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Torino, umore nero

giugno 6, 2017 • Agorà, z in evidenza

 

di Giulia Dalla Verde –

Torino riflette un cielo plumbeo, mentre la pioggia cerca di portarsi via ciò che rimane della follia di sabato sera. Piazza San Carlo è ancora ferita a pochi giorni dall’incubo che ha vissuto durante la finale della Champions League tra Real Madrid e Juventus.
La più sabauda tra tutte le piazze. La più aulica. Le transenne delimitano ancora l’area di fronte al Caffè Torino, un locale che fa parte della storia della città. La zona è sottoposta a sequestro penale, così come le rampe d’accesso al parcheggio sotterraneo: la pressione della folla avrebbe fatto crollare le ringhiere, aumentando ancora di più il panico dei tifosi.

Il rigore piemontese fa fatica a tenersi saldo di fronte a un bilancio catastrofico: i feriti sono 1527, di cui più di mille sono stati smistati negli ospedali torinesi. Rivoli, Pinerolo, Susa hanno teso una mano per occuparsi degli altri, per evitare il collasso dei pronto soccorso, già normalmente intasati. In questi giorni sembrano degli accampamenti militari, con i materiali primari al termine di ogni scorta, ago e filo per la sutura soprattutto, e con i medici richiamati da ogni dove per far fronte all’emergenza.
I feriti con un numero scritto sulla fronte, come vuole la prassi della catastrofe, l’ansia e il nervosismo, scarpe spaiate e borse abbandonate nel caos della paura, i video di un’onda umana che fugge terrorizzata travolgendo qualsiasi cosa. Le immagini che rimbalzano ovunque in questi giorni sono le stesse che fanno da sfondo alle cronache degli attentati che ormai hanno iniziato a far parte delle nostre vite. Troppo, dato che il terrore in piazza San Carlo non l’ha scatenato una bomba vera, ma un falso allarme, provocato probabilmente da un petardo e da qualche frase capace di generare il panico, “è una bomba, una bomba, adesso esplode”.
È un attimo e la psicosi collettiva sfugge a ogni controllo. Una bravata, forse, che rischia di costare la vita a tre persone ricoverate gravemente in ospedale, tra cui un bambino di sette anni, schiacciato dalla fiumana di persone terrorizzate.

La polizia sta cercando di capire attraverso i filmati e le testimonianze chi possano essere i responsabili, tra buchi nell’acqua e la difficoltà di ricostruire il caos di quella notte. In corso c’è però un’altra ricerca, perché in piazza San Carlo qualcosa non ha funzionato.
Certo, se nessuno avesse fatto scoppiare il petardo, non sarebbe probabilmente successo nulla. Ma la domanda inquietante e scomoda che tanti torinesi si stanno facendo riguarda che cosa sarebbe successo se la bomba fosse stata vera. Quali erano le norme di sicurezza previste? Eravamo preparati a un avvenimento simile?
Al Bataclan i feriti sono stati 350, i morti 120; nell’ultimo orrore che ha insanguinato il concerto di Ariana Grande a Manchester i morti sono stati 22 e i feriti circa 120. I numeri di Torino in confronto sono vertiginosi. Le domande sono tante, i veleni politici che si riversano ancora di più. Come ha fatto Alberto Airola, senatore del M5S, che in un tweet poi cancellato ha messo in dubbio le stime dei feriti, gonfiate «per infangare il buon lavoro dell’amministrazione, di prefettura e questura».
Ma anche dall’altra parte non ci vanno leggeri, accusando la sindaca con un coro virtuale di #Appendinodimissioni e addirittura criticando “la mise juventina” con cui si è presentata il giorno dopo in Consiglio comunale (blusa nera e coprispalle bianco).

