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Il lavoro che non c’è

agosto 30, 2017 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

di Raffaele Bonanni –

Il Governo non sa più cosa dire e cosa fare riguardo al tema annoso della disoccupazione dei giovani. È prigioniero dell’unica proposta economica fatta negli ultimi anni: quella di far crescere il lavoro con agevolazioni contributive a favore delle imprese, con relativa disattivazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dopo anni di propaganda, i risultati avuti, come sappiamo, sono stati un clamoroso flop. Non poteva che andare così, datosi che ogni azienda di questo mondo, assume lavoratori solo se ottiene dal mercato nuove e maggiori commesse, a ragione di costi e qualità di prodotto soddisfacenti: allora si che assumono.

Al contrario, se le vendite vanno male, licenziano. Ma è risaputo, la sinistra ci tiene molto a far vedere che ci tiene alla occupazione: se poi le assunzioni vengono da municipalizzate tecnicamente fallite,o virtualmente attraverso gli artifici degli sgravi, tutto fa brodo. Infatti la resa in assunzioni dopo l’impiego di ingenti risorse messe a disposizione nel tempo per le imprese, è stata davvero risibile. Il risultato: una partita di giro di lavoratori passati da un contratto all’altro; li dove si potevano ottenere minori carichi contributivi.

Ora il Governo Gentiloni da una parte non può confermare le somme del recente passato, perché il debito pubblico in questi anni, anziché diminuire è cresciuto sensibilmente, dall’altra non se la sente di sconfessare la impostazione di fondo, su cui ha tanto scommesso per anni la maggioranza che lo sostiene. Cosicché il consigliere economico Della Presidenza del Consiglio, fa sapere in conferenza stampa, della intenzione del Governo di incentivare nuovamente e con nuovo provvedimento da inserire nella manovra di autunno, le assunzioni dei giovani attraverso i soliti sgravi contributivi previdenziali. La platea dei giovani riguarderebbe soggetti che non superano i 29 anni; il vantaggio riguarderebbe il dimezzamento della contribuzione, per due o tre anni.

Se le cose stanno così, si capisce subito che ci troviamo di fronte a una manovra non molto differente da quelle passate: incentivi temporalmente corti incapaci garantire programmazione alle imprese; platea dei beneficiari ancora più ristretta. Senza considerare, che normative  già esistenti, e molto convenienti per le imprese ,si possono fruire già  attraverso l’apprendistato, che costa meno della novella proposta. Infatti le contribuzioni previdenziali normali sono al 33%, calcolato sulla retribuzione mensile lorda, di cui 2/3 a carico del datore di lavoro ed 1/3 di spettanza del lavoratore. Se l’incentivo nuovo, come propone il Governo,  riduce la metà del pagamento il 33%, tutto ciò risulterà vano per il solo fatto che per gli apprendisti – che possono essere tali fino a 29 anni –  la contribuzione previdenziale a carico del datore di lavoro, è al 10%.

Il Governo va in cerca dei tanto desiderati posti di lavoro in più, per colmare la voragine dei 400.000 occupati persi nel decennio della crisi; e questo è giustissimo. Sbaglia a cercarli in questo modo; darà per l’ennesima volta la illusione di trovarli. I nuovi occupati si trovano regolando il contesto entro cui l’impresa agisce, e purtroppo le imprese continuano ad operare in un ambiente ostile.

D’altronde questa è la ragione principale che ci colloca tra gli ultimi paesi nella graduatoria, incapaci di recuperare il terreno perso nella crisi. Tant’è che la inaspettata crescita del Pil, non è il risultato di una strategia governativa, bensì dall’aumento della domanda dai mercati internazionali che ha favorito il Made in Italy, e dalla occasionale crescita del turismo in Italia a causa della paura di turisti di recarsi in zone del globo ritenute meno sicure. In questo caso lo “stellone” italico ha funzionato. Ma quanti fallimenti ancora dovremo subire, qualora le classi dirigenti dovessero continuare a giocare con le parole e con le cose importanti?

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