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Lo Spirito del Tempo e gli accostamenti improponibili

settembre 7, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Le parole, soprattutto oggi, nell’epoca di massima circolazione della comunicazione, condizionano il nostro modo di interpretare la realtà, finendo per condensarla in blocchi rigidi che si trasformano nei confini insuperabili di un pensiero omogeneo, inscalfibile. La maggioranza aderisce come le mosche alla carta moschicida, il conformismo essendo un morbo a diffusione rapida e spietato nel numero di vittime che miete.

Prendiamo gli estratti di un’opera di prossima pubblicazione anticipati recentemente da Le Figaro, in cui l’attuale pontefice, Francesco, ci informa che Gesù è stato un “rifugiato”, un “immigrato”. E prendiamo anche recenti e diffusi accostamenti apparsi sulla stampa e sostenuti da solerti commentatori progressisti come Gad Lerner e Furio Colombo, tra Shoah e immigrazione, tra ebrei gassati dai nazisti ed immigrati morti in mare.

Ci troviamo al cospetto di vere e proprie truffe semantiche, di esempi di linguaggio stordito a colpi di martello in modo che non possa più riconoscere se stesso e rispecchiare i fatti, la verità. E’ questa, alla fine, la posta in gioco. Nulla più e nulla meno. Tanta roba, a pensarci bene anche ai nostri giorni, in cui dilettanti del pensiero ci hanno annunciato che la verità e la metafisica sono morte, mentre gli unici cadaveri sono quelli dei loro pensierini postmoderni, ma andiamo al dunque.
L’emergenza immigrazione è questione assai seria e ci interpellerà a lungo assai. Guerre, carestie, povertà sono i mali che spingono i disperati sulle nostre coste in cerca di accoglienza e della possibilità di ricostruire le proprie vite. Il problema, naturalmente, è quello delle risorse per accoglierli e della loro disponibilità a essere accolti nel rispetto delle leggi e della cultura dei paesi ospitanti. Ci sono tra di loro indubbiamente coloro i quali questa disponibilità ce l’hanno, così come ci sono indubbiamente coloro che questa disponibilità non l’hanno.

Il pensiero unico, il cemento armato con cui sono costruiti i nuovi totem lessicali ha confinato nella tenebra dell’ignoranza, della xenofobia e del “fascismo”, tutti coloro i quali sottolineano gli svantaggi di una accoglienza troppo lasca. La pistola puntata alla loro tempia è che i “diritti umani” vengono prima di ogni altra cosa. Due parole che abbinate dovrebbero piegare le ginocchia dei resistenti.

Se poi, come ci dice questo papa assai à la page Gesù diventa un “rifugiato”, un “immigrato”, come potrebbe un cattolico, o un cristiano, non additare alla pubblica vergogna chiunque provi ad avanzare la scandalosa idea che il rifugiato, l’immigrato potrebbe essere un delinquente, addirittura un potenziale terrorista? E un ebreo che si sente dire da altri ebrei dalla coscienza illuminata che l’opera di distruzione più industrialmente avanzata della storia nei confronti di un popolo per il fatto di essere quel popolo e non un altro, è accostabile alle morti in mare degli immigrati, avrà diritto a dissentire senza essere considerato un seguace di Heinrich Himmler?

Naturalmente, Gesù non era un rifugiato e non era un immigrato, a meno di non considerare la breve parentesi in Egitto, narrata esclusivamente dal Vangelo di Matteo, in cui egli era ancora infante, come la prova che lo fosse. Fu ebreo di Galilea e si mosse tra essa e la Giudea. In nessun luogo dei Vangeli appare come richiedente asilo. Ma papa Francesco non si fa mancare mai trovate ad effetto per il pubblico. Monsignor Galantino avrà toccato il cielo con un dito a questa affermazione e molti altri sacerdoti anche loro assai à la page, si saranno sfregati le mani compiaciuti.

Lo Spirito, dice il Vangelo di Giovanni, soffia dove vuole. In modo particolare lo spirito del tempo, che è un’altra cosa dal Paraclito, ma è assai forte e persistente, soprattutto quando è sorretto doviziosamente dalla grancassa mediatica, dai commentatori giusti, dalla smagliante filantropia dei salotti progressisti catto-ebraici.
Il nemico del progresso per loro è infatti l’antidoto al linguaggio costruito a tavolino, come quello programmato dal Partito, in 1984 di George Orwell. Non è necessaria una dittatura per imporre la Newspeak, basta l’uso sapiente e persistente dei mezzi di comunicazione, il loro asservimento funzionale alla vulgata, e il gioco è fatto. Chi domina il discorso ha la facoltà di creare realtà fittizie e parallele.

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