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Egemonie in Medio Oriente, l’Isis li scatena uno contro l’altro

giugno 11, 2017 • Medio Oriente, z in evidenza

 

Redazione –

La riconquista del territorio dell’ISIS in Siria è finalmente incominciata ai primi giorni di giugno 2017. Per più di un anno la situazione è rimasta quasi congelata: l’ISIS era accerchiato e contenuto, ma i membri della coalizione anti-ISIS erano tutti in conflitto di interessi fra di loro, non trovavano l’accordo per sferrare l’attacco. Ora pare che i Curdi siriani (aiutati dagli USA, ma considerati terroristi nemici dalla Turchia e ribelli dal governo di Assad) e Assad stesso (sostenuto dall’Iran e dalla Russia) abbiano raggiunto un accordo per sferrare congiuntamente l’offensiva: i Curdi da est, Assad dalle altre direzioni. Questo significa che è stato raggiunto un accordo anche fra Russia e USA, che dal cielo proteggono l’avanzata dei propri ‘amici’, evitando interferenze reciproche. L’accordo però riguarda soltanto la lotta all’ISIS, non altre zone della Siria. Infatti il 7 giugno truppe di Assad si sono avvicinate al confine con la Giordania, là dove gli USA hanno un loro campo di addestramento e di sostegno ai ribelli anti-Assad, e l’aviazione USA ha subito reagito bombardandole.

L’ISIS da oltre un anno ha messo in conto di non poter mantenere il controllo del territorio di fronte all’attacco congiunto dell’esercito e dei Curdi, perciò ha evacuato da Raqqa i capi politici e militari (tanto più che i droni americani li stavano colpendo uno per uno…) e ha fatto uscire dalla Siria anche gran parte dei soldati, che si sono sparsi in vari paesi per compiervi attentati terroristici devastanti, allo scopo sia di destabilizzare i governi sia di scatenarli gli uni contro gli altri.

Infatti se gli stati egemoni della regione si mettessero a combattere direttamente fra di loro, anziché tramite gruppi jihadisti irregolari come hanno fatto sino a ora, si aprirebbero nuovamente grandi spazi di manovra e di conquista per l’ISIS. L’ISIS ha compiuto spettacolari attentati in Iran contro il Parlamento e contro il mausoleo di Khomeini il 7 giugno, contro i pellegrini e la moschea nella citta santa di Karbala in Iraq l’8 giugno, offendendo profondamente tutti gli sciiti, al fine di scatenare la loro ira contro l’Arabia Saudita sunnita, accusata di essere il mandante degli attentati.

L’Arabia Saudita negli stessi giorni ha annunciato la decisione di chiudere le frontiere del Qatar e interrompere i rapporti diplomatici, accusandolo di sostenere il terrorismo. Con i Sauditi si sono schierati il ‘governo’ formale della Libia (che però non controlla l’intero territorio), l’Egitto, il ‘governo’ ufficiale dello Yemen (assediato dai ribelli), il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti. È lo schieramento dei paesi sunniti tradizionalisti che si oppongono all’islamismo anti-monarchico dei Fratelli Musulmani.

Il Qatar, come la Turchia, è il sostenitore dei Fratelli Musulmani. A dire il vero il Qatar ospita e finanzia tutti: ospita basi militari degli Stati Uniti e della Turchia, offre protezione e uffici ai Fratelli Musulmani e ad Hamas (anche se recentemente ha chiesto ad Hamas di andarsene), mentre intrattiene ottimi rapporti anche con l’Iran e con la Russia. Ora l’Arabia Saudita richiama all’ordine il Qatar, considerando non più accettabile che il suo piccolo vicino possa non essere leale.

Nelle stesse ore in cui i Curdi del SDF (Forze Siriane di Difesa, che accolgono anche altri ribelli) avanzavano su Raqqa i Curdi dell’Iraq annunciavano un prossimo referendum sull’indipendenza e la formazione di uno stato autonomo, in evidente preparazione per il prossimo riassestamento della regione.

La Turchia a sua volta votava l’invio di 3000 soldati a sostegno del Qatar. La Turchia ha molti problemi interni e da gennaio 2016 ha evitato di intervenire in Siria, limitandosi a cercare e ottenere dalla Russia e dagli Stati Uniti la garanzia che i Curdi siriani non prendono possesso del territorio alla sua frontiera. Ma in previsione che si crei un nuovo equilibrio di potere nella regione la Turchia non può rimanere alla finestra. Il grande alleato della Turchia è la Fratellanza Musulmana, presente ovunque nel mondo sunnita, ma nemica dei governi del gruppo ‘tradizionalista’ che fa capo all’Arabia Saudita. Fino all’intervento russo a dicembre 2015 la Turchia collaborava anche con l’ISIS. Se la Turchia agevolasse l’Iran in una eventuale guerra con i Sauditi, potrebbe far cadere le monarchie del Medio Oriente, che non hanno sinora conosciuto ribellioni islamiste interne, destabilizzando così in modo radicale la regione.

L’Iran considera nemici i Sauditi e anche l’ISIS, né ha fiducia nei Turchi. I suoi interessi geopolitici nazionali la portano a lavorare in stretta alleanza con le popolazioni sciite in Mesopotamia e in Yemen, sottraendole all’influenza sia dei Turchi sia dei Sauditi. L’Iran è dunque il paese con la politica e gli interessi più chiari in Medio Oriente, ma con meno alleati: quasi quarant’anni di regime islamista, di alimentazione di insurrezioni nel mondo sunnita e di sfide alla comunità internazionale sul nucleare l’hanno ridotto ad avere relativamente poche opzioni e pochi difensori. La Russia lo può appoggiare tatticamente, ma ne teme il possibile rafforzamento in Asia Centrale.

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