa. La vittoria del socialismo vale bene la morte di milioni di vittime.”
A proposito della visione purificatrice di un altro grande talebano del Progresso, Lenin, Luciano Pellicani identifica, sulla scorta della grande lezione di Eric Voegelin, la sua matrice: “Una Weltanschauung gnostico-manichea nella quale, in modo tipico, l’umanità è divisa in tre famiglie: una minoranza di pneumatici-i rivoluzionari di professione che, armati di una dottrina ‘onnipotente perché giusta’ si sono proclamati ‘avanguardia cosciente’ del proletariato deputati dalla Storia ad esercitare la dittatura terroristica, una massa di psichici, gli operai, i quali, pur accecati dalla ‘ideologia borghese’ e dalla ‘illusione religiosa’ sono passibili di essere redenti, e infine tutti quegli elementi ilici, corrotti e corruttori, i ‘borghesi’, destinati ad essere sterminati ”.

Al posto degli operai, per Che Guevara i redimibili erano potenzialmente i campesinos, ma alla pari del suo grande predecessore nella teorizzazione del terrore necessario, lo sterminio era obbligatorio per i “corrotti e i corruttori”. E chi erano costoro? Tutti i figli degeneri e non emancipati come lui, della borghesia, del capitalismo, del male occidentale.
Fanno sorridere di pietà coloro i quali in passato e ancora oggi si baloccano con l’effige del Che, rappresentandolo come un simbolo di libertà e giustizia, romanticizzandolo come il rivoluzionario puro, l’umanista che pativa per le ingiustizie sofferte dalla specie, lui che come Lenin immaginava per gli uomini una sharia comunista rigorosa presieduta da un Grande Fratello che doveva educare, vigliare, eliminare.
Il suo modello era quello del Grande Timoniere Mao Zedong, in cui vedeva incarnata un’ortodossia ancora più purista di quella sovietica, troppo lasca a suo vedere, compromissoria. Se fosse stato musulmano sarebbe stato senza fallo un rigorista wahabita. Gli toccò in sorte essere un wahabita comunista.

Non fu sempre lui, il redentore armato degli oppressi, che in un viaggio in Nord Corea nel 1960 ebbe a dire che era il paese che più lo aveva colpito favorevolmente tra gli altri visitati? Più dell’Unione Sovietica sicuramente. Nel 1965, avrebbe lanciato la sua fatwa contro i russi, accusandoli di una imperdonabile eresia, avere adottato “la legge del valore”, il male dei mali, il capitalismo.
Eppure, al posto della fredda macchina per uccidere che era lo si continua a rappresentare come un idealista, un romantico sognatore, esattamente il contrario di ciò che fu, un dogmatico feroce, inflessibile e spietato, come sanno essere tutti coloro i quali promuovono la loro versione secolare del Corano.
In fondo Maometto offriva agli infedeli la possibilità della conversione se avessero accettato di sottomettersi all’Islam. Che Guevara non dava questa opzione. La sua religione contemplava solo la distruzione dell’infedele indipendentemente dalla sua resipiscenza.

La finzione mitizzante avviluppa la realtà con panni falsi, traveste ciò che è del proprio opposto, trasforma i mostri in santi, gli assassini in virtuosi, i dittatori più implacabili, come Stalin e Mao in padri severi, severi al punto giusto ma benevoli. Si ama con durezza.
Il bene nascerà dal male, (il male necessario), come il loto nascerà dal fango.
Nelle sue memorie il rais egiziano Nasser ricorda un colloquio con il Che il quale gli chiese quante persone avessero lasciato l’Egitto a causa della riforma agraria da lui intrapresa. Quando Nasser rispose, “Nessuno”, l’umanista armato gli rispose irato che il modo per misurare la profondità del cambiamento era il numero delle persone le quali “sentono che non c’è più posto per loro nella nuova società“.

E sicuramente non ci fu posto subito nella nuova società per i frequentatori di Guanahacabibes, il primo campo di lavoro forzato messo in piedi alla fine degli anni ’60 nella parte occidentale di Cuba. Lì, spiegò il pedagogo, venivano spediti coloro i quali avevano peccato contro “la morale rivoluzionaria”.
In quel luogo avrebbero lavorato sodo, “E’ lavoro duro, non lavoro bruto, piuttosto sono le condizioni di lavoro che sono dure”. Era un campo educativo. Il lavoro d’altronde rende liberi, come era scritto all’ingresso di Auschwitz. Ci si libera dall’oppressione delle proprie idee sbagliate (borghesi, reazionarie, decadenti) e si esce rinfrancati, rinnovati nello spirito e nel corpo, se ci si riesce. Stalin, Mao e Pol Pot avrebbero assentito.

Guanahacabibes fu il precurosore del confinamento sistematico per gli “scarti” che cominciò nel 1965 nella provincia di Camaguey. Si trattava di dissidenti, maricones (omosessuali), cattolici, testimoni di Geova, preti afro-cubani. Avevano peccato e molto contro la morale rivoluzionaria. Sotto l’egida della Unidades Militare de Ayuda a la Producción, venivano stipati in convogli, gli “inadatti” invece venivano spediti a Guanahacabibes.
Lì, dove “le condizioni di lavoro” erano dure, molti di loro sarebbero morti, altri sarebbero stati violentati, mutilati, angariati. Bisognava, d’altronde, aiutare la Producción, dell’uomo nuovo, dell’essere perfetto, lo stesso Che, paradigmaticamente, secondo Jean Paul Sartre il quale andò ad omaggiarlo all’Avana insieme a Simone de Beauvoir.

Il deragliamento psichico dei cosiddetti maitres a penser è solo uno dei miserevoli capitoli della umiliazione dell’intelligenza di fronte “allo splendore di una inequivocabile barbarie”, nelle parole di Leszek Kolakowski, e di cui l’Occidente ha prodotto una inesausta fioritura.
Aiutare la Producción significava anche occuparsi dell’economia. Cosa che Che Guevara fece in prima persona nella veste di ministro dell’industria a capo della Banca Nazionale di Cuba, del Dipartimento dell’Industria e dell’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria.

La sua conduzione portò al quasi completo collasso della produzione dello zucchero, il fallimento dell’industrializzazione e l’introduzione del razionamento. La riforma agraria che avrebbe dovuto beneficiare i contadini beneficiò i burocrati al loro posto. Tra il 1961 e il 1963 i fasti rivoluzionari si fecero sentire anche nel raccolto il quale precipitò della metà. Nel 1963 il progetto di industrializzare Cuba era giunto al capolinea e a quel punto malgrado le previsioni di Che Guevara secondo il quale, nel 1980 il guadagno pro capite dei cubani sarebbe stato superiore a quello dell’americano medio degli anni ’60, l’isola dovette rassegnarsi a essere totalmente dipendente dall’Unione Sovietica per il proprio sostentamento.
“E’ stato tutto un gran divertimento, con le bombe, i discorsi, e le altre distrazioni che hanno rotto la monotonia nella quale vivevo”. L’esito della vittoria sulla noia borghese fu il terrore catartico, il viatico per un futuro di sangue e libertà.

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