Al di là delle strumentalizzazioni, ci sono però tanti, troppi punti oscuri che ancora restano da chiarire. Innanzitutto la scelta di quella piazza. È vero, i torinesi si sentono come a casa e merita tutto il suo soprannome di “salotto”. Ma era la più adatta a ospitare le 30.000 persone previste? Le vie d’accesso sono poche, e durante la fuga disperata si sono rivelate bloccate dalle stesse transenne, rendendo ancora più difficile e pericolosa l’uscita delle persone.
E ancora, ci si chiede perché sia stato installato un solo maxischermo anziché due, com’era successo per la finale giocata nel 2015.
“Trova le differenze” è il gioco preferito del Pd torinese in questi giorni, mentre circolano le fotografie scattate due anni fa in piazza San Carlo, dotata di due grossi schermi e divisa in quattro settori per facilitare gli ingressi e le uscite. Già all’epoca, in cui il terrorismo non faceva ancora parte della nostra quotidianità, non erano mancate le polemiche da parte dei mezzi di soccorso presenti sul posto come da prassi: si erano lamentati dello scarso numero del personale e dell’eccessiva vicinanza alla folla.

E poi c’è il vetro, la causa principale delle ferite che hanno riportato gli spettatori, inciampati e caduti su un tappetto tagliente. Chi c’era racconta della presenza, ormai consueta in queste occasioni, di venditori abusivi di birra, non proprio nascosta sotto il bavero della giacca: urla da mercato e carrelli illuminati.
Insomma, difficile che potessero passare inosservati alle forze dell’ordine. Perché nessuno è intervenuto? Alla sindaca viene contestato di non aver ribadito il divieto di vendita di vetro e metallo durante gli eventi “di piazza”, come peraltro già previsto dal regolamento della polizia municipale per queste specifiche occasioni.

Non c’è effettivamente nessun obbligo a ricordare ciò che la legge prevede, come se un furto potesse essere giustificato con il fatto che non si è ricordato abbastanza che rubare è un reato. Il problema vero è però l’assenza dei controlli, di qualcuno che verificasse che quel vetro in piazza non ci fosse (e che ci sarebbe stato comunque, anche se avessero ricordato l’ordinanza). E il fatto che le modalità con cui sia stato organizzato l’evento (affidato a Turismo Torino, ha ben ribadito la giunta) siano state le stesse del 2015 non è una giustificazione: non solo è cresciuto il livello di pericolo, ma anche la stessa psicosi del terrorismo.

Quello che sta emergendo in questi giorni è la mancanza di un piano, di una strategia pianificata a mente fredda per gestire eventuali imprevisti. Certo, dopo è sempre facile parlare, per chi commenta i fatti al bar. Dovrebbe pensarci prima chi invece tutela la sicurezza dei cittadini. Il capo della polizia avrebbe dato precise disposizioni dopo l’attacco a Manchester e sembrano essere state ignorate. Perché i controlli di zaini e borse è stato così inefficiente?
Perché mancavano gli steward e le segnalazioni delle vie di fuga? A Madrid hanno messo a disposizione lo stadio proprio per facilitare questo genere di procedure, ormai di prassi per assistere a qualsiasi evento pubblico. Anche secondo il ministro dell’interno Minniti «è evidente che non ha funzionato qualcosa», mentre Grillo e Casaleggio fanno quadrato attorno alla sindaca, che ha anche la delega alla sicurezza.
Con Appendino a Cardiff e vice sindaco in vacanza, tutto sarebbe passato nelle mani di Ivo Berti, temporaneamente alla guida dei vigili in attesa che Appendino scelga il nuovo comandante. Berti non avrebbe dato nessuna disposizione per controllare le vendite abusive, mentre Fassino ci tiene a precisare che nel 2015 i vigili in piazza erano tantissimi. Un’altra grana per la sindaca, che in un post accorato chiede di non di arrendersi alla paura. E mentre la Codacons si sta facendo carico di tutte le richieste di rimborso dei feriti (c’è chi parla di milioni di euro), la Procura di Torino ha aperto un procedimento legale, al momento contro ignoti.

Se certo resta importante capire chi o cosa abbia scatenato l’ondata di panico, ancora di più però lo è comprendere se chi di dovere, ossia Comune, Questura e Prefettura, abbia adottato tutte le precauzioni del caso. Pur di fronte agli errori e alle superficialità evidenti, al momento si sta assistendo solo a un rimpallo di responsabilità che nessuno ha intenzione di assumersi, neanche in vista di una migliore organizzazione degli eventi futuri.

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