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La longa manus dell’Iran sul Medio Oriente

settembre 12, 2017 • Mondo, z in evidenza

Loredana Biffo –

Mentre in Iran la situazione dei diritti umani è sempre in costante peggioramento, anche grazie all’avvallo europeo che continua a fare affari con il regime degli Ayatollah, abbiamo visto l’asservimento italiano con Federica Mogherini “spudoratamente velata”; il progetto nucleare intanto avanza indisturbato, giusto per riservare successivamente disastrosi risvolti.

Hezbollah (milizia sciita libanese al soldo dell’Iran) e l’esercito siriano di Assad, sostenuto dall’Iran, stanno finendo di ‘liberare’ dai ribelli lo spazio fra il confine del Libano e la capitale della Siria, Damasco. Nello scorso anno Hezbollah ha combattuto strenuamente contro i ribelli sunniti per mantenere Assad al potere, cedendo anche l’uso delle proprie basi in Libano all’esercito siriano, che le ha attrezzate e fortificate, facendone dei veri e propri fortini militari.

Ora gli USA hanno annunciato il taglio totale degli aiuti militari al Libano, che l’anno scorso sono stati di 85,9 milioni di dollari, usati non dal governo ma da Hezbollah per addestrare e armare le milizie e acquistare droni per sorvegliare la regione. L’esercito libanese oggi è quasi inesistente, incapace di difendere le frontiere. Al suo posto opera la milizia privata di Hezbollah, sostenuta dall’estero, che agisce d’accordo con l’Iran. Hezbollah è così il terminale sul Mediterraneo degli interessi iraniani e dell’egemonia iraniana, che ormai si estende attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano. A ostacolare tale egemonia sono oggi soltanto i ribelli sunniti che non fanno parte dell’ISIS, più i Curdi.

La politica americana in Medio Oriente dal 2011 in poi è stata schizofrenica. La CIA e il Pentagono addestravano i ribelli sunniti per far cadere Assad e contrastare l’egemonia iraniana sulla Siria, seguendo la strategia tradizionale sostenuta anche dal Congresso, mentre il governo del presidente Obama contrastava gli stessi ribelli sunniti per timore che dilagasse il jihadismo, e cercava la distensione con l’Iran, revocando le sanzioni. I più forti e determinati combattenti contro l’ISIS in tale situazione sono stati i Curdi, sostenuti dagli USA, animati da spirito di indipendenza e non da motivazioni jihadiste.

Nelle trattative sul futuro della regione è probabile che i Curdi si dimostreranno flessibili nei confronti di Assad e dell’Iran, perché non possono contare sull’appoggio continuo degli Stati Uniti, geograficamente lontani e piuttosto ondivaghi nelle loro politiche. Che alternative avrebbero? Gli arabi sunniti di Iraq e Siria hanno sempre cercato di togliere ai Curdi il controllo delle risorse e del territorio: Saddam fece ripetutamente strage di Curdi, così i sunniti dell’ISIS; l’Arabia Saudita non è amica dei Curdi ma sostiene gli arabi sunniti e tutti i jihadisti; i Turchi sono feroci oppositori dell’indipendenza curda e durante la guerra all’ISIS hanno ripetutamente attaccato alle spalle i Peshmerga (difensori curdi). Assad e l’Iran in questo contesto appaiono sicuramente ai Curdi come il male minore.
Nel frattempo i ribelli arabi sunniti ‘buoni’, cioè quelli che non aderiscono all’ISIS, hanno preso a combattere nuovamente fra di loro nella provincia di Idlib, liberata dall’ISIS.

L’egemonia dell’Iran fino alle sponde del Mediterraneo è cosa quasi totalmente realizzata, che deve soltanto essere consolidata e formalizzata. È esattamente ciò che l’Occidente non voleva per il Medio Oriente, né lo volevano i ribelli sunniti, né i Sauditi, né gli Egiziani, né Israele. Non l’auspicava la Turchia, che non vuole certamente il rafforzarsi dell’Iran alle sue spalle. Non lo voleva nessuno, ma le fratture fra le parti in gioco sono tante che ne è scaturito un gioco al massacro dissennato, privo di strategia, che ha perso di vista i fini.

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