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I Rohingya, genesi di un popolo senza terra

settembre 10, 2017 • Mondo, z in evidenza

Redazione –

I Rohingya, popolazione senza un proprio stato, sono oggi vittime del nodo di interessi di Myanmar, India e Cina. Stanno fuggendo in Bangladesh sotto la dura sferza dell’esercito birmano.

I Rohingya sono circa 1,5/2 milioni di persone sparse fra il Myanmar (ex Birmania), il Bangladesh, il Pakistan, con piccole comunità in altri stati. Circa 1 milione è concentrato nella regione lungo la costa nord del Myanmar, dove convivono con l’etnia Rakhine, maggioritaria, che dà il nome allo stato (il Myanmar è una confederazione di stati ed etnie). Le due etnie parlano lingue diverse, hanno religioni diverse (i Rakhine sono buddisti, i Rohingya musulmani), tradizioni diverse e anche aspetto un po’ diverso, perché i Rohingya sono mediamente di carnagione un po’ più scura.

Il Myanmar non riconosce i Rohingya come cittadini, benché la loro presenza nella regione sia secolare, e non permette loro di avere accesso all’educazione, al possesso delle terre, agli impieghi pubblici (sono le stesse condizioni patite dalle minoranze ebraiche nei paesi d’Europa e nel mondo islamico fino a epoche recenti). I Rohingya non hanno neppure il diritto di sposarsi e aver figli senza un permesso speciale. Il Myanmar li considera immigrati illegali bengalesi che debbono tornare in Bangladesh, anche se da secoli vivono nel Rakhine e non hanno mai avuto cittadinanza bengalese.

 

Poiché la regione è sempre stata scarsamente controllata dal governo centrale, così come altre regioni birmane in cui vivono altre minoranze etniche, i Rohingya sono riusciti a sopravvivere in Rakhine sino a ora, creando anche, come le altre minoranze, proprie milizie difensive, che si scontrano frequentemente sia con altre etnie sia con l’esercito. Ora però il governo centrale, uscito da decenni di isolamento, si è rafforzato e cerca di imporre davvero la sua autorità su tutto il territorio dello stato.

In base ad accordi raggiunti negli ultimi anni, la Cina sta costruendo un corridoio di gasdotti, oleodotti, ferrovie e strade attraverso il Myanmar, che unisce la Cina alle coste del Rakhine e all’Oceano Indiano. Per la Cina lo sviluppo di questo corridoio logistico ed energetico è di primaria importanza (mappa d). Attraverso il porto di Kyaukpyu, gestito e finanziato dai Cinesi, fluisce già il 6% di tutte le importazioni cinesi di energia.

 

Temendo di essere accerchiata dall’espansione cinese, l’India cerca di sviluppare altre grandi infrastrutture che la rendano partecipe dei nuovi corridoi economici. L’India è ad esempio pronta ad aprire un corridoio fra Calcutta e la Cina (mappa a), che però richiede che tutte le regioni alla frontiera orientale dell’India siano pacifiche e disposte a collaborare. Da decenni, invece, in quelle regioni varie milizie e varie etnie vivono di contrabbandi e sfuggono al controllo dei governi centrali.

Il premier indiano Modi ha appena visitato il Myanmar per rafforzare la cooperazione bilaterale. Da tempo è avviato il progetto per collegare il nordest dell’India e la Tailandia con una autostrada attraverso il Myanmar (mappa c), ma soltanto alcuni tratti sono stati costruiti, poi i lavori si sono interrotti. Lo stesso è successo al progetto Kalandan per collegare India e Mynmar con un anello via terra e via acqua che accerchi il Bangladesh e utilizzi il porto di Sittwe, nel Rakhine (mappa b).

 

Oggi sia la Cina sia l’India sia il Myanmar hanno interesse a pacificare totalmente il Rakhine per permettervi la costruzione e il funzionamento di infrastrutture che richiedono grandi investimentiLa mancata integrazione dei Rohingya nella comunità maggioritaria dei Rakhine crea una situazione di instabilità, di mancanza di collaborazione e di potenziali scontri sia fra le due etnie sia con l’esercito, che ostacola la realizzazione di grandi infrastrutture. I Rohingya, presi fra tanti fuochi, non hanno scampo. È l’eterna tragedia dei popoli senza terra, perciò senza governo autonomo, ovunque nel mondo.

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