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Come diventare inevitabilmente Trumpiano nell’era delle tricoteuses

settembre 20, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Colui che Giuliano Ferrara chiama il “cialtrone in chief” o parafrasando Dostoevskij, “il grande impostore” (lui che di cialtrone e di impostore ne amava ferventemente un altro), è in realtà oggi sulla scena un grande Archetipo del Bene e del Male, il Giano bifronte che mostra nel lato della luce il volto del vendicatore dei torti subiti, e dal lato della tenebra quello del principe del male.
Trump, è bigger than life, come tutto quello che ingigantito viene dal paese del gigantismo.

Essere presidenti degli Stati Uniti è ben altra cosa che essere presidenti del Consiglio in un paese ai confini dell’impero, dove la storia ha smesso di sgorgare da più di settanta anni. L’America muove ancora il mondo mentre l’Italia può al limite muovere se stessa nei confini assegnatole da un destino piccolo.
Ma veniamo a Trump. Nell’epoca di radicalizzazione in cui siamo entrati riemergono le appartenenze ideologicamente tribali, la logica di contrapposizione. Il bianco è bianco, il nero è nero, e le sfumature sono costrette a ritirarsi dalla scena. Non è un caso che Trump sia al centro di questo sommovimento tellurico. E’ di nuovo il tempo dei capobranco, bisognerà farci l’abitudine. Le ombre canagliesche e autoritarie di Putin e Erdogan per molti sono totem, e ora, l’ingresso sulla scena dell’uomo d’ordine e rinascita, Donald Trump, compone una trimurti. La differenza è, ovviamente, abissale.

Trump è il presidente degli Stati Uniti, non è un autocrate né un dittatore, avanza sul palcoscenico con alle spalle la più grande democrazia del mondo, solo che lo fa con un piglio decisionista e muscolare di cui ci si era dimenticati, distruggendo uno ad uno i castelli di sabbia costruiti dal suo predecessore. Non sarà una strada facile. Chi gli si oppone ha cominciato da subito l’ampia opera di delegittimazione, la macchina demonizzatrice. Attivata in campagna elettorale non si è mai fermata. Nessun complotto. E’ tutto sotto i riflettori.

La grande unione progressista internazionale non può accettare che il re afroamericano, con la sua magnifica epica di riscatto ed ecumenica apertura, sia sostituito da questo torvo re palazzinaro. Lo vogliono distrutto. Lui e la sua famiglia, come quella dello Zar a Ekaterinburg. Gli attacchi ai membri della famiglia Trump, le oscenità e gli sberleffi nei confronti dei più esposti, Mealnia, Ivanka, Jared, il piccolo Barron, ripropongono il vecchio odio di classe, riaffiorato appetitoso per le selvagge tricoteuses.
L’isteria organizzata che ha fatto seguito ai decreti esecutivi sull’immigrazione motivati dalla necessità di implementare procedure di controllo più accurate per chi entra negli Stati Uniti da paesi destabilizzati dal terrorismo islamico o suoi ardenti promotori, è solo uno tra gli episodi di character assassination, dopo la giuliva marcia delle pussies washingtoniane. Naturalmente c’è poi la grande mongolfiera della fuffa chiamata “Russiagate”.

Quando si sarà sgonfiata si provvederà a crearne un’altra. Quattro anni sulla scena, con l’eventualità di altri quattro a scadenza dei primi, come nella formula canonica di affitto, per molti sono una eventualità più che spaventosa.
Da Trump il sessista, il maschio con una visione padronale della donna, da afferrare là dove non batte il sole, si è passati all’islamofobo, al razzista, all’odiatore dei poveri profughi pezzenti, lui che ama l’oro. La valanga si è abbattuta anche contro Ivanka Trump, bersaglio di vituperio per essersi fatta fotografare nei giorni del decreto “antimusulmano”con un abito lungo di lamè argentato. Chiaro il sottointeso. Mentre gli affamati vengono ricacciati indietro al loro miserevole destino, la figlia dell’orco che ha firmato il decreto si fa fotografare insieme al giovane marito in smoking.

Lui la cui mano, riflessa in uno specchio, è appoggiata sul di lei sedere. Orrore. Lascivia e denaro, mentre i bambini muoiono in Siria. Viene in mente subito la caricatura di Maria Antonietta che consigliava al popolo senza pane di sfamarsi coi croissant. Voglia di forche e di forconi. Non importa che i sette paesi oggetto del decreto fossero già quelli considerati potenzialmente più pericolosi dall’amministrazione Obama. L’ipocrisia delle tricoteuses progressiste è alonata di leggenda. Obama camminava come Lancillotto nella luce, quella che illuminava il suo splendente regno ricco di chanson de geste. Ma ora è sopraggiunto Sauron, il fosco e platinato signore di Mordor.

Difficile restare indifferenti mentre Trump, presidente eletto viene bruciato in effige senza sosta dall’orda “pura” delle vaiasse liberal, radunate a Washington in 5000 e poi, in altra guisa, datosi appuntamento negli aeroporti per costruire intorno alle “vittime” del nuovo editto di Fontainebleau cordoni umani di salvezza e di ristoro. Tutti dentro è il loro slogan. Controlli laschi, bando alle ciance sul terrorismo islamico, essendo l’Islam solo pace. Tutti dentro perché qui, in the land of the brave, si deve solo accogliere. Una delle loro icone, il giovane piacione premier canadese, ne ha subito approfittato proponendosi in veste larmoyant, accreditandosi come icona di salvezza.

Il senso è, “Noi accogliamo, lui respinge”. Come non farsi venire in mente il clintoniano, “When they go low we will go high”? (“Quando toccano il basso noi voliamo alto”) Il “they”, è ovviamente quello dei “deplorables”, gli impresentabili, di cui Trump sarebbe il capo.
Difficile, mentre le tricoteuses dei “diritti umani violate”, quelle stesse che mai protestano per la loro violazione in Iran, Siria, Somalia, Yemen, Iraq, ecc., tre dei paesi colpiti dall’”editto imperial regio”, sferruzzano allegramente e senza sosta ai piedi della ghigliottina urlando “sangue!”, “sangue!”, “sangue!”.
Marea vaiassa, riflusso della storia, quella stessa che di sangue ne ha depositato a litri sulle spiagge dell’Occidente, in nome del Progresso, dell’Uomo Nuovo, del futuro collettivamente e armoniosamente Umano, sempre a vantaggio dell’infallibilità morale.
E’ allora, che Trump diventa una irresistibile necessità.

 

 

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