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Trasporti, sciopero e disservizio

giugno 18, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

di Raffaele Bonanni- 

È difficile da capire  lo sciopero dei trasporti di ieri, chiamato pomposamente sciopero generale da un arcipelago di sigle sindacali che lo giustificano sostenendo che bisogna arginare le privatizzazioni nei trasporti pubblici.

Intanto con una afa da 30 gradi che accomuna l’intera penisola, i passeggeri di lungo, medio è corto raggio, del trasporto su gomma, di quelli su ferro e di quelli dell’aria, hanno subito disagi pesanti che da un po’ di tempo a questa parte non subivano. Contrariati anche i passeggeri stranieri, più numerosi del solito, in considerazione che siamo tornati fortuitamente tra i paesi più ambiti per turismo, perché più sicuri di altri nostri concorrenti, che da tempo sono colpiti da guerriglia o terrorismo.

Sia chiaro, non è che i lavoratori che hanno partecipato alla protesta scioperaiola siano tanti; si sa che in settori dai servizi complessi come del trasporto, basta una piccola minoranza ( in questo caso, tante piccole piccole minoranze) per paralizzare il servizio. E poi astenersi dal lavoro di venerdì, è sempre accattivante per coloro che più che protestare, intendono ottenere il week end lungo.

La agitazione vuole fermare la privatizzazione; ma lo stato pietoso del servizio e dei bilanci delle varie municipalizzate e aziende pubbliche e para pubbliche, pare non interessi a nessuno. Si farebbe bene invece a fare luce su bilanci in rosso non sempre trasparenti, ben coperti dal ceto politico che finora ha fatto di queste società proprie dipendence per reperire risorse per le campagne elettorali e per assunzioni per i propri clientes. Se casomai questi sindacatini vogliono rendersi utili, si dessero da fare quando si cedono servizi pubblici a gestori privati. Alla natura delle concessioni bisognerebbe stare molto più attenti di come finora è capitato; tanto fragore per il passaggio al privato, quanto alla vigilanza sulle condizioni talvolta capestro per gli utenti, si è sempre stati disattenti.

Anche i dipendenti Alitalia sono stati chiamati ad incrociare le braccia tentando di fare capolino con la proposta dell’irrealistico ritorno alla gestione pubblica. Certo si dice che si è contrari alla cassa integrazione che comunque è necessaria a che non tutto il corpo dell’azienda vada in cancrena, ed in attesa – speriamo – di un solo e solido acquirente. Non è bastato da parte di molti dei soggetti promotori lo sciopero, aver illuso le persone che vi lavorano, che saltata la società, si sarebbe tornati ai vecchi fasti, come è accaduto con la proposta serpeggiava tra i lavoratori esasperati da tempo, nella occasione disgraziata del Referendum che non ha approvato l’accordo per il mantenimento della società andata in frantumi che ha subito così l’ultimo colpo di grazia. Ora nella fase più delicata della tenuta in vita della compagnia di volo, che costa circa 600 milioni di euro all’erario pubblico, e delle trattative con nuovi acquirenti, si compiono atti non certo positivi che rafforzano così il rischio di perdere ulteriori posti di lavoro ed un asset strategico per il nostro turismo.

Insomma una giornata di sciopero alla insegna del disservizio, della illusione, e di ulteriori danni agli interessi di chi lavora e del paese.

Il  nodo poi della proclamazione dello sciopero da parte di chi non rappresenta la volontà della maggioranza dei lavoratori è un problema vecchio, che però esperienze come quelle di ieri, devono servire a trovare soluzioni di garanzia per l’esercizio della libertà di sciopero, ma nel rispetto delle maggioranze e dei cittadini. In ogni altro paese civile è sviluppato è così. E’ venuto il momento che l’uso di questo diritto avvenga innanzitutto poggiando sul criterio elementare che lo può esercitare solo chi per rappresentatività nazionale risulta avere la maggioranza delle iscrizioni al Sindacato. Infatti abbiamo bisogno di esaltare sempre più meccanismi responsabili, nell’interesse di tutti ma anche del sindacalismo che vuole ancora coniugare realmente il diritto a rappresentare interessi sensibili come quelli dei lavoratori, nel contempo nello stesso modo quelli di tutti i cittadini.

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