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Terre promesse

settembre 9, 2017 • Io Leggo

 

di Luigi Coppola –
Il sesto romanzo di Milena Agus, Terre Promesse, in libreria dallo scorso maggio per i caratteri di Nottetempo, segna un nuovo caso editoriale nella narrativa italiana per l’autrice cagliaritana nata a Genova.
Il romanzo, non il migliore, secondo una critica che guarda caso ne amplifica la portata delle letture, conferma il profilo scarno e povero del capo di sotto dell’isola. Ricco di visioni e scenari, densi di un’umanità essenziale alla quale ci ha abituato la Agus, la quale avvalendosi di un intreccio familiare di tre generazioni con radici sarde, riesce a tracciare un’immaginaria iperbole universale circa l’essenza umana del peregrinare su questa terra.

La vicenda incrocia i destini di una famiglia di una piccola comunità del cagliaritano con altri personaggi comprimari, uniti nella comune ricerca di una “terra promessa”. Il percorso della Agus parte con il sogno di Ester, nome non casuale e poco sardo. In linea con una cifra ecumenica e globale che permea la narrazione, anticipata da una citazione tratta dal romanzo Giuda di Amos Oz. Insieme al suo atteso, più che amato fidanzato Raffaele, reduce dalla grande guerra, Ester lascia la sua terra in cerca di quella promessa.
Un treno, la nave, il mare formano una trilogia di elementi dove il viaggio verso la felicità caratterizza la vita di questi personaggi, non sempre poverissimi, al centro di una ricerca spasmodica. Genova, Milano, Cagliari, ancora l’isola e i luoghi natii assumono riferimenti e coordinate d’intrecci umani.

Felicita figlia di Ester e Raffaele, prosegue un nuovo percorso sulle orme tracciate dai genitori dove la presunta “terra promessa” dista solo pochi passi dalla sua casa proletaria. Anche in questo caso le domande insolute troveranno risposte in tutt’altri luoghi fisici con conoscenze inedite mai previste o ricercate. I legami della terra d’origine e gli amori ostinati costituiscono uno sfondo irrinunciabile, presupposto di orizzonti e relazioni inesplorate oltre oceano. Un figlio “del passato” concilia un futuro insperato in America con un presente alleggerito da aspettative surreali e immaginarie. Evolve un groviglio di viaggi e sentimenti dove protagonisti e comprimari cercano e quasi sempre non trovano.

L’autrice, sospesa nelle umane dinamiche che richiamano il Leopardi, descrive con la sua prosa ermetica e asciutta, l’umana e ricorrente attività che si ripete in ogni generazione.
Le risposte si susseguono nelle pagine senza mai ricorrere a una conclusione tranciante o definitiva. Le parole scritte con parsimonia parlano al lettore con un tono soffuso e mite, quello più idoneo a carezzare la realtà della vita.
Depurata dai sogni esasperanti, spesso origine d’invadenti illusioni. Un’operazione che non tende a nascondere la felicità dalla vita umana, quanto a ridimensionarla in un contesto possibile.

Proprio come fa la protagonista che ne porta il nome senza l’accento finale. Una fiaba dalle trame antiche emerge con l’abilità letteraria della Agus in un’era moderna che non sfugge ai primordiali bisogni dell’anima. Il romanzo si può leggere in una notte (nella cifra della stessa casa editrice) per riviverlo in più occasioni future. Magari anche su un grande schermo come già successo per la trasposizione cinematografica di “Mal di pietre” (pubblicato da Nottetempo nel 2006), realizzata lo scorso anno dalla regista francese Nicole Garcia, con l’ottima interpretazione di Marion Cotillard.

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