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La lotta per la visibilità versus identità

giugno 20, 2017 • Sui Generis, z in evidenza

 

di Matteo Cresti –

Una minoranza combatte sempre contro i pregiudizi. Spesso pregiudizi e stereotipi nascono dalla mancanza di conoscenza. I cristiani dei primissimi secoli lottavano contro le idee strampalate che i pagani si erano formati. Questi credevano che mangiassero i bambini o che facessero strani riti, basandosi sulle voci che durante i loro riti consumassero la carne del loro dio. Così nel medioevo nacquero altrettanti pregiudizi e dicerie nei confronti degli ebrei. E così accade oggi nei confronti di molte minoranze. Il loro isolamento fa sì che prolifichino stereotipi, pregiudizi e diffidenza.
Per questo è importante avere visibilità. La visibilità ingenera conoscenza e integrazione, rompe i pregiudizi, rende abituale qualcosa che prima non lo era. Essere visibili è uno dei passi da compiere per l’integrazione. Ecco dunque che si innesca una sorta di battaglia, o comunque uno scontro a distanza, tra chi cerca di accaparrarsi uno spazio pubblico e chi cerca di negarlo.
È questo il caso delle persone Lgbt, e delle loro istanze.
Nel corso degli ultimi anni la loro visibilità è notevolmente aumentata. Si va dalla trasmissione di serie televisive e film, con personaggi lgbt e le loro relative storie, che presentano la vita di personaggi gay e lesbo in modo del tutto naturale e quotidiano, alle vicende politiche che hanno portato all’approvazione della legge Cirinnà. In questo caso il dibattito pubblico ha posto sotto gli occhi di tutti non solo i problemi, le drammaticità e le richieste di una minoranza senza diritti, ma anche fatto vedere come quello che una volta veniva chiamato “lo stile di vita omosessuale” non sia in nulla dissimile da quello “eterosessuale”. In entrambi i casi si parla di coppie che si amano e che cercano delle tutele nei confronti di loro stessi e dei propri figli.
Tutto questo è un processo lento e continuo. Quanto più si parla di un tema, quanto più questo diventa di uso comune, e le persone interessate si sentono libere di parlare di se stesse e di vivere la propria vita. Quanto più si parla di omosessualità, quanto più cadono i tabù, e le persone si sentono libere di esprimere se stesse. Questo a sua volta aumenta la visibilità del gruppo, incrementando la spinta alla liberalizzazione e alla normalizzazione. Vedere una coppia gay che cammina per strada mano nella mano da un lato ha un effetto sugli eterosessuali, perché abitua alla loro presenza, ma anche sugli altri gay, perché infonde sicurezza.
Il meccanismo è stato ben compreso dai conservatori, in particolare i fondamentalisti cattolici, che non appena compare un bacio in televisione o si parla di Gay Pride, lanciano fulmini e saette per riportare l’omosessualità nell’ombra. Lo stesso avviene nelle scuole, dove spesso per le preoccupazioni di alcuni dirigenti e docenti (che non vogliono “grattacapi” o “casi mediatici”) si decide, proprio come vogliono gli integralisti, di tacere su alcune tematiche, dall’educazione sessuale, alla sensibilizzazione sui temi lgbt, dall’omofobia fino alle adozioni per le coppie omosessuali. Limitare la conoscenza di questi temi, significa il loro permanere nell’ombra e nell’incertezza, nel sentito dire, nella disinformazione e dunque negli stereotipi. Portarli alla luce del sole, renderli visibili e di pubblica conoscenza, significa produrre le condizioni di possibilità per una loro accettazione.
Quella a cui stiamo assistendo in questi anni è proprio una lotta per la visibilità. La minoranza omosessuale, attraverso i Pride (di cui ora è il periodo), attraverso lo spazio datogli in film, format televisivi, serie tv, attraverso il dibattito pubblico sui giornali e sulle piazze, sta cercando di far capire come non ci sia niente di strano nell’essere gay, che un gay è “Good As You”, buono proprio come te. Al contempo questa spinta ad uscire dall’ombra viene contrastata dai gruppi integralisti, che oltre a continuare ad usare il linguaggio del peccato e della colpa (come nel caso delle processioni o delle veglie di preghiera in occasione dei Pride), all’uso dell’insulto e della manipolazione dei dati scientifici, cercano di togliere quello spazio che la comunità lgbt si è lentamente conquistato.
Siamo dunque davanti ad una battaglia morale tra due posizioni diverse. L’una metafisica, che basandosi su un comando divino, condanna tutto ciò che va contro quel comando. Dall’altro abbiamo una visione del mondo in cui quello che conta è il raggiungimento di una vita piena, di un senso “nella” vita, del raggiungimento dei propri scopi.
Data la così radicale differenza di orientamento etico bisogna cercare delle plausibili ragioni pubbliche, cioè accettabili da chiunque all’interno dell’agone politico, che mettano tra parentesi le proprie convinzioni morali, e cerchino di costruire una società priva di conflitto in cui a ciascuno siano garantiti dei diritti e la possibilità di raggiungere la propria felicità. In questo orizzonte, una prospettiva metafisica è troppo pesante e complessa da poter essere accolta come giustificazione pubblica. Imporre la propria volontà anche a chi non crede, in nome di qualche comando ricevuto da qualche divinità, è imporre una religione anche a chi la rifiuta, una pratica non molto dissimile dalle conversioni forzate.

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