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La demonizzazione di Trump e l’intramontabile lezione di Joseph Goebbels

agosto 30, 2017 • Mondo, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Due settimanali tedeschi, prima Der Spiegel e successivamente Stern che rappresentano Donald Trump in guisa di statua della libertà mentre, Davide biondo e attempato, ne tiene in mano la testa, e l’altro, drappeggiato nella bandiera a stelle e strisce che fa il saluto nazista, ci dicono con precisione a che culmine è giunta la sua demonizzazione. A corredo del fotomontaggio su Stern, campeggia la scritta, “Sein Kampf”, a rendere ancora più esplicito, se ce ne fosse bisogno, l’accostamento.
Il paese che ha dato i natali a uno dei tre totalitarismi del Novecento, quello che aveva tra i suoi capisaldi la supremazia ariana dell’Ubermensch e nell’antisemitismo eliminazionista uno degli obbiettivi da raggiungere, può oggi, disinvoltamente e impunemente accusare il presidente degli Stati Uniti di essere un simbolo di razzismo e suprematismo bianco (sostanzialmente la stessa cosa) sottintendendo forse anche un suo antisemitismo.
Sono infatti queste le due accuse che inseguono Trump fin dalla sua campagna elettorale, forse la più divisiva campagna elettorale americana del dopoguerra, per consolidarsi oggi in un tam tam senza sosta orchestrato dai maggiori media americani e dai loro addentellati internet, tutti solidali nel volere annientare in effige il Nemico.
E’ questa la tecnica prediletta della propaganda, definita nei suoi stilemi principali da Joeseph Goebbels negli anni ‘30. “E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali”, così prescriveva, aggiungendo, “La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: ‘Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità’”.
Durante la campagna elettorale, il sostegno dato a Trump da gruppi nazionalisti di estrema destra con contiguità neonaziste, la cui rilevanza statistica e culturale negli Stati Uniti è abbondantemente al di sotto della significanza, ha permesso ai megafoni dell’Agitprop liberal, strutturalmente egemone nei gangli fondamentali del paese, mediatico, culturale, accademico, politico, economico, e consolidatosi a testuggine romana dopo otto anni di presidenza Obama, di mettere in piedi una caccia alle streghe il cui unico precedente per isteria e foga può essere rintracciato nel maccartismo. McCarthy ce l’aveva con i comunisti, oggi i liberal hanno creato lo spettro del suprematismo bianco. Ma mentre negli anni ’50 il comunismo era una minaccia vera che sarebbe durata fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica quaranta anni dopo, la minaccia del suprematismo bianco è solo una mongolfiera della fuffa.
I fatti di Charlottesville hanno offerto ai demonizzatori un presupposto succulento per rinforzare l’immagine interamente negativa di Donald Trump che hanno confezionato con acredine. E anche qui, ci viene in soccorso Goebbels, quando negli undici principi da adottare per una efficace propaganda, suggeriva anche di “Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave”. Esattamente quello che è accaduto a Charlottesville, dove un gruppo di estremisti neonazisti addobbati con divise e recanti bandiere con la svastica i quali urlavano slogan antisemiti la cui preminenza in USA è inferiore a quella dei sikh, sono stati ingigantiti a dismisura come se rappresentassero e rappresentino un pericolo alla sicurezza nazionale.
Creare l’isteria di massa e consolidare la menzogna sono prerequisiti fondamentali di ogni buon ufficio di propaganda. Il baubau del “suprematismo bianco” diventa una magnifica carta da giocare contro il presidente eletto e la sua amministrazione da parte di gruppi estremisti di estrema sinistra come Black Live Matters e Antifa, gioiosamente sostenuti dai mass media. Si inventa un pericolo inesistente, se non del tutto marginale, e qui basterebbero le statistiche a parlare su quanti sono i crimini basati sul “suprematismo bianco” negli Stati Uniti rispetto a quelli provocati dai neri nei confronti dei bianchi, soprattutto rappresentanti delle forze dell’ordine, e quelli interazziali.
David Horowitz, il combattivo fondatore e direttore di Frontpage Magazine, nel suo ultimo articolo ha evidenziato come:
“In contrasto con gli irrilevanti rappresentanti del nazismo organizzato, ci sono, per prendere un ovvio esempio, decine di migliaia di membri del Partito Americano Comunista, anch’esso un antagonista totalitario sconfitto. Ma nessuno sembra essere allarmato. Ci sono state marce organizzate da razzisti neri come Farrakhan e Sharpton, quando i “nazionalisti bianchi” e i membri del Ku Klux Klan non sono in grado di attirare nemmeno un gruppo sufficiente di sostenitori per una marcia. Black Live Matters è un gruppo manifestamente violento e razzista, guidato da noti comunisti e che si è alleato con i terroristi di Hamas. E’ una organizzazione ufficialmente sostenuta dal Partito Democratico e sontuosamente finanziata con decine di milioni di dollari da parte di sostenitori del Partito Democratico come George Soros. Ma gli autocompiaciuti denunciatori del nazismo e del razzismo di matrice bianca non trovano nulla di riprovevole in esso”.
E come potrebbero trovarvi qualcosa di riprovevole, se sono loro, i demonizzatori di professione, a sostenere che oggi negli Stati Uniti si è insediato alla Casa Bianca un governo composto di antisemiti, suprematisti bianchi e razzisti, qualcosa di molto simile al partito nazionalsocialista nella Germania degli anni ’30-’40? E tutto ciò non ricorda forse esattamente la medesima narrativa riguardo a Israele e al governo presieduto da Benjamin Netanyahu, accusato da una furente campagna mediatica di essere ostaggio di religiosi retrivi, di estremisti annessionisti, di razzisti e fascisti?
L’effige di Netanyhau con baffetti hitleriani portata in piazza da chi accusa Israele di nazismo è esattamente speculare all’immagine apparsa sull’ultimo numero di Stern. E i fatti di Charlottesville ricordano da vicino quelli accaduti nel villaggio arabo di Duma, in Israele, nel 2015, quando un neonato e i suoi genitori trovarono la morte in un incendio appiccato da sconosciuti. In virtù delle scritte in ebraico trovate sulle mura dell’abitazione che inneggiavano al regno del Messia, subito partì la grancassa del “terrorismo ebraico”, della minaccia nera. Ci fu uno psicodramma collettivo in cui per settimane venne rimosso dalla scena il vero e unico terrorismo che insanguina Israele da decenni, quello promosso e perpetrato dai palestinesi. Ma tanto è il potere della propaganda, il suo uso senza scrupoli. Nessuno, dal dopoguerra a oggi, ha saputo farne uso più sapiente e spregiudicato della sinistra.
La Newspeak egemone promossa dai custodi del Progresso, eredi diretti dei turiferari della Virtù robespierriani, macina a ogni piè sospinto parole magiche per la piazza, “suprematisti bianchi” è una di queste suggestive combinazioni. E’ l’ultima arrivata dopo “islamofobo” e le usurate ma sempre in voga, “omofobo” e “fascista”. Il successo è garantito.

 

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