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Di Maio, niente di nuovo

ottobre 3, 2017 • Politica, z in evidenza

di Raffaele Bonanni –

E’ necessario che il Sindacato  si rinnovi come qualsiasi altra realtà comunitaria che rappresenta esperienze, interessi, opinioni, in una realtà moderna come quella che stiamo vivendo. Il carico di cambiamenti globali e tecnologici, hanno determinato i traguardi sempre più ardui da raggiungere, a causa di deficit culturali e comportamentali oggettivamente inadeguati.

E così il Sindacato, che risulta spiazzato da mercati profondamente cambiati, produzioni nuove, professionalità diverse occorrenti; situazioni inedite che hanno determinato una distanza importante tra la contrattazione tradizionale a garanzia del salario, e le condizioni  della organizzazione del lavoro.

Il problema di inadeguatezza c’è ed è vistoso: non a caso lo stallo nelle relazioni industriali avanzate, tra  Sindacati ed imprenditori, segna il passo da tempo. Che il Sindacato sia in ritardo, come la politica, è discussione acclarata. Credo lo stesso funzionamento della democrazia interna delle organizzazioni dei lavoratori, in realtà autoreferenziali, come quelle politiche,  abbiano bisogno di un rinnovamento culturale e di funzionamento non indifferente.

Non si può che sperare nella intelligenza dei tantissimi sindacalisti operanti, a che decidano di tagliare corto contro i conservatorismi, i burocratismi, gli immobilismi, in momenti come questi, di forte esigenza di innovazione.

Ma non sono convinto che queste cose non si possano ottenere per legge; soprattutto dal ceto politico odierno, così distante culturalmente dalle dinamiche del lavoro e delle sue esigenze. Sono anni che si intrufolano impropriamente nelle vicende del lavoro con leggi sempre più particolareggiate nelle regolazioni per i lavoratori ed imprese, ed il risultato è stato immancabilmente e clamorosamente fallimentare.

Peraltro questa ossessiva volontà di invadere il campo dei corpi sociali, non ha fatto altro che ad aggravare negativamente l’azione autonoma dei soggetti sociali, ed ha rattrappito quella regolare dinamica, da cui nascono protagonismi, nuove esperienze, nuova classe dirigente.

Di Maio in definitiva, ha esternato gli stessi argomenti no “Union” e le stesse terapie economiche per il lavoro, di Matteo Renzi al suo esordio nella scena politica nazionale: identica anche la esternazione pro giovanilista. Ma dei giovani abbia altre preoccupazioni: quando i giovani vengono inseriti nel mercato del lavoro, nel tempo acquistano esperienza e consapevolezza del proprio ruolo, e arrivano così ad essere pronti per il loro indispensabile turno di leader sociali.

Dopo l’esperienza sperticata di questi anni pro-giovani  – anche quando non serviva – e che non ha portato loro fortuna, si pensava che non si sarebbe più riavuto lo stesso schema di ragionamento: così non è. Vuol dire che quando si è a corto di idee, soprattutto nel gioco rapido e talvolta incontrollabile mass-mediatico, la cosa già strasentita, ti viene spontanea da ripetere. Nulla di nuovo.

